Cecilia Polizzi Les Biches Le CerbiatteNello svariato universo dell’orgasmo music (o delle orgasmo song, come preferite), che fiorì soprattutto in Italia, vi è inevitabilmente anche un filone che narra esperienze omoerotiche; tutto questo in un Paese in cui l’omosessualità maschile (in musica così come al cinema) ha avuto sempre una rappresentazione a dir poco macchiettistica e infarcita di cliché, per non dire semplicemente offensiva che va da quella degli oscuri stornellacci da osteria tipo La ballata del finocchio o I frocioni, fino alla curiosa orgasmo song gay di Timothy e Luca, per arrivare alla moderna visione di Povia (senza contare poi il sotto-sotto-filone sul travestismo tipo Tommi di Gianni Greco).

Tutto questo mentre l’omosessualità femminile rimaneva poco sondata, più un mistero che un tabù, in quanto come ricorda il nostro Fabio Casagrande Napolin autore di un intero saggio sulle orgasmo song «In Italia, per decreto regio, non esistono lesbiche» vigendo ancora la credenza che le donne non lo fossero, per vergogna culturale e non solo nel rappresentarle.

Cecilia Polizzi Les Biches Le Cerbiatte
Cecilia Polizzi

Un tabù o forse semplicemente un fenomeno mai facilmente inquadrabile nell’Italia dell’epoca in cui furono davvero molto sporadiche le produzioni musicali (erotiche e non solo) a tema lesbico, preferendo sempre far fare il lavoro sporco ai francesi prima con Femmes di Nathalie e Christine e poi con Viens di Virginie e Barbara, in cui una giovane veniva introdotta con la forza all’amore omoerotico in maniera ben diversa da quello che si può desumere sia avvenuto ascoltando Le cerbiatte.

Il singolo di Cecilia Polizzi rappresenta un caso ancora più raro di orgasmo song al femminile, che ha la non banale differenza di non scadere nel ridicolo né presentare facili morbosità, preferendo regalare una rappresentazione credibile, quasi psicologica e sicuramente meno stereotipata dell’amore saffico.

Il titolo di Les biches (Le cerbiatte) viene da un bel film di dieci anni prima diretto da Claude Chabrol, un perfetto incrocio tra dramma erotico alla francese e giallo italiano, in cui all’ombra dei mutamenti di un ormai incombente ’68 parigino una ricca borghese si innamora di una ragazza che disegna coi gessetti delle cerbiatte, nomignolo che veniva anche dato alle donne omosessuali, coinvolgendola poi in uno strano e inaspettato gioco a tre con un uomo che culminerà in maniera inquietante e ambigua (ma ovviamente soprattutto tragica).

La canzone si limita a riprendere dal film solo il titolo e il taglio omoerotico, oltre che una certa atmosfera raffinata; su questi presupposti originali e inediti il brano si mostra non poco scottante e sconvolgente da un punto di vista culturale. Non c’è volgarità né facili rappresetazioni squallide, ma un classico monologo parlato pieno di gemiti quanto di fortissima carica erotica; tutto questo su un’immancabile base gainsbourghiana languida e sognante in cui la protagonista ammette di amare un’altra donna realmente e non come semplice avventura per la mancanza di un uomo, oltre che per le metafore ardite per l’epoca che vanno concludendosi con un suggerito cunnilingus per climax.

Raggiunto il climax a seguire abbiamo la Ninna nanna di Saffo sul lato B che dipinge il quadretto del riposo post orgasmico delle due “cerbiatte”. Mentre la protagonista osserva la giovane amante dormirle a fianco nello stesso stile pomposo, ma allo stesso tempo verosimile come sul lato A, arriva un’ulteriore riflessione sulla dignità dell’amore lesbico e la paura di perdere da un momento all’altro l’amata a causa dei pregiudizi di un mondo che non le comprende.

Dalla narrazione emerge tutta la classe e la maestria di Cecilia Polizzi, un’attrice teatrale cresciuta sulle opere dannunziane e dei tragici greci con qualche apparizione in sceneggiati televisivi e una manciata di ruoli cinematografici in veste di caratterista, tra classici (La proprietà non è più un furto del 1973 di Elio Petri), film forse più bistrattati di quanto dovrebbero (…E tanta paura del 1976 di Paolo Cavara) e commedie sexy (Tanto va la gatta al lardo… del 1978 di Vittorio Sindoni). L’ultima pellicola fu la poco fortunata commedia di Sergo Corbucci Bello mio, bellezza mia del 1982 prima di cadere nell’oblio a seguito di un arresto per presunta estorsione nella prima metà degli anni Ottanta, una vicenda giudiziaria che la vedrà completamente scagionata ma che danneggiò irrimediabilmente la sua carriera e, onestamente, non ci sorprenderebbe se anche questo coraggioso 45 giri abbia contribuito alla sua emarginazione artistica.

Un’artista coraggiosa del nostro paese che col suo carisma e il suo fascino avrebbe meritato sicuramente maggiore fortuna.

Domenico Francesco Cirillo
Studente di Antropologia ed amante dell'eccezione, dell'eccentricità e di tutto ciò che possa definirsi fuori dalla norma. Ricercatore, con un occhio occasionale per il macabro, di ogni tipo di stranezza artistica del passato (e non) con il debole per l'arte realizzata da non-artisti, bambini, criminali, malati mentali. Lettore accanito bibliomane/bibliofilo appassionato di b-movies d'epoca, rock'n' roll anni '50, psichedelia, jazz, occultismo e beat generation.

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