depesce cartavetroDepesce. No, non si tratta di un meraviglioso refuso della band synthpop per antonomasia. Esiste un duo che si ispira alle sonorità dei sintetizzatori degli anni ’80 (ma anche ad altro) e che ha meritatamente raggiunto la popolarità nel 2008 con la partecipazione al Festival di San Jimmy, kermesse musicale organizzata dallo Zoo di 105 e definita dalla stessa trasmissine radiofonica «il vero festival della musica». L’evento è contraddistinto dallo spirito faceto e si configura come come un antifestival di Sanremo, tra cantanti fittizi, canzoni surreali e interpretazioni assurde. I prerequisiti per potervi partecipare fanno intuire il tipo di pezzi proposti: «se hai un gruppo di merda, canti da schifo, hai scritto una canzone che fa schifo pure a te, perfetto, mandacela e partecipa al Festival di San Jimmy». Abbiamo ragione di credere che anche la giuria e gli ascoltatori a cui è affidata l’ardua sentenza si contrappongano nettamente al rigido grigiore degli impettiti dirigenti della Rai.

Come già ribadito in passato il brutto fatto apposta non ci interessa, ma nel 2008, anno d’esordio del Festival di San Jimmy, parteciparono anche i Depesce che sfoderano una perla di synth-pop nostrano forse persino superiore a Secret Love dei Golden Age (gruppo di spiccata ispirazione Depeche Mode in cui militavano Morgan e Andy prima di fondare i Bluvertigo poco tempo dopo). Se i Golden Age si prendevano sul serio i Depesce sono seriamente degli allegri cazzoni. Il duo, composto, guarda un po’, da due speaker dello Zoo di 105, Fabio Alisei e Wender, inaugura la propria serie di successi musicali dedicando una canzone alla carta vetrata, Cartavetro appunto. Negli anni successivi rinnoveranno la propria presenza alla manifestazione con altre chicche come Leroy Merlin, Esse Lunghissima e più recentemente con Invecchiare male.

L’intro incalzante di Cartavetro è una commistione tra synth-pop, italo disco à la Sandy Marton e spastici videogiochi anni ’80. Il video, essenziale, spartano e a bassa definizione, è una sorta di clip promozionale e dimostrativa sulle proprietà della grande protagonista della canzone. Di primo acchito sembra quasi uno di quei filmati casalinghi anni ‘80 mandati in onda in loop nei negozi di ferramenta, ma piano piano si scopre che c’è molto di più. «È facile, è fissile, è utile», pronuncia asetticamente e con voce gutturale un ragazzotto dagli occhi stralunati, che è poi Fabio Alisei. È proprio lui, passo passo, a narrarci e a mostrarci altre meraviglie dell’oggetto («È logica, è comica, è (e)rotica»). È davvero un oggetto da cui non potrete mai separarvi (anche se questa storia della fissilità non è del tutto chiara, ma non importa). Si ricorre all’allitterazione per continuare questa vaga quanto bislacca umanizzazione della carta vetro («È stupida, è umida, è comoda»).

Con prepotenza irrompe il ritornello, in cui fa capolino un sobrio e distante riff di chitarra e si crea un’atmosfera sospesa. Ciliegina sulla torta dei meravigliosi coretti stile Franco Battiato giusto per non farsi mancare proprio nulla: «Con la carta vetro / grattugio mobili / non mi tiro indietro / c’ho i parenti nobili».

depesce cartavetro
Da sinistra: Wender (Vincenzo Giannatempo) e Fabio Alisei

Si enumerano con orgoglio le grandi doti della carta vetro, di cui ci si arma quasi come un eroe di un poema epico-cavalleresco (attenzione, nobile) in procinto di compiere gesta quasi impossibili, come quella di levigare mobili con un modesto frammento di carta vetrata (un lavoraccio), ma si aspira a un obiettivo ben più grande: trasformare isole. Quest’immagine surreale conclude il ritornello e cede il passo alla seconda strofa, in cui si millantano altri portentosi segreti e misteri del nuovo elemento principe del carpentiere («È ruvida, è morbida, è sapida»). Le grandi cose recano in sé le più impenetrabili contraddizioni. E voilà, la carta vetro si può anche assaggiare.

Però improvvisamente sembra che si sfati il mito effimero durante il secondo ritornello. Fabio dialoga con un tizio nascosto dietro una porta (Wender) e si insinua forse qualche dubbio sulla praticità della carta vetro («Se c’avevo una pialla, facevo prima»). Ciononostante il pezzo si conclude con il nostro Fabio Alisei che fa nuovamente l’inventario di tutte le qualità della carta vetro, a cui è davvero impossibile rinunciare.

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