È duro: la parodia sconcia di Azzurro

Quello degli stornellacci è un genere tanto di nicchia quanto di culto nel panorama musicale italiano. Si tratta di canzoni pirata che affrontano temi proibiti, quasi sempre a sfondo sessuale, in maniera esageratamente greve con l’intento di far ridere o talvolta di eccitare l’ascoltatore. Il risultato è talmente camp che di sicuro non infervorano gli appetiti sessuali però in effetti fanno ridere, ma per il motivo sbagliato.

Questi gioiellini nascosti erano prodotti perlopiù negli anni ’60 da piccole etichette indipendenti il cui anonimato era reso necessario (così come per gli autori e per gli interpreti dei brani) dal fatto che fosse considerato illegale (e immorale) pubblicare materiale audiovisivo pornografico. Il risultato era che questi dischi circolavano sottobanco (letteralmente) in pochissimi coraggiosi negozi di dischi, alimentando ulteriormente il passaparola sotterraneo.

La stessa sorte toccherà ai dischi degli Squallor negli anni ’70, considerati troppo sboccati per essere messi in vetrina ma che ciononostante vendevano centinaia di migliaia di copie. Per intenderci, gli stornellacci sono l’equivalente anni ’60 dei video stupidi a sfondo sessuale che vi mandate nella chat Whatsapp degli amici del calcetto, ma con la patina del tempo che contribuisce a renderli avvincenti o quantomeno rilevanti storicamente. Se la foto del nero di Whatsapp di cinque anni fa vi sembra datata, provate a immaginare come può essere invecchiato uno stornello che parla di scopate negli anni ’60.

Normalmente gli stornellacci erano brani originali inediti, sebbene di scarsissima qualità di esecuzione e di registrazione, per non parlare delle dozzinali illustrazioni sulle copertine. Abbiamo già parlato di capolavori come Finalmente ho comprato l’uccello, Solo un buco (che addirittura contiene una bestemmia), Pepito l’envertido e dei due capisaldi a tema gay: La ballata del finocchio e I frocioni.

La canzone che vi presentiamo oggi però ha due peculiarità che la distinguono dagli altri stornellacci: è la parodia, caso raro per il genere, ed è anche una instant song, nel senso che è stata pubblicata nel 1968, pochissimo tempo dopo l’originale. In questo caso parliamo di È duro, parodia zozza di Azzurro, scritta da Paolo Conte e incisa nello stesso anno da Adriano Celentano.

Come è facile immaginare il testo è un concentrato di sconcerie che girano intorno al turgore del membro del protagonista, su una base che è la brutta copia della musica di Azzurro ma in versione da balera dei poveri. Eppure, in uno slancio di preveggenza inconsapevole, la voce dell’interprete (un misterioso Ettore), che vorrebbe imitare Adriano Celentano, ma sembra più un’imitazione di Paolo Conte ubriaco, che in effetti farà una sua versione del brano solo nel 1985 nel suo primo album dal vivo Concerti.

Rispetto ad altri esempi di stornellacci qui le volgarità non sono poi tante: cazzo, chiavare, tette, puttana e poco altro. Per misteriosi motivi ad esempio i palesi riferimenti al sesso orale e all’eiaculazione sono espressi con termini come «leccatine» e «manna del paradiso» o anche quando sul finale si conclude con un rapporto anale viene utilizzato «la incanguro» per pura assonanza.  

In realtà È duro (che in altre ristampe troviamo con il titolo, forse più azzeccato, di Più duro) è il lato B de La bombola, ovvia (e meno rilevante) parodia istantanea cantata dalla misteriosa Diana di La bambola di Patty Pravo, anch’essa uscita nel 1968. Qui, la scelta dei termini è più diretta senza tanti giri di parole: la protagonista veste i panni di una prostituta che sottolinea come, anche se le case chiuse non ci fossero più, l’attività continuasse imperterrita: «han buttato giù i casini, ma continuano i pompini». Seguono amenità varie come «ti farò veder le stelle, ti farò svuotar le palle» o «tanto siamo tutte puttane, alzan tutte le sottane».

Come sempre poco o niente si sa sull’etichetta La. Pi. Di anche perché come già accennato parliamo di dischi che venivano venduti sottobanco e non potevano essere riprodotti nei locali pubblici né in presenza di minori di 18 anni. La cosa ci fa un po’ sorridere se pensiamo al livello di camp di questa registrazione, che come spesso accade in questi casi non é né simpatica né eccitante ma con la sua naiveté ci restituisce un pezzo di storia nascosta della nostra Italietta.

È duro

Mi fa prurito tutto l’anno, con questo affanno non posso star
cerco un amore un po’ diverso di quel che faccio buttato là
mi bevo l’amido di sera, viva chi spera che durerà.

Più duro, è duraturo se ha l’andazzo al cazzo su e giù
per fare che questo amor libidinoso piaccia di più
e allora puoi stare certo che io vengo, vengo, vengo perché
io muoio dal desiderio e dalla voglia di chiavar per tre.

Passo una mano sulle tette e piano piano vado più giù
quasi contemporaneamente l’uccello stanco si tira su
giungo felice al paradiso con un sorriso spingo di più.

Più duro, è come il muro questo fungo ma per goder
preludio di leccatine delicate e mani al seder
infatti mi fa provare tanto amore e verso a volontà
la manna del paradiso che a bicchierini lentamente va.

Fare l’amor non è peccato, dice un proverbio di anni fa
se la puttana che hai trovato si dona nuda con voluttà
prende la mazza con dolcezza, se l’accarezza e lo mette là.

Più duro, dice l’Arturo la “incanguro” quindi perché
la festa non può durare almeno un’ora pure per me
io sono molto curioso e questa volta voglio, voglio veder
se duro rimane a lungo se io percorro la via del seder.

Duro, dice l’Arturo la “incanguro” quindi perché
la festa non può durare almeno un’ora pure per me.