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The Beatles (serie animata, 1965-1967)

La dimenticata e controversa serie animata basata sulle canzoni dei Beatles

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A metà anni ’60 la Beatlemania aveva conquistato tutto il globo trasformando i Beatles in un fenomeno che trascendeva il mero aspetto musicale. Riviste (di settore e non), show televisivi e radiofonici, addirittura un paio di film di successo (A Hard Day’s Night e Help!) sino a una serie animata per bambini con protagonisti i quattro capelloni più amati del mondo. Dietro questa idea non ci poteva essere se non quel volpone di Al Brodax, uno che aveva fatto dell’animazione il suo mestiere con produzioni divenute classici negli Stati Uniti e non solo (Popeye, Casper e Krazy Kat).

Folgorato come tanti dopo l’apparizione dei quattro all’Ed Sullivan Show all’inizio del 1964, decise di approcciare il manager della band Brian Epstein che diede il benestare per la realizzazione di questo progetto innovativo per l’epoca, che vedeva una rock band nei panni dei personaggi buoni quando l’immagine sociale e mediatica dell’epoca era quella di brutti sporchi, drogati, capelloni e cattivi. In fondo bastava appiccicare il nome/marchio dei Beatles su ogni cosa per garantirne il successo (o quasi).

Così, in tempi abbastanza celeri a causa delle pressioni della casa di produzione (il network americano ABC) e di un budget forse non così adeguato per creare un’intera serie animata, vennero realizzati ventisei episodi animati da Ron Campbell (noto all’epoca per il lavoro su Krazy Kat e che successivamente si occuperà di Yellow Submarine prima di diventare un caposaldo della scuderia di Hanna-Barbera) che avrebbero costituito la prima stagione. In tutto questo i Beatles, tra dischi, prove, tour, film e apparizioni televisive non ebbero nulla a che fare con il cartone animato, se non per le loro canzoni che vennero utilizzate nei vari episodi.

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I Beatles nel 1965 mentre promuovevano il cartone animato

I quattro vennero rappresentati con il loro celebre look degli inizi in abito e capelli corti a caschetto, ma ognuno con una spiccata personalità: John il leader carismatico e combinaguai, Paul il più intelligente e raffinato, George timido e gentile con Ringo vero e proprio burlone scemo del gruppo che ricorda molto da vicino Pippo con la sua propria risata caratteristica e qualche «ye!» a caso.

Il vero problema fu il doppiaggio, per il quale vennero ingaggiati l’attore comico britannico Lance Percival per le voci di Paul e Ringo mentre l’americano Paul Frees, già voce in numerosi cartoni della Disney, per quello di John e George. Fin qui nulla di male, il pasticcio si realizzò quando per rendere le voci dei personaggi più adatte al pubblico americano venne deciso che l’americano Frees avrebbe tentato di simulare un accento British (con inflessione liverpooliana), mentre all’inglese Percival toccava tentare di assumere una parlata più aperta, realizzando ciò che gli americani avrebbero potuto pensare suonasse come un accento britannico.

Risultò così che la parlata di George suonava forzata e sopra le righe, Paul sembrava una presa in giro del popolo inglese, John ricordava un texano che si era perso nel nord dell’Inghilterra e Ringo una strana commistione tra l’intonazione redneck e il tipico accento scouse di Liverpool.

Ovviamente il risultato lasciò tutti basiti, tanto che per questa parlata ritenuta imbarazzante la serie non approdò sulle reti di sua Maestà prima degli anni ’80 anche perché i Beatles per primi ripudiarono il risultato finale, seppur a quanto pare lo rivalutarono parzialmente molti anni dopo grazie al fattore nostalgia capace di rendere tutto (o quasi) più bello.

In America invece sin dal primo episodio trasmesso dalla ABC il 25 settembre del 1965 la prima serie fu un successo enorme, registrando ascolti record e trovando molti riscontri positivi di critica e pubblico, nonostante i disegni con diverse imperfezioni nel tratto e qualche occasionale errore di animazione.

La prima serie, trasmessa rigorosamente il sabato mattina per i più piccoli, ha ben ventisei episodi, ognuno composto da due diverse sottotrame ispirate alle canzoni dei Beatles, oltre a un intervallo presentato ogni volta da un componente della band in cui si cantava tutti insieme uno dei loro successi con tanto di parole in sovraimpressione.

La monotonia regna sovrana, ripetendo la stessa formula, gli stessi disegni e le stesse sequenze statiche all’infinito, senza contare un’animazione spesso primitiva persino per i gli anni ’30. A sopperire la mancanza di mezzi c’è quantomeno una forte dose di bizzarra e di spassosa fantasia resa possibile da abili sceneggiatori tra cui Dennis Marks (non accreditato – che successivamente lavorerà per le serie Spider Man, The Incredible Hulk e The Transformers) e il fumettista Jack Mendelsohn (che lavorerà anche al film Yellow Submarine e a fine anni ’80 alla serie animata delle Teenage Mutant Ninja Turtles) che catapultano i quattro protagonisti nelle situazioni più disparate: castelli infestati, rodei, giungle, laboratori di scienziati pazzi, riserve indiane o varie avventure e disavventure in giro per il mondo tra cui anche l’Italia con tanto di crollo accidentale del Colosseo.

Vista la grande popolarità della serie animata si realizzò così un’ulteriore stagione di soli sette episodi ancora più dinamica e animata leggermente meglio (non che ci volesse molto) che bissò il successo. La novità più importante sono però le canzoni dei Beatles, vero motore dello show che, abbandonato il repertorio dei tradizionali temi amorosi, erano entrati in una fase più autoriale con primi accenni psichedelici. Di conseguenza le storie sono più suggestive come ed esempio l’episodio di Day Tripper che riesce a mascherare abilmente i sottotesti sessuali e i riferimenti alla droga mostrandoci un’affascinante e misteriosa ragazza che conduce i quattro su un pianeta abitato da mostriciattoli.

Nel 1967 arrivò la terza serie proprio a ridosso dell’estate dell’amore e del periodo lisergico della band che avrebbe pubblicato a breve Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band seguito dal folle lungometraggio Magical Mystery Tour. Il cartone animato non poteva non risentire di questo cambio culturale anche se il look dei Beatles rimase stranamente lo stesso degli esordi; il risultato è un piccolo capolavoro dell’animazione tra riferimenti culturali pop come l’agente O-O (non un numero ma i sospiri che suscita tra le donne) James Blond e i tocchi più british e barocchi dell’episodio Penny Lane o il bellissimo segmento di Strawberry Fields con i quettro che letteralmente danno colore ai bambini di un orfanotrofio attraverso la loro musica in un grande piccolo scorcio di poesia audio-visiva.

Furono realizzati solo sei episodi perché il cartone animato aveva ormai iniziato a perdere spettatori, questo sia per l’aggravarsi della guerra in Vietnam che portò le reti TV a puntare su storie di supereroi (esplodono qui le varie serie animate degli eroi della Marvel) sia per la maturità artistica raggiunta dai Beatles con testi e immagine sempre meno adatti ai bambini. Le repliche del cartone animato rimasero comunque in onda sulle reti americane sino allo scioglimento della band nel 1969.

Nonostante il successo dell’epoca, il recupero di tutto il catalogo dei Beatles (chiacchere in studio comprese) e l’acquisizione dei diritti da parte della Apple Corporation nei primi anni ’90 queste serie animate sono rimaste nel cassetto circolando solo attraverso bootleg di bassa qualità che permettono comunque di intravedere la magnificenza dei colori e di questi spassosi episodi. Una storia talmente lunga, travagliata e piena di aneddoti da venire raccolta in un intero libro intitolato Beatletoons: The Real Story Behind The Cartoon Beatles di Mitchell Axelrod.

Un capitolo ancora troppo poco noto anche tra molti fan dei Beatles stessi e spesso divenuta in maniera forse un po’ esagerata oggetto di derisione sulla qualità dei disegni, delle animazioni o delle situazioni bizzarre ma degna di essere riscoperta e, per quanto merita, rivalutata.

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