claudio villa sanremo

10 imbucati illustri al Festival di Sanremo

L’imbucato è quel favoloso animale sociale che con estrema indifferenza e noncuranza troneggia dove meno te lo aspetti: dalle assemblee di condominio ai consigli comunali, dalle cene tra amici ai matrimoni e perché no, anche ai funerali o alle comunioni.

Questo “tiziocaiosempronioepoiunochenonricordo” esiste ovviamente anche al Festival di Sanremo, che è pur sempre specchio del nostro Paese: stai guardando il festival quando ecco che spunta il personaggio di turno di cui avevi perso memoria e invece… Zacchete!

Tra le decine (di decine) di imbucati che hanno cantato in Riviera, dai tempi del Casinò all’Ariston, ne abbiamo scelti dieci: una piccola selezione, ma significativa.

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Michele Zarrillo – Mani nelle mani (2017)

Quando Carlo Conti dichiarò di esser stato costretto ad alzare il numero di partecipanti da 20 a 22, tutti si chiesero di chi fosse la pistola che si trovò puntata alla tempia… Perché 20 in gara erano già troppi e 22 “stroppiano” davvero. Comunque, Michele Zarrillo torna a Sanremo nel 2017 con la pistola nella fondina, ma lo fa in un momento di grande rinnovo del Festival, mentre lui non s’è mai rinnovato neppure nei tempi migliori, figurarsi ora che deve rappresentare semplicemente se stesso: quindi, senza che nessuno ne sentisse il bisogno, canta una sua solita canzone, roba che sa di vecchio, e se ne va, con la certezza che prima o poi riapparirà all’Ariston.

Fiordaliso – Accidenti a te (2002)

Quel giorno in conferenza stampa, il nome di Fiordaliso fu accolto da un vero mormorio, tale che Pippo Baudo s’interruppe spiegando che i giornalisti sbagliavano, perché la canzone era davvero bella. In realtà Pippo mentiva spudoratamente, come ha sempre mentito quando parlava delle canzoni dei suoi Festival, e Accidenti a te (che ricorda neanche troppo vagamente Gli uomini non cambiano, a iniziare dagli autori) passa inosservato come la stessa Marina.

Adriano Pappalardo – Nessun consiglio (2004)

Nel 2004, causa boicottaggio delle case discografiche che bloccano la partecipazione dei cosiddetti big, quel che viene messo su è un orrendo mostro a più teste, che non è esclusivamente una sezione emergenti perché tra i cantanti si ficca la qualunque, nel trepido tentativo di inanellare una presenza. In questo mucchio multiforme merita menzione il roccioso Adriano Pappalardo che  riesce a imbucarsi debuttando al Festival di Sanremo benché antico tra i giovani e a carriera finita da un pezzo. Sbarcato da una memorabile partecipazione all’Isola dei famosi il Nostro arriva in tuta (ovviamente con spregio alla banalità) e barba incolta a gridare la sua Nessun consiglio, infarcita di robe imbarazzanti da cartone animato come «Svegliarsi la mattina colazione con i cereali per mantenersi belli snelli in forma non come i maiali». Dopo aver giocato a fare la parodia di se stesso ed essersi sgolato inutilmente saluta tutti e torna nel dimenticatoio.

Renato zero – Spalle al muro (1991)

Ma come, Renato Zero, direte voi? Ebbene sì, perché nel 1991, dopo due tentativi andati a vuoto nel 1987 e nel 1989, Renato s’imbuca al Festival di Sanremo con Spalle al muro che poi è passato alla storia, ma all’inizio era una mera curiosità in cartellone e niente più. Sono gli anni bui in cui la stella non splendeva più come un tempo e lui è palesemente in difficoltà, tanto che all’arrivo in riviera non se lo fila davvero nessuno. Nonostante tutto sarà poi capace di crearsi magistralmente un consenso destinato a trasformarsi in tifo da stadio, plauso della critica e trionfo nel secondo posto, che poi è la vera vittoria del Festival.

Grace Jones – Still Life (1991)

A riprova del fatto che Renato Zero non avesse alcun peso al Festival di Sanremo del 1991, la sua canzone non era stata neppure abbinata ad un cantante straniero che, come da regolamento di quell’anno, doveva cantare in altra lingua il brano in gara. Merita quindi la medaglia di imbucata dell’imbucato la mai doma Grace Jones, che arriva all’Ariston esattamente il giorno stesso in cui deve cantare, prova la canzone e va in diretta. Tutto questo traspare dalla sua interpretazione che rende sì fascinosa una versione poco azzeccata, ma con un’esecuzione, per ovvie ragioni, incerta (e peccato che la trovata finale della parrucca sia sprecata dalla regia, ma chissà se è mai stata provata).

Mina per Tim (2019)

Nel suo presenzialismo estremo, alla faccia dell’esilio, Mina occupa un posto di rilievo anche al Festival di Sanremo, sebbene abbia giurato di non metterci più piede (ma si sa che una lauta sponsorizzazione rende tutti più docili). Così, di riffa o di raffa, zuppa o pan bagnato la tigre s’imbuca all’Ariston puntualmente, sebbene (mai sia) sotto mentite spoglie e non disdegnando la qualunque pur di esserci, come nell’imbarazzante contributo per una nota compagnia telefonica dei tempi più recenti.

Manuela Villa de la Squadra Italia – Una vecchia canzone italiana (1994)

Nel grande campionario umano (e non solo) della Squadra Italia, agghiacciante operazione revival del 1994, tutti i componenti possono ben fregiarsi di imbucati a pieno titolo, stante il desiderio che da anni ammanettava ciascuno di loro ai cancelli dell’Ariston, nell’atroce pensiero di tornarci o arrivarci per la prima volta, dato che qualcuno manca da anni, altri da decenni e altri mai ci han messo piede. La povera Manuela Villa, figlia del Reuccio Claudio, ci regala quindi una performance unica e degnissima di nota, dal momento che lei è davvero imbucata tra gli imbucati in virtù unicamente del cognome performante che ben figura, ma se è questo l’unico modo di arrivare al Festival, ben venga pure questa cosa che per noi vale se non altro la possibilità di riascoltare una delle canzoni più brutte della storia sanremese.

Peppino Gagliardi – L’alba (1993)

Nel 1993, Peppino Gagliardi strepitosamente si riciccia al Festival di Sanremo in maniera del tutto clamorosa, roba che al suo nome metà della sala sala stampa sobbalza dalla sedia chiedendosi chi è e l’altra metà fugge via terrorizzata perché qui più che aria di fessura tira aria di sepoltura. Tant’è, Peppino se ne frega perché ben sa che la sua carriera è finita nei primi anni ’70 e poi il nulla, quindi se la gode a tutto tondo: s’imbuca al Festival e si diverte, l’esibizione è degna di nota non per il brano in sé, quanto per la claque a pagamento che lo omaggia al termine, manco fosse (la) Madonna.

Claudio Villa 1982

Non può mancare la figura dell’autoimbucato, nella nostra passerella, mi sembra ovvio. Claudio Villa manca a Sanremo dal 1970 e nessuno nel 1982 sente la sua mancanza, ma tanto fa, dice, grida e strepita che alla fine si autoimbuca a tutti gli effetti. La lista dei partecipanti era stata già completata quindi gli venne proposto di concorrere nella sezione che oggi chiameremmo degli emergenti, tutti certi che sarebbe comunque passato in finale. Sembra assurdo, ma così è e Claudio Villa pur di tornare, ben accetta anche questo, nella totale convinzione che mai possa succedere quel che poi accadrà: l’eliminazione! Davanti al fattaccio, con l’esercizio di stile di chi ammette le sconfitte, il nostro diventa un raro caso di imbucato molesto, che minaccia ricorsi in tribunali sulle giurie (sempre opache a Sanremo, ma nell’era di Gianni Ravera ancor di più) e rompe su tutta la linea, fino al calcio nel sedere. In tutto questo passa giustamente in secondo piano la sua canzone, ironicamente intitolata Facciamo la pace, che sembra uscita direttamente dagli anni ’50

Flavia Fortunato – Canto per te (1987)

Primo posto meritatissimo alla nostra amata Flavia Fortunato, capace di attraversare un decennio di presenze festivaliere all’insegna dell’imbucamento spietato e misterioso: imbucatasi agli esordi (e passi, ci sta anche, mica sarà la prima), imbucatasi di nuovo tra le nuove proposte (e pure qui nulla da dire, perché c’è gente che è invecchiata tra i giovani), poi l’imbuco tra i campioni senza aver vinto le nuove proposte, imbucatasi ancora e poi ancora e quindi ancora e poi basta, perché era troppo pure per lei, perché di dischi venduti, in tutta la sua onorata carriera, mai si è parlato. In realtà, ai tempi delle sue presenze, la stampa malignava che ci fosse un qualche sponsor e lei mai ha negato o smentito le amicizie di papà, ma tant’è. Chiudiamo in bellezza con Canto per lei, canzone che lei stessa ha definito la più brutta che abbia mai cantato. E se lo dice lei… Con quel sublime coro che si lamenta e quel testo indicibile.

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