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Le 10 Nuove Proposte più singolari del Festival di Sanremo

Ogni anno al Festival di Sanremo si parla e riparla dei vari big della canzone, veri o presunti poco importa, ma nel chi c’è e chi non c’è pochi si soffermano su quel piccolo mondo che sono le Nuove Proposte. Ufficialmente nato nel 1984, quando si decise di separare con un muro i campioni dagli emergenti, il girone (dantesco) dei cosiddetti “nuovi”, pur cambiando spesso nome si è puntualmente abbattuto sull’Ariston con risultati a volte alternativi e altre volte di una noia pazzesca.

Vero e proprio mondo a sé e spesso bistrattato perché costretto a sfilare in orari assurdi, di certo più che i veri artisti emergenti (che infatti raramente ci han messo piede), ha rappresentato l’espressione di una sorta di Monopoli sanremese delle case discografiche, della serie: se ti porto un big mi devi piazzare un paio di giovani promesse.

Per carità, alcuni poi hanno avuto enorme successo (Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli, Laura Pausini, Carmen Consoli, Nek, Biagio Antonacci, Paola e Chiara, Marco Masini, Anna Oxa…), ma in generale si tratta di poveretti costretti allo sbaraglio, che spesso chinano la testa e acchiappano il brano affibbiatogli dal manager di turno incrociando le dita: esperimenti musicali in vitro destinati a esser bruciati forse per sempre e forse no, chi può dirlo? Un vero carrozzone nel carrozzone, da cui abbiamo pescato 15 prove singolari, esitanti, esilaranti… talvolta di livello oppure no, scegliete voi.

Giuseppe Sanna e Vittorio “Vikk” Papa

78 Bit – Fotografia (2002)

I 78 Bit piombano a Sanremo 2002 sotto la produzione di Mauro Pilato e Max Monti, quelli della famigerata Gam Gam del lontano 1994. Il gruppo é formato da baldi giovanotti che si piazzano davanti al microfono e, guardando fisso davanti a sé, suonano e cantano… tutti (si chiama par condicio). La loro Fotografia racconta un amore finito di cui rimane solo una fotografia appunto e che lui, anzi loro vorrebbero strappare (viene quindi il dubbio che la tipa si sia divertita parecchio con ognuno di loro). La prova non brilla né per originalità né tantomeno per esecuzione (il “funambolico” assolo di chitarra fa quasi tenerezza) perché i nostri Lùnapop fuori tempo massimo non è che semplicemente steccano, ma vanno ognuno per conto proprio. Sesto posto, per la cronaca.

Ice – Mama (1988)

Anche ai giovani viene dato incarico di portare le canzoni in lingua ed è il caso degli Ice, antesignani dei Tazenda, che però vestivano più dimessi. Il gruppo ha l’onere di cantare la prima canzone in lingua sarda nella storia del Festival di Sanremo, ma viene agghindato come degli Spandau Ballet dei poveri e mandati allo sbaraglio con un brano che di sardo (precisamente sassarese e non algherese, come sbaglia la Carlucci in stato di grazia) ha solo il testo e la firma (il cantautore nuorese Piero Marras), mentre tutto il resto, nome del gruppo compreso, sembra una banalissima canzone pop anglosassone a caso… bah. Comunque, Gabriella Carlucci è geniale e il video merita anche per capire come fossimo messi anni fa sotto questo profilo: prima gli chiede che vuol dire Mama (che forse vorrà dire mamma, direte voi), poi si sofferma sul nome del gruppo (inglese, ovviamente) che nemmeno ricorda e quindi rischia la terza guerra mondiale etichettando come dialetto il sardo. Eliminati… e di corsa.

Richter, Venturi e Murru – Mondorama (1984)

Dal pentolone dell’edizione 1984 esce anche questo singolare trio chiamato Richter, Venturi e Murru che ci propone Mondorama. L’oscuro nome nasconde Liliana Richter e Marcello Murru (entrambi coristi di Nada nel seminale album Smalto) assieme a Varo Venturi (quello che il commentatore Rai addita con estrema meraviglia «completamente privo di capelli», come se avesse visto un marziano). I tre sembrano arrivati sul palco dell’Ariston completamente a caso: su una base elettronica minimale cercano di rincorrere una melodia che non c’è, tra acuti spericolati e ginnastica vocale, con tanto di balalaika sintetizzata suonata con l’archetto (ovviamente in playback). Il testo non è meno delirante «Io, io, io precipito con te, solo io, io, io precipito con te, sulla terra tra la folla e resisterò oh, e resisterò oh. Alla guerra un giorno io resisterò, oh oh. E da un terrazzo al tramonto c’è questo film in mondorama e marinai in miniatura, scopri con me il mondorama». Contestualizzati nella metà degli anni ’80 non sono poi così male e la canzone nasconde pure il suo fascino… dopo l’iniziale impressione stravagante, ovviamente.

Maria Pia e i Superzoo – Tre fragole (2003)

Per qualche ragione ignota quattro metallari alle prime armi grazie a un varco spazio-temporale nella loro sala prove in provincia di Foggia vengono catapultati direttamente sul palco del Festival di Sanremo dove cercano di fare del loro meglio per non sfigurare, fallendo miseramente. Alla voce troviamo Maria Pia Pizzolla che qualcuno ricorderà come concorrente della prima edizione (2001/2002) di Amici di Maria De Filippi, quando si chiamava ancora Saranno famosi. Un rock dal sapore medio-orientale vero come l’Arbre Magique alla fragranza “brezza di Mykonos” (vi giuro che esiste), accompagnato da un testo che parla dei soliti problemi di cuore (e ti pareva?) che in pochi hanno capito, così come la scelta stilistica della voce che voleva essere un misto tra la musica indiana e i Cranberries. Il risultato è quello di un’adolescente posseduta da Satana che singhiozza dopo una delusione amorosa. 

Aeroplanitaliani – Zitti zitti (il silenzio è d’oro) (1992)

Quandi si parla di rap a Sanremo tutti citano i Sottotono nel 2001, o i più eruditi ripescano quella ciofeca di Mikimix nel 1997 (cioé un imbarazzante e imbarazzato Caparezza prima di essere Caparezza) e mai nessuno che ricordi gli Aeroplanitaliani che, guidati da Alessio Bertallot, arrivarono al Festival del 1992 con la loro Zitti zitti (il silenzio è d’oro): un rap grezzo a metà con lo spoken word, ma comunque una bella ventata d’aria fresca. Troppe novità in effetti, e dopo una sola esibizione furono bocciati e non ammessi in finale anche se la canzone fu un successo in radio. Se tutto questo non bastasse il motivo di fama imperitura furono quei lunghissimi 26 secondi di silenzio nel bel mezzo del brano con il pubblico in sala smarrito a chiedersi se per caso si fosse addormentato e quello a casa a cercare di alzare compulsivamente il volume del televisore. Incompresi.

Sergio Laccone – Sbandamenti (1990)

Il giovane Sergio Laccone se la balla e canta, anzi se la balla fin da prima di acchiappare il microfono, cercando di nascondere il testo totalmente insensato, arrivando ad aggirarsi con finto fare divertito tra gli scogli dell’orchestra (per qualche ragione al Festival di Sanremo del 1990 si pensò bene di piazzare gli orchestrali tra dei finti scogli di cartapesta) rischiando qualche gomitata dei musicisti molto meno divertiti. Forse coltivando la speranza di essere reclutato tra le fila dei Kaoma (quelli della Lambada, che quell’anno erano presenti come ospiti). Viene da chiedersi se gli abbiano puntato la pistola per cantare una roba del genere o per ballarla, quel che è certo è che devono per forza averlo minacciato. Eliminato (appena avete visto la Carlucci tagliare la corda lo avete intuito, dite la verità…).

Miani – Ribelle su questa terra (1986)

Nel 1986 torna a Sanremo (Giovanni) Miani, che l’anno precedente con Me ne andrò si era piazzato al secondo posto del girone quindi con la nuova Ribelle su questa terra spera in un buon risultato. Pettinato come Simon Le Bon di Torrevecchia e tirato a lucido come manco Little Tony a fine anni ’80, il nostro canta e balla la sua libertà e anzi la sua ribellione alla bella amata: «Ribelli ad ogni costo! Rischiamo la notte insieme. Il nostro tempo è una trappola. Voglio uscire adesso con te» (tutta sta menata per dirle che vuole uscire con lei è solo il segno dei tempi: negli anni ’60, Gianni Morandi le gridava di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte). Quello che appare meno chiaro è il perché tutto il testo sia puntellato da un «relax» in odor di Frankie Goes to Hollywood. Comunque, Miani è semplicemente delizioso perché alla mimica (tipica dell’indemoniato che incontra il sacerdote), unisce passetti di danza e urletti presi dal manuale “Michael Jackson per i poveri”, ottime comunque per uso e consumo del pubblico di pupe sbarazzine, se non fosse che a una certa sbarra gli occhi e sfodera un falsetto tale che sembra imitare Ornella Vanoni. Unico e ovviamente eliminatissimo.

Dario Gai – Sorelle d’Italia (1991)

Chiaramente anche i giovani danno scandalo, mi sembra evidente. Tuttavia Dario Gai nel 1991 riesce nell’impresa di destare l’indignazione dei camionisti che, attraverso i propri sindacati, chiedono il ritiro della canzone dalla gara! In fondo era anche prevedibile perché la categoria non ne esce molto ben dipinta «Camionisti d’Italia parcheggiamo copiosi / fin dall’anti-vigilia dell’apoteosi. Camionisti d’Italia le ameremo fra i rami / c’è Mariù con Amalia dimmi che mi brami». In questo delirio di parcheggi ovviamente i nostri conducenti non è che fermino a caso… perché c’è pasticcio nel pasticcio. Infatti nulla quaestio si racconta di queste «signore che saltano sul cuore ma che non fanno rima con amore, accendendo l’umore. Evviva le signore delle serate scure regine indiscutibili un po’ amare, ma che sanno scaldare poi ci lasceranno riposare», ma la vicenda si complica quando si scopre che le mete tanto ambite sono «donne a metà» e «piene di sorprese», dalle «voci scure»… Eliminato (a furor di popolo).

Leo Leandro – Caramella (1993)

Probabilmente stralunati da quel minestrone sanremese che fu il 1993, tra la svolta religiosa di Renato Zero, l’inedita accoppiata Mia Martini e Loredana Bertè e l’appiccicosa La solitudine che lanciò la carriera di Laura Pausini nessuno si accorse di Caramella, pruriginosa canzone dello sconosciuto Leo Leandro, al secolo Leopoldo D’Angelo, promettente ventiquattrenne anche se dimostrava almeno il doppio degli anni. Mettiamoci poi un look da maniaco dei giardinetti ed ecco che la canzone assume un tono sinistro visto che il nostro canta di come tenta di adescare una sedicenne al bar per portarsela a letto con la scusa dei dolcetti. Se tutto questo non bastasse è giusto ricordare l’infallibile ritornello: «Caramella all’albicocca, guarda che bocca / caramella alla mora, guarda che bona / caramella stammi stretta, ma quanta frutta / ti chiedo un bacio e ti fai brutta / caramella alla pera, che merendera / caramella anche alla mela, che seno a pera / vieni a casa mia stasera / ma vieni sola, mi ridi in faccia e scappi via». Chicca finale, il mini assolo di oboe che esce sbagliato per la troppa emozione. Eliminazione alla prima serata.

Maria Grazia Impero – Tu con la mia amica (1993)

Primo posto indiscutibile alla nostra amatissima Maria Grazia Impero con la sua Tu con la mia amica, che è come il panettone a Natale: un classico intramontabile. A lei la palma della migliore in assoluto, come interpretazione, movimento del bacino e cappello da cowboy: Maria Grazia resterà per sempre nei nostri cuori, anche in termini di semplicità e ironia, perché lei per prima ha avuto modo via social di tornare sulla performance, raccontando di come si sia trovata costretta a una cosa del genere dal suo manager Enrico Riccardi.

  1. “L’oscuro nome nasconde Liliana Richter e Marcello Murru (entrambi coristi di Nada nel seminale album Smalto) assieme a Varo Venturi (quello che il commentatore Rai addita con estrema meraviglia «completamente privo di capelli», come se avesse visto un marziano)”

    In realtà quello senza capelli è Marcello Murru

  2. Oh io ero sicuro di trovare l’immenso Alessio Bonomo con La Croce, sanremo 2000.
    Mai dimenticherò quando lo vedemmo in diretta io ed i miei coinquilini.

  3. Ho trovato l’articolo molto carino,mi ha fatto sorridere grazie infinite per “l’amatissima” e grazie anche per il primo posto assegnato,nel bene o nel male l’importante è non essere mai ultimi

  4. Il dialetto algherese non esiste…ad Alghero si parla catalano, ed è incomprensibile o quasi nel sud Sardegna.

    1. Immagino Giuseppe Sanna abbia invertito i termini della questione: i componenti degli Ice non erano di Alghero, ma di Sassari. Ad Alghero era nata Gabriella Carlucci.
      In ogni caso la canzone è di Piero Marras, e quindi il testo dovrebbe essere in nuorese, la sua città, non in sassarese; sempre sardo è, ma varianti diverse.

      Non è nemmeno vero al 100 % che gli Ice vennero mandati allo sbaraglio, perché nel 1987 avevano partecipato al festival di Castrocaro con Mere manna, arrivando primi a pari merito.

  5. Due piccole precisazioni:

    «Ufficialmente nato nel 1984, quando si decise di separare con un muro i campioni dagli emergenti, il girone (dantesco) dei cosiddetti “nuovi”, pur cambiando spesso nome si è puntualmente abbattuto sull’Ariston con risultati a volte alternativi e altre volte di una noia pazzesca».

    In realtà per due volte la categoria è stata soppressa: nel 2004, a causa del boicottaggio delle case discografiche c’erano quasi solo sconosciuti, e nel 2019, con una discutibile scelta del direttore artistico Claudio Baglioni.

    «Vero e proprio mondo a sé e spesso bistrattato perché costretto a sfilare in orari assurdi, di certo più che i veri artisti emergenti (che infatti raramente ci han messo piede)»

    E il bello che la categoria “emergenti” c’è stata davvero, incastrata fra le nuove proposte e i campioni: nel 1989. Anche se a guardare i nomi molti sostenevano che sarebbe stato meglio chiamarli “affondanti”. 🙂

    Il motivo per cui si decise di creare due categorie ognuna col proprio vincitore è facilmente intuibile: le giurie premiano ad occhi chiusi i giovani alle prime armi e snobbano le vecchie glorie in cerca di un rilancio, e forse non hanno nemmeno tutti i torti. Dopo la vittoria assegnata a Gilda (1975), Mino Vergnaghi (1980) e Tiziana Rivale (1983), che dovevano essere il nuovo che avanza e invece non erano nulla, l’organizzazione ha pensato bene di evitare di coprirsi di ridicolo istituendo nei fatti due gare indipendenti.

    1. Tra l’altro, categoria “Emergenti” inventata ad hoc nel 1989 (e subito dopo abolita), si vociferava, solo per far vincere finalmente il festival a Paola Turci che all’epoca era la protègè dalla stampa (nell’89 vincerà anche il terzo premio della critica consecutivo) ma che non era mai riuscita a trionfare tra le “Nuove proposte” …

      1. Ah, questi piccoli retroscena non li sapevo.
        Non capisco tutto questo sforzo per vincere al festival, nei primi 30 anni era ovviamente diverso, ma in seguito s’è visto che aveva più possibilità di carriera chi arrivava ultimo, nel 1989 era già così.

  6. Varo Venturi del trio “Richter, Venturi e Murru” si è poi dato alla regia cinematografica, con il film “6 giorni sulla terra”.

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