Le 10 canzoni più assurde di Sanremo degli anni '80

Le 10 canzoni più assurde di Sanremo degli anni ’80

Se dovessimo indovinare qual è il decennio Sanremese che ci ha dato più soddisfazioni in fatto di bruttezza, musica diversamente bella e gemme da riscoprire, la risposta sarebbe una: gli anni ’80.

Non che prima di essa non ci sia nulla da prendere come esempio (tipo Le Figlie del Vento, tanto per fare un nome) o che quella successiva sia trascorsa all’insegna della sobrietà, ma è nelle edizioni di Sanremo che vanno dal 1980 al 1989 che oltre a grandi successi nazional-popolari e ospiti internazionali di alto livello possiamo riscontrare anche la più alta concentrazione di tutto ciò che amiamo di più noi cultori di un certo tipo di musica e delle sue storie: demenzialità assortite, umorismo il più delle volte involontario, ridicolaggine sparsa, interpreti improbabili, brani atipici e talvolta ingiustamente bistrattati.

Per cui, senza ulteriore indugio, ecco a voi la classifica dei 10 brani più assurdi dei Festival di Sanremo degli anni ’80.

Jò Chiarello – Che brutto affare (1981)

La sconosciuta Jò Chiarello arriva a Sanremo nel 1981 con la benedizione e un brano scritto dal suo mentore Franco Califano. La nostra tanto amata Che brutto affare però non riesce a raggiungere la serata finale, ma un posto nella nostra memoria non glielo toglie nessuno: boccoloni biondi, voce sgraziata e un po’ stridula e liriche spiazzanti: «pensavi fossi un’oca da spennare / piuttosto il pollo l’ho pelato io» oppure «io ti consideravo un superman / ma non sei neanche un man / scemo / non sei nemmeno la metà di un man». Incredibilmente la sua carriera continuerà per tutti gli anni ’80 e ’90 (e noi non ce la siamo fatta sfuggire), ma senza mai raggiungere la vera fama.

Teo – Ma che bella storia (1987)

La nuova proposta Teo si presenta a Sanremo 1987 con Ma che bella storia che, nonostante il titolo jovanottiano, esce dalla penna di due scafati autori come Enzo Miceli e Gaetano Lorefice. Il brano parla del solito lui che ha voglia di trombare («in fondo che ti costa / solo una volta e basta»), lei però fa la gatta morta e non solo non gliela dà, ma non gli fa capire neppure se è interessata o se lo prende soltanto in giro. Insomma, une vera stronza.

Questo disagio viene musicato con un arrangiamenteo scheletrico e una chitarra che vorrebbe rendere il tutto un po’ più rock ma non ci riesce, così come il look dell’interprete: pettinatura alla Ivan Drago e spalline fuori ordinanza. Non sarebbe neanche un pezzo da ricordare se non fosse che nel ritornello, pensando al gatto di lei artefice del loro incontro, il nostro sbotta dicendo «ma chi gatto me l’ha fatto fare» e conclude «e ad invidiare il gatto / io ci divento matto». Poesia.

Enzo Miceli avrà più fortuna qualche anno più tardi come produttore di Daniele Silvestri mentre oggi Teo, al secolo Teodosio Losito, è sceneggiatore di fiction Mediaset quali L’onore e il rispetto e Il bello delle donne; onestamente noi lo preferivamo come cantante. Miao!

Giorgia Fiorio – Se ti spogli (1984)

Giorgia Fiorio, figlia del famoso manager automobilistico Cesare Fiorio, più che per la sua carriera di cantante dovrebbe essere ricordata per altre cose: il suo lavoro da fotografa che le ha dato grande successo e fama internazionale o la partecipazione ai due film Sapore di Mare di Carlo Vanzina. Tuttavia non possiamo tralasciare il passato canterino come nel caso di Se ti spogli brano con cui a soli 16 anni partecipò al suo secondo Festival di Sanremo.

Voce da sessantenne tabagista, timbro alla Gianna Nannini, base synth-pop orecchiabile al punto giusto ed un testo incomprensibile (scritto da Renato Pareti e Sergio Menegale): «tu sei topo / sei graffiti / hai capelli come viti / tu sei tosto» o «hai la faccia senza lana / delicata porcellana / sei una frana», «sei la nebbia nella sera / che mi cade nella gola, acqua / sei Venezia con la luna / il silenzio e la laguna, acqua».

Domenico Mattia – Tulílemble (1981)

Non è durata molto la carriera di Domenico Mattia, giusto il tempo di una manciata di 45 giri e un unico album uscito, tra l’altro, dopo un primo abbandono dell’attività musicale. Ma come potevamo non ricordare la nostra tanto amata Tulílemble scritta (così come riporta lo spartito e non come si legge erroneamente in giro) a quattro mani con Massimo Chiodi e musicata da Renato Brioschi de I Profeti? Il completo da cameriere, le movenze da Magic Voice e l’aspetto da ultracinquantenne anche se all’epoca Domenico Mattia non aveva neppure 23 anni, possono indurci a pensare di essere a La Corrida, ma in realtà siamo al Festival di Sanremo del 1981.

La canzone è una dichiarazione d’amore verso la propria amata che vede nel suo bislacco titolo un tentativo di celare quello che non si poteva ancora dire all’epoca; nonostate questo versi come «dai usciamo di qua / a quest’ora della notte che si fa / tulilembe tu tulilemble tu tulile / è qualcosa che di sicuro piace anche a te» non lasciano scampo a nessun margine d’errore.

Rodolfo Banchelli – Madame (1984)

Il 1984 per Sanremo è una grande annata: anzitutto a presentare c’è Pippo Baudo, una garanzia di ascolti, poi viene per la prima volta introdotta la categoria Nuove Proposte. I vincitori furono Al Bano e Romina con Ci sarà, ma i veri successi, diventati dei classici, furono Non voglio mica la luna cantata da Fiordaliso, quinta in classifica, e soprattutto Terra promessa di Eros Ramazzotti, che vinse la categoria Nuove Proposte.

Tra i giovani esordienti c’è anche il nostro Rodolfo che, nonostante il playback, il ritmo incalzante del brano e un balletto al limite del ridicolo che ci fa chiedere come abbia potuto aggiudicarsi dei titoli mondiali, non riesce ad arrivare in finale, venendo eliminato quasi subito. In realtà Madame è un brano di tutto rispetto e Banchelli sfodera una voce potentissima e disperata che racconta la triste storia di un uomo in fuga da una ninfomane poiché vogliosa di solo sesso, in pratica un racconto di fantascienza.

Marisa Laurito – Il babà è una cosa seria (1989)

Durante la terribile edizione del Festival di Sanremo del 1989 Marisa Laurito, assieme a Francesco Salvi e Gigi Sabani, era uno dei personaggi provenienti dal mondo della televisione che parteciparono alla gara. L’allora pupilla di Renzo Arbore presentò Il babà è una cosa seria, sostanzialente un elenco di piatti della cucina napoletana spacciandoli come rimedio a tristezza e stress: re indiscusso di questa carrellata musico-gastronomica era ovviamente il babà. Una canzone per modo di dire, ma che sa essere a suo modo deliziosa e in cui il cantato della Laurito calza a pennello.

Francesco Magni – Voglio l’erba voglio (1980)

Nonostante sia sconosciuto ai più, Francesco Magni a tutt’oggi prosegue la sua carriera di cantautore. Ma anche se così non fosse il suo nome non meriterebbe di cadere nel dimenticatoio visto il capolavoro con cui si presentò a Sanremo nel 1980 (arrivando ufficiosamente dodicesimo perché in quell’anno veniva premiata solo la prima canzone). Voglio l’erba voglio è una vera e propria presa per il culo su vari aspetti del mondo contemporaneo d’allora (alcuni ancora oggi modernissimi): le droghe leggere (vedi il titolo), il femminismo e la spiritualità, in un tripudio di musica folk e atmosfere etniche. Da ascoltare e tramandare alle future generazioni.

Renzo Arbore – Il clarinetto (1986)

Quello di Renzo Arbore è un vero colpo di genio tipico dell’ironia che caratterizza il suo stile: porta al Festival del 1986 Il clarinetto, un brano dai toni swing infarcito di doppi sensi sessuali fin dai primi secondi e nonostante tutto non riesce mai a scadere nel volgare neanche se ci provasse, beccandosi pure un’ovazione durante la prima serata. La sua unica partecipazione alla kermesse lo vede arrivare addirittura secondo battuto di un soffio da Adesso tu di Eros Ramazzotti, probabilmente con grande disappunto di Loredana Bertè che ebbe da polemizzare sul fatto che la sua trovata di salire sul palco con un finto pancione venne trovata di cattivo gusto e il brano di Arbore no. A replicare l’operazione doppi sensi ci riprovò il pupillo di Arbore, il Maestro Gianni Mazza, nel 1991 con Il lazzo, ma con ben più scarsi risultati.

I Figli Di Bubba – Nella valle dei Timbales (1988)

Allora, immaginate sullo stesso palco Mauro Pagani e Franz Di Cioccio (entrambi della PFM) assieme ai comici Enzo Braschi e Sergio Vastano (entrambi provenienti dal Drive In), due giornalisti (Roberto Gatti e Alberto Tonti) e lo scrittore e produttore Roberto Manfredi. Scenario da fantascienza? No, Festival di Sanremo 1988.

Si chiamarono I Figli di Bubba (in onore del giornalista sportivo Giorgio Bubba), si formarono solo per poter partecipare all’edizione di quell’anno arrivando sedicesimi. Nella valle dei Timbales è un pezzo dal sapore tropicale (frutto dello stesso Pagani) e dal testo sbeffeggiatore contro la cultura yuppie, ma che non risparmia lo stesso pubblico dell’Ariston (cosa che fecero gli Elio e le Storie Tese con maggiore successo nel 1996). Certi versi come «Laggiù senza il sette e quaranta / Celentano non canta / la Carrà non c’è più / laggiù con le dita nel naso / le lenzuola di raso / e il mio amore Mariù» rappresentano l’apice di questa assurda e originale idea che, ancora oggi, meriterebbe una standing ovation alla fine di ogni ascolto.

Francesco Salvi – Esatto! (1989)

Quello che si svolse sul palco dell’Ariston nel febbraio del 1989 con la canzone Esatto! fu un vero happening demenziale. Anche a distanza di decenni rivedere la performance del mitico Francesco Salvi con una giacca antipioggia gialla accompagnato da quattro ballerini con le maschere d’animale che interpretano una canzione dance quasi interamente parlata e con tanto di versi campionati degli animali che fanno parte integrante del testo, ci fa chiedere che cosa cazzo stesse succedendo.

Una follia senza senso con un ritornello appiccicoso che diventò immediatamente un vero tormentone per grandi e piccini. Francesco Salvi  parteciperà al Festival altre tre volte negli anni successivi ma l’apice raggiunto in quel lontano 1989 sarà, chiaramente, irripetibile.

Fuori classifica: Pippo Franco – Che fico! (1982)

Impossibile parlare del Festival di Sanremo degli anni ’80 senza citare Pippo Franco. Pur non avendo mai partecipato alla gara l’attore-cantante nasuto salì sul palco del teatro Ariston nel 1979, nel 1980 e nel 1983 come cantante ospite assieme a gente come Kate Bush, Peter Gabriel, Domenico Modugno, Scorpions, Status Quo, Tina Turner, e John Denver giusto per citare qualche nome. Nel 1982 Claudio Cecchetto scelse la sua Che fico! come sigla d’apertura del Festival, degnissima sostituta del Gioca Jouer dell’anno precedente, sempre con l’obbiettivo di svecchiare il Festival. L’esuberanza della performance nel video, la killer tune e il testo giovanilistico sintetizzano in maniera caricaturizzata la vera essenza di quello che fu Sanremo in quell’irripetibile decennio che pur con i suoi evitabili eccessi appare molto più vitale delle patinatissime edizione di oggi.

Premio della critica: Sibilla – Oppio (1983)

Praticamente senza nessuna esperienza Sibilla approda alla competizione canora più prestigiosa d’Europa presentando il brano Oppio scritto a sei mani assieme alla copia Battiato-Pio venendo eliminata alla prima serata principalmente a causa di un problema tecnico che ne compromise irrimediabilmente l’esibizione. Giusto Pio lo spiega nel dettaglio in un’intervista: «Stonò in modo allucinante! Io e Battiato non potevamo andare a Sanremo, non avevamo tempo perché eravamo in sala d’incisione. Allora la accompagnò il produttore. Lei fu presa dal panico e per aiutarla, invece di mandarle la base sopra cui lei doveva cantare, le mandarono il brano intero. Lei doveva solo far finta di cantare. Invece cantò lo stesso e si sentì ancora di più la stonatura. Quando la sentii in televisione la sera a casa mia, mi misi a ridere. Fu un disastro. Un disastro! Peccato, perché era bravissima, e la canzone ha venduto 30.000 copie nonostante tutto! Poi, dopo Oppio e Svegliami fece un altro paio di canzoni, Plaisir d’Amour e Sex-Appeal to Europe, sempre cantando molto bene, ma ormai la casa discografica l’aveva scaricata».

A parte la disastrosa performance in diretta televisiva la canzone fu presto dimenticata da tutti anche perché quell’edizione regalò parecchi brani di successo rimasti nel bene o nel male nella memoria della musica italiana e non solo, tipo L’italiano di Toto CutugnoVita spericolata di Vasco RossiVacanze romane dei Matia Bazar e la vincitrice Sarà quel che sarà di Tiziana Rivale.

Il tempo non è stato nemmeno galantuomo con Oppio che spesso viene ricordata come un esempio di “canzone brutta”, ma è effettivamente così? Riascoltato senza pregiudizi il brano di per sé è bello e neanche poco: orecchiabile, elaborato ed interessante, si coniuga perfettamente con il pop elettronico e sofisticato di Franco Battiato della prima metà degli anni ’80 sulla scia gravitazionale di canzoni come La stagione dell’amore o Voglio vederti danzare.

La cosa in fondo non sorprende, eravamo nel periodo d’oro per la penna del cantautore siciliano che partoriva canzoni o addirittutra interi album con instancabile facilità sia per sè sia per altri (AliceGiuni RussoMilva e lo stesso Giusto Pio) raggiungendo livelli impressionanti e difficilmente eguagliabili per qualità, quantità e successi.

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