le 20 peggiori canzoni del festivalbar

Le 20 peggiori canzoni del Festivalbar

Le canzoni del Festivalbar sono le immagini delle nostre estati, le cornici dei ricordi che ognuno di noi porta nel cuore e tiene nei cassetti, pronti a saltare fuori alla prima nota. O almeno, ne siamo convinti. In realtà le canzoni delle nostre vacanze sono fighe perché fighe erano le estati: siamo noi che le associamo al Festivalbar, che di quei brani sarà stata sicuramente una importante vetrina, ma che era anche una palla atomica di serate televisive, in cui passava la qualunque e tutti facevano a gara a dimostrare quanto si stessero divertendo vedendo i propri idoli del momento esibirsi rigorosamente in playback.

É quindi giunta l’ora di rendere giustizia al Festival di Sanremo, che invece troneggia nell’immaginario collettivo come regno dell’orrore, per dimostrare che il patron Vittorio Salvetti (pace all’anima sua) sul suo palco del Festivalbar ha buttato perle e patate, soprattutto dopo il 1983, che segna il passaggio alle reti Fininvest e la trasformazione da unica serata alla formula itinerante nelle piazze e arene di mezza Italia, acquistando così le sembianze che manterrà fino all’estinzione della specie.

Addentriamoci quindi in questa accozzaglia imbarazzante dell’orrore estivo per eccellenza: ecco a voi le 20 peggiori canzoni del Festivalbar.

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Betty Villani – De nuevo tu (1988)

Come ogni manifestazione che si rispetti, anche il Festivalbar ha ovviamente avuto le sue meteore e, benché nutrita sia ovviamente la fauna di apparizioni fugaci, il posto della nostra classifica lo vogliamo dedicare a tale Betty Villani. Avremmo potuto menzionare magari Tracy Spencer che riuscì a trionfare e sparire nel giro dell’estate 1985, ma la sua Run To Me era davvero bella, mentre Betty merita una citazione solo per l’estetica, trattandosi di una semplice operazione a tavolino che prende la sua piacente figura e le abbina i seguenti tre pensieri: 1) serve qualcosa da ballare quindi prendiamo una base danzereccia a caso, 2) in Italia, soprattutto in estate, fa molto figo tutto quel che è spagnoleggiante, 3) meglio l’usato garantito, cioè una cover. Di qui, un celeberrimo brano di Lucio Battisti (uno a caso, direte voi) che, con sprezzo del ridicolo, da Ancora tu diventa con sforzo estremo di fantasia De nuevo tu, buttato su base pseudo-dance e affidato alla nostra Betty Villani, la quale, poverina, fa quel che può nel tempo di una stagione e poi… Puff! Sparisce come per magia.

Fausto Leali – Canzone amara (1983)

Anno favoloso il 1983. Fu la volta di Vasco Rossi (quando era ancora Vasco Rossi) con la sua Bollicine, oppure dei Righeira di Vamos a la playa, per non parlare dell’invasione di cantanti stranieri che letteralmente travolsero quell’estate canora… Insomma, una figata. Tuttavia è l’edizione in cui cambia la formula del Festivalbar e si moltiplicano le serate, quindi inizia ad entrare un po’ di tutto nel cartellone, compreso questo Fausto Leali terribilmente fuori moda, distante anni luce dai fasti delle origini e ancora lontano dal ritorno di popolarità che avrà solo nel 1987 con Io amo, ma soprattutto troppo triste per uno spettacolo estivo e spensierato come il Festivalbar. Fausto era in quella fase di guado in cui per tirare a campare era palesemente costretto a qualunque cosa pur di portare a casa la pagnotta e non disdegna di propinare, agghindato come uno dei genitori dei ragazzi negli spalti, questa lenta, pedante e noiosissima Canzone amara, roba così vecchia e fuori luogo che al solito cicaleggio di urletti isterici si sostituisce un muro di fischi che accompagna l’intera esibizione. Povero.

Spagna – Indivisibili (1997)

Non mancano gli esempi di coloro che pur di esserci da protagonisti si sono dovuti accontentare del rango di comprimari: il palco su cui prima si regnava diventa solo un luogo in cui timbrare un cartellino finché ancora viene concesso di farlo, con lo spauracchio dietro l’angolo delle feste di piazza (e, in tempi più moderni, delle ospitate da Barbara D’Urso). Esempio ne è la nostra amata Ivana Spagna, che se si parla del Festivalbar non può mancare. Da vincitrice capace di far ballare tutta l’Europa a comparsa fugace con il suo sottospecie di italo-pop di fine anni ’90, da chi ha dato il ritmo a chi il ritmo lo ha perso inseguendo inutili ballate. La divina di Easy Lady aveva ben altre carte per resistere al tempo, ma nel 1997 si ritrova mestamente nel “suo” palco con una dimenticabilissima e dimenticatissima canzonetta che non rende giustizia al repertorio e a quell’incantevole voce. Ai suoi ammiratori di un tempo che ballarono sotto le note delle sue canzoni non resta che lanciare per aria il telecomando.

Den Harrow – Charleston (1986)

Re assoluto delle estati di memoria salvettiana è sempre stato il playback e dovendone scegliere un degno rappresentante chi meglio di Den Harrow? Trattasi di un primate a pelo biondo che viveva in branco tra propri simili durante la bella stagione per poi sparire coi primi freddi, fino a quando non scomparve dalla circolazione venendo dato per estinto salvo, nei primi anni 2000, rinvenire le sue tracce su un’isola tropicale. Qui, l’animale molestò costantemente gli altri componenti del branco, che però era più selvaggio e affamato dei precedenti e venne rispedito con un calcio nel sedere in Italia dove ritrovò il barlume di un riflettore finché non si spense poco dopo anche questo.

Tale bestia feroce appartiene al genere volgarmente detto del “playback ciofecus”, ovvero chi non si limita a muovere la bocca, ma lo fa utilizzando una voce non sua… Insomma, mente sapendo di mentire, a dirla elegantemente. Una ciofeca, in termini scientifici. Certo, ben altri e più dignitosi esempi potevano essere offerti, perché negli anni svariati sono stati i cosiddetti “progetti musicali” che usano voci altrui mettendole in bocca a figure più utili allo scopo (tra i tanti e per tutti, The Rhythm of the Night di Corona, che ha monopolizzato l’estate del 1994), ma perché perdere l’occasione di rivedere il nostro Den Harrow che, finiti alla velocità della luce i fasti dell’estate precedente, nel 1986 si dimena al suono di una chicca patetica come questa sua Charleston?

Paola e Chiara – Blu (2004)

Tra le sventure estive, chi molesta a più riprese le altrui vacanze sono sicuramente Paola e Chiara che trovano nel Festivalbar ampia cassa di risonanza alle proprie smanie artistiche, attraversando imperterrite le stagioni finché non finirono per arenarsi sulla spiaggia pure loro. Di certo all’epoca le due sorelline erano sinonimo di estate perché, piaccia o non piaccia, Festival o Vamos a bailar erano quel mix giusto (e furbetto) che riempiva le giornate di calura ispirando spiagge, divertimento, leggerezza… Insomma, perfetta musica da sottofondo per un pomeriggio in spiaggia. Va da sé che il loro puntuale ritornare al Festivalbar rappresenta un po’ tutta la loro parabola e non solo l’apice, ma anche la fine della carriera giunta al capolinea nell’estate 2004. Quel che sorprende è che, come se nulla fosse (nel senso che sarebbe pure il caso di finirla) le sorelline rimettono in scena i già visti ammiccamenti con i medesimi passetti di danza e gli stessi sguardi, pure gli stessi vestitini e forse gli stessi ballerini, oltre a un un brano meno ispirato (cioè più brutto) del solito che si intitola Blu che tristemente recita «Blu blu, oceano blu, ritmo universale che ci fa ballare. Blu blu, I love you».

Gianni Morandi – Banane e lampone (1992)

Una delle costanti del Festivalbar è sempre stato il sottofondo di gridolini e urletti isterici destinati con abbondanza a chiunque, forse per effetto delle massicce dosi di miracolo bonbon distribuite a piene mani alle prime file, chi può dirlo. Dovendo scegliere un esempio di come e quanto tale delirio fosse oggettivamente fuori luogo, abbiamo scelto la partecipazione targata 1992 del redivivo Gianni Morandi e della sua orrida Banane e lampone, fastidiosa quanto un gatto nero in testa e che tanti danni avrebbe fatto negli anni a venire (a iniziare dal “corazon” di Gigi D’Alessio). Ora, al di là della canzone e pure del fatto che qui Gianni era nel periodo di rilancio, ma che hanno da gridare questi del pubblico? Figurarsi poi vederlo tra scene d’isteria collettiva esibirsi accompagnato da grida, coretti, triccheballacche, urla disumane, con lui vagamente eccitato (vedasi ciuffo ringalluzzito per l’occasione) che si concede alle giovani possedute di cui potrebbe essere il padre.

Valeria Rossi – Tre parole (2001)

L’estate è tempo sovrano del tormentone e il Festivalbar ha contribuito bellamente a infarcire la categoria di tali psicodrammi, che con furia cieca hanno trasformato le nostre vacanze in un pozzo (nero) in cui veniva buttata qualunque cosa con rima baciata e ritmo ballabile. Tuttavia pochi cantanti sono stati capaci di affrontare la situazione e saperle resistere, mentre i più sono stati travolti dal vento folle del “motivettodellestate”: un tornado che passa, ti acchiappa e lancia e poi t’abbandona nel mondo di Oz. La povera Dorothy della nostra storia è Valeria Rossi, che però non è mai riuscita a tornare a casa in Kansas da quando, quasi vent’anni or sono, venne catapultata sul palco del Festivalbar con al seguito tre amici che si riveleranno compagni di viaggio inseparabili: sole, cuore e amore (ammettiamolo, quelli di Dorothy erano più folkloristici) e resteranno con lei nel corso di quell’estate del 2001, quando tutti la vogliono e tutti la cantano, e anche dopo, quando nessuno la vuole più abbandonandola al suo destino come un cane sull’autostrada.

Sabrina Salerno – Yeah Yeah (1990)

Dopo i fasti delle precedenti estati al ritmo di Sexy Girl e Boys, nelle quali aveva letteralmente seminato il panico esibendo kili di carne nuda, nel 1990 la carriera della cara Sabrina Salerno è in caduta libera. Non che la nostra si sia mai vantata di aver frequentato la scuola dei cantautori francesi per carità, ma i suoi motivetti uniti alle mosse a favore delle telecamere (sempre indugianti sulla tracotanza delle sue forme) ne avevano fatto un’icona dell’estate di fine anni ’80. Nel 1990 la sua Yeah Yeah passa letteralmente inosservata (alzi la mano chi se la ricorda) preparando il terreno, di lì a poco, al colpo di grazia del Sanremo di Siamo donne del 1991 in coppia con Jo Squillo, quando verrà costretta a cantare dal vivo, svelando una voce baritonale di un certo effetto (secondo la leggenda, i Tenores di Mamoiada, nella profonda Sardegna, le proposero di scritturarla ma la cosa non andó in porto).

Ambra – L’ascensore (1995)

Vera sciagura degli anni ’90 è Ambra Angiolini, che riteneva opportuno molestare chiunque alla ricerca del successo, quando invece potrebbe ben ricevere il plauso generale ritirandosi dalle scene. Nel suo girovagare post Non è la RAI, non potendosi accontentare di rimanere nelle copertine dei quaderni di scuola (io avevo quello di Ilaria, lo ammetto) e fino a che non acquisirà l’attuale immagine radical chic, la nostra fa ripetuta tappa anche al Festivalbar che le si concede con generosità per più edizioni, rilanciando i suoi odiosi motivetti purché a mezza via tra l’adolescenziale e il pruriginoso. Eccola quindi, alla veneranda età di 18 anni, ne L’ascensore, in cui possiamo ascoltare il ritmo del suo cuore che fa «tum tum» per un tipo «proprio come adesso che sto entrando in ascensore e lì all’ultimo piano c’è la porta del mio amore. Batte forte il cuore, primo piano in ascensore. Batte forte il cuore, batte forte batte il cuore!».

Alexia – Ti amo ti amo (2000)

Alzi la mano chi leggendo «ti amo ti amo» non ha completato il ritornello aggiungendo «I am crazy for you». Ciò detto, prima puniamoci e ammettiamolo: Alexia è stata una delle più grandi disgrazie estive mai circolate e il Festivalbar ne ha prima esaltato le canzoni e poi ha continuato imperterrito a darle corda, quando ormai sarebbe servita solo (la corda intendo) a legare lei e i ballerini. Fastidio su fastidio, anche la svolta dall’inglese all’italiano di Alexia si compie sul palco del sempre fedele circo salvettiano, attraverso questa appiccicosissima Ti amo ti amo, con testo in inglese e metà ritornello tradotto in italiano dalla nipotina dell’asilo, ma poco importa alla cantante spezzina, la cui gioia incontenibile non ci risparmia nulla, né il cappello da cowboy né il pubblico rincretinito che se la balla quasi fosse Madonna. Imperscrutabile.

Gena Gas – S.O.S. ti amo (1982)

Nel 1982 fa bella mostra di sé al Festivalbar tale Gena Gas, che dopo trascorsi da modella in America cerca il successo in Italia. Del resto, trattasi di artista poliedrica capace di spaziare anche in altri campi, purché di spessore, come nel caso della televisione, che la vede nel cast di Due di tutto su Rai 2, in cui improvvisa uno striptease ogni volta che un intervento dura più di due minuti, e (perché no, visto che ci siamo) anche del cinema, dove si segnala per la sua parte in Popcorn e patatine accanto a Nino D’Angelo. In effetti manca il teatro, ma non dubito che in qualche teatrino parrocchiale non siano mancate le sue gesta. Quindi non potendo esimersi dal riversare il suo talento anche sul versante musicale, la nostra Gena Gas si conferma come artista volta alla ricerca della qualità e per mantenere il livello di eccellenza che la caratterizza si affida a uno dei nostri più importanti parolieri, uno dei massimi poeti della canzone italiana, l’immancabile Cristiano Malgioglio, il quale confeziona per lei questo testo superbo: «Sono un serpente a sonagli e se mi tocchi tu ti tagli! Lama, oro blu, veleno sei tu! Sono un vulcano a cuore spento e se mi stanco io ti svendo, butto in aria via la mia carestia».

Marcella Bella – Nel mio cielo puro (1984)

Nel 1984, anno di Fotoromanza di Gianna Nannini e Self Control di Raf, Marcella Bella torna al Festivalbar e decide di mantenersi sulla linea ammiccante di Nell’aria (successo dell’estate precedente), ma di andare un passetto oltre, ma proprio uno uno: eccola quindi volare con la nuova Nel mio cielo puro e atterrare nel torbido più cupo. Il tema è sempre lo stesso, nulla di che, ma il capolavoro è il ritornello che le consegna a pieno merito il titolo di panterona dato che solo lei può permettersi di cantare: «Non dimenticare, ancora non ti ho fatto entrare nel mio cielo puro, oh oh. C’è un paradiso da scoprire dietro un velo nero, oh oh». La canzone viene opportunamente abbinata a un look fetish che oggi gli appassionati del genere possono ammirare nelle vetrine dei negozi specializzati di Berlino ovest, ma che nel 1984 lei porta in giro dando prova d’innata perizia… Le manca solo la benda sull’occhio e poi sarebbe perfetta, ammettiamolo.

Dhamm – Suoneremo ancora (1995)

Nel 1995 negli Stati Uniti si stava esaurendo il ciclone sferragliante del grunge che aveva spazzato via tutto il luccichio del’hair metal anni ’80 mentre noi avevamo i Dhamm, ovvero i cugini di campagna (nel senso dei parenti poveri che vivono nell’agro) dei Bon Jovi che cantano le canzoni scartate da Laura Pausini e si vestono come una tribute band sfigata dei Guns N’ Roses: un delirio, insomma. Certo, il Festivalbar ha la sua parte nel lanciare una tantum band destinate spesso all’oblio, ma merita menzione questo patrocinare il culmine (durato il tempo dell’estate ’95) della loro ben più lunga e non pervenuta carriera, quantomeno per la mise del cantante che, uno e trino, omaggia Axl Rose per la lunga chioma e gli shorts con pacco in bella vista, Little Tony per il giubbottino bianco a frange da outlet di periferia e la Rettore di fine anni 70 (no, Donatella aveva più classe, forse avete ragione). La canzone s’intitola minacciosamente Suoneremo ancora, ma la sorte stavolta ci è benigna e non riusciranno ad andare oltre le isterie delle fanciulle alla transenna, il tempo di un Sanremo sfortunato e poi il nulla.

Schola Cantorum – La montanara (1978)

Sul finire degli anni ’70 impazza la discomusic ed il Festivalbar nell’edizione 1978 ne offre ampia vetrina, senonché nel unòduè di una scaletta dal ritmo vertiginoso improvvisamente, zitti zitti, si imbucano quelli della Schola Cantorum, già con un piede sul baratro del burrone in termini di vendite e consensi. Lungi dal seguire le mode se non nel look (d’ordinanza, dato che, in quel periodo, i cantanti si agghindavano così anche per andare a far la spesa), i nostri decidono che siccome le mode passano e le tradizioni restano (e loro vogliono disperatamente restare), anziché puntare su qualcosa in linea con quel che si ascolta in quel periodo è meglio buttarla sull’usato garantito: i canti alpini! Quindi il gruppo ci mette del suo e getta una luce sinistra sulla serata del 1978 riciclando con evidente noncuranza il famoso canto del tempo che fu che evoca monti, boschi e valli, ma che stona lievemente con lo spirito frizzante dell’estate. In tutto questo, chi è tratto in inganno è il pubblico che li guarda attonito cercando di capire se sia tutto vero o se qualcuno li sta prendendo in giro, ma loro riescono a finire in tempo prima della sassaiola.

Eiffel 65 – Cosa resterà (in a song) (2002)

Vere star del Festivalbar, per gli Eiffel 65 la tragedia si compie quando gli astanti si scoprono in grado di capire quel che cantano: il niente. Il passaggio all’italiano, infatti, già impervio per molti fattori di rima, diviene un disastro allorché, come nel loro caso, si decidere di pescare qua e là titoli e/o frasi celebri di canzoni: probabilmente non sono mai stati abbastanza puniti per aver messo insieme la seguente accozzaglia «Acqua azzurra o alba chiara, nel blu dipinto di blu, cosa resterà, un centro di gravità… indifferente». Se il livello di molestia non bastasse il tutto viene intervallato da parole in inglese a caso e «su le mani» vari, nella convinzione che farà figo perché va bene così. Come da copione il tutto è condito con il sapiente “tunz tunz” che oggi fa molto palestraccia di periferia, ma che vent’anni fa andava assai di moda. Sì, eravamo combinati così nel 2002.

Enzo Iacchetti – Pippa di meno (1995)

Enzo Iacchetti, fresco del successo nazional-popolare grazie a Striscia la notizia, nel 1995 torna alla musica, sua prima grande passione. Per la ghiotta occasione ecco che riesuma la sua Pippa di meno di ben quattro anni prima (tanto non l’aveva ascoltata nessuno) remixata ad hoc da Albertino, all’epoca vero vate della musica “da ballare” che pontificava successi dall’alto del suo Deejay Time. Una canzone deliziosamente maranza, frizzante e leggera che durante l’esibizione al Festivalbar raggiunge l’apoteosi dell’imbarazzo: Enzo Iacchetti con un completo rubato dal set di Miami Vice e gli occhi spiritati si agita scomposto su un esuberante playback mentre canta di pippate imperiali, lamentandosi però che il suo amico non gliene ha lasciata nemmeno un po’ da provare; sì certo come no. Pinocchio.

Chrisma – Amore (1976)

Ovviamente anche all’Arena girano “cose” che oggi farebbero rizzare i capelli, mentre al tempo avevano un loro perché: è il caso dei Chrisma, cioè Maurizio Arcieri e Christina Moser prima della svolta elettronica e del cambio di nome in Krisma. Era solo il 1976 ma la loro new wave cibernetica dell’anno successivo sembra lontana galassie siderali, qui infatti li troviamo ancora come spavaldi esponenti nostrani del sexy sound lanciato da Donna Summer mentre canticchiano la loro Amore su accattivanti passi di danza. Inizialmente si resta abbastanza sgomenti, perché oggettivamente ci si chiede se ci sono o ci fanno, ma poi subentra la curiosità e si scopre che tra gli autori figura addirittura un mostro sacro come Vangelis (sotto lo pseudonimo Richard Broadbaker) e che quelli dietro sono gli Osibisa, pionieri della fusione tra musica africana, disco music e reggae. In ogni caso ci resta in testa il cicaleccio ipnotizzante di questa Amore. Da ascoltare con attenzione.

Los Locos – Macarena (1996)

Se la Lambada ha avuto il merito di aver sdoganato il latino-americano come ballo, inteso come arte da coltivare che i profani potevano ammirare senza necessariamente cimentarsi, nel 1996 questo equilibrio si spezza a causa della Macarena, perché chiunque potrà dire «Anche io sono capace» e provarci impunemente. Da allora la Macarena è il fastidio di una qualunque serata che viene improvvisamente interrotta allorché iniziano le prime note di questa mefistofelica canzoncina e tutti mollano quel che stanno facendo per correre come gli gnu nella savana a schierarsi e muoversi a comando. Un vero e proprio abbrutimento sociale in cui si avverte fortissimamente lo spartiacque tra i ragazzi che conoscono i passi di danza (venendo guardati con viva ammirazione dallo stuolo di donne che ricordano perfettamente tutte le mossette) e quelli che si rifiutano preferendo restare seduti a bere il loro mojito. La Macarena sconvolge il pianeta nell’estate 1996 grazie al duo spagnolo dei Los del Río, ma noi italiani facciamo di meglio ed ecco che nel nostro Paese arriva al successo anche una versione identica all’originale ma intonata dai terribili Los Locos, un duo che a dispetto del nome iberico e dei vestitini da carnevale di provincia arriva dalla meno esotica Vicenza. Un tarocco d’autore che moltiplica a dismisura il disagio.

Jo Squillo – O fortuna (1987)

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che ci piaccia vincere facile o che sia come sparare sulla Croce Rossa, ma Jo Squillo è come il panettone a Natale: ha un qualcosa di rassicurante. Scherzi a parte, negli anni ’80 Jo le ha provate davvero tutte per ottenere il successo come cantante di prima grandezza e il palco del Festivalbar l’ha ospitata ripetutamente quanto inspiegabilmente, perché tutto il suo girovagare lo ha fatto con più dischi stampati che venduti e senza l’ombra di un passaggio in radio. Indomita o folle che dir si voglia, al culmine di un delirio cosmico sfociato in una mezza via tra il “ci è o ci fa” e il “o la va o la spacca”, Jo Squillo non conosce limiti alla vergogna e nel 1987 si presenta al Festivalbar con la clamorosa rilettura dei Carmina Burana, buttati (ovviamente) su base dance tra strofe in latino e frasi in inglese con qualche mugolio come condimento. Tutto questo per la gioia del pubblico dell’Arena di Verona che vede concretizzarsi i propri incubi peggiori in questa tragicomica versione del capolavoro di Carl Orff che si colloca a pieno titolo tra le cose più estreme presentate da Vittorio Salvetti.

Fiorello – San Martino (1993)

Ho sempre avuto il dubbio se tra le cose più nefaste lasciateci in eredità dal Karaoke di Fiorello sia peggio l’ingombrante scatolone munito di microfono (con annessa smania che da allora ha dato sfogo alle pessime interpretazioni canore di amici e parenti) oppure lo stesso Rosario, del quale non ci siamo mai più liberati. Fiorello, infatti, si è dimenato per anni e con sua gioia entusiastica facendo ciò in cui era maestro, ovvero l’animatore di un villaggio vacanze e, incurante che la TV fosse tutt’altro, ha attinto a piene mani dal suo precedente repertorio spacciando per nuove robe già riciclate più volte in qualche hotel vista mare. In questa drammatica sequenza del più bieco rispolvero, non possono mancare le macchiette di canzoni rivisitate oppure, peggio (ma tanto siamo in vacanza, che ci frega?), le poesie messe sopra una base musicale. Ciò che in origine era ad uso e consumo dei vacanzieri capitati sotto le sue spumeggianti grinfie alla fine diventa un qualcosa di terribilmente tedioso, che però per qualche strana ragione passa in TV, discoteca, spiagge ed ovviamente al Festivalbar, che grazie a lui si trasforma nella celebrazione del pecoreccio poetico per eccellenza. Fiorello con al sua rilettura di San Martino di Giosuè Carducci va al primo posto delle bruttezze del nostro carrozzone estivo, che lui ha personificato per un decennio come cantante o presentatore, ma sempre divertendosi come un matto.

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