Yello Live in BerlinQuando metti su una band la prima cosa che fai è andare al bar sotto casa per cercare di organizzare il tuo primo concertino, magari non hai ancora scritto mezza canzone e finirai per fare una figuraccia ma l’urgenza di farsi sentire vincerà su tutto. A meno che il tuo gruppo non sia un bislacco combo svizzero di musica elettronica, formato dal timidissimo produttore ed ex riparatore di televisori Boris Blank, dal musicista sperimentale Carlos Perón (che lascerà il progetto nel 1983) e da Dieter Meier, rampollo di una ricchissima famiglia di industriali che si improvvisa cantante e paroliere e che il più del tempo bada alle sue coltivazioni di caffè e cioccolato in Sud America, o a progettare intricate macchine per il montaggio video, o a fare performance d’arte situazionista o a giocare professionalmente a golf o a poker. Così gli Yello, pionieri elvetici autori di un pop elettronico dadaista, pupilli dei The Residents, autori di un paio di hit-vitalizio e di un pugno di album incredibilmente avanti e vendutissimi in Svizzera e Germania, non hanno mai sentito particolarmente il bisogno di andare in tour, sono due persone troppo eleganti e impomatate per fare lunghi viaggi sui tourbus e respirare la stessa aria delle folle sudaticce sotto ai loro palchi.

Dal 1979 al 2016 i due hanno concesso solo due concerti, il primo a Zurigo poche settimane dopo la fondazione, in cui Dieter Meier viene lasciato solo sul palco da quel codardo di Boris Blank (nascosto nella buca dell’orchestra), il secondo a New York nel 1983, un misero quanto leggendario quarto d’ora al Roxy.

I tempi non erano ancora maturi per un live, Blank odiava l’idea di sculettare facendo finta di suonare un sintetizzatore mentre Meier, che da giovane esordì urlacchiando per i primi gruppi punk svizzeri, era intento a fare soldi, figli (ben 5) e a fare l’artista di grido (tra gli altri, suo il video di Big in Japan degli Alphaville).

Ma nel 2016 questi due amabili settantenni spocchiosi, probabilmente in un momento di tenerezza senile decidono di fare qualcosa per la gente e di organizzare il primo vero concerto degli Yello, due date al Kraftwerk di Berlino, localone dal gusto industrial, che diventano quattro dopo l’imprevisto successo delle prevendite. Il pienone delle quattro date spinge i due verso quello che sembra un vero e proprio tour, prima un’esclusivissima (e costosissima) data al Festival di Montreaux, poi 8 date da Colonia fino a Vienna, il tutto accompagnato dall’uscita dell’immancabile CD-DVD-Blu Ray celebrativo del concerto tenutosi a Berlino.

Chi vi scrive ha imbarcato la famiglia in un improbabile viaggio in auto fino a Stoccarda per godersi una data del tour dato che difficilmente potremo vedere un gruppo così fieramente crucco più a sud di Zurigo. A Stoccarda si fabbricano Mercedes e Porsche, difficile immaginare città mitteleuropea più incline alle sonorità industriali, frenetiche e bislacche degli Yello e infatti la Porsche Arena è decisamente piena; neanche a dirlo la popolazione femminile è stimata (a occhio) intorno al 2,4%.

Nell’impresa d’inventarsi un concerto di musica elettronica fondata sull’autocampionamento spinto (Blank negli anni ha raccolto una galleria di un milione di campioni strumentali autoprodotti), il compromesso degli Yello è quello di cedere all’apporto di alcuni veri musicisti: un batterista, un percussionista, un chitarrista, un fondamentale sestetto di fiati e delle seducenti voci femminili. Per quanto riguarda il lato visivo c’è un archivio storico infinito di videoclip schizoidi qui supportato da nuove creazioni in alta definizione, da segnalare infine delle casse in fondo al palazzetto che durante il concerto permetteranno ai suoni di spaziare persino dietro le spalle del pubblico.

Yello Live in Berlin

Il concerto parte in maniera atmosferica per poi ingranare la quarta con il latino-americano hi-tech di Do it!, fiati e percussioni live aiutano la resa, l’audio quadrofonico spara echi ovunque, Meier urla senza intaccare troppo la sua aura da crooner dark, Blank indossa dei bellissimi occhiali ma non ci è dato vedere troppo quel che fa ma si va avanti, una chitarra tamarrona annuncia l’horror-hard-rock di The Night Is Still Young, il tempo di sentire l’ultimo singolone Limbo, incredibile piacionata industrial-R&B ed è subito ora della storica Bostich, scioglilingua dark a mille all’ora in cui Meier può sfoggiare un’invidiabile flow. Il concerto si arricchisce ora della voce (e delle movenze) di Malia per un duetto vietato ai minori in Electrified II, finito il quale Meier va a ricaricare il pacemaker, lasciando il microfono alla sola Malia, cosa che accadrà un altro paio di volte: trovatemi voi un gruppo in cui il cantante può scendere a farsi una sigaretta nel bel mezzo del concerto.

Boris Blank può mettere in scena le sue doti con la techno krauta di Time Tunnel, accompagnata da uno dei videowall più belli della serata, un montaggione di cerchioni di automobili e gopro centrifugate che Kraftwerk levatevi.

Per permettere a Meier di rifiatare ancora un pochino arrivano anche Fifi Rong e la sua voce fatalona, in magnifico contrasto con la base balbettante di Lost In Motion; il tanto spazio dato alle tracce dell’ultimo sciccosissimo album Toy toglie la possibilità di sentire alcuni classici ma una tostissima Oh Yeah (sì, la canzone di Duffman) e i 7 minuti di frenesia industrial-tamarroide di Si Señor The Hairy Grill, chiuderanno la prima parte di concerto con il botto.

Da buoni uomini d’affari i due propongono un encore autopromozionale, escono sul palco accompagnati da un iPhone collegato all’impianto e dimostrano le potenzialità della loro app Yellofier che con poco meno di 4 euro vi trasformerà in maestri del campionamento, la cosa assurda è che è notevole per davvero. I primi 10 a scaricare l’applicazione riceveranno anche una mountain bike con cambio Shimano.

Ormai manca solo The Race, immortale hit dei due svizzeri, un pezzo che trent’anni dopo macina ancora royalties, sul palco il leggendario riff di fiati e l’esplosione percussiva, sullo schermo automobili che bruciano e vanno in mille pezzi, mai vista standing ovation più improbabile.

E così i due pionieri raccolgono i favori del loro pubblico adorante e un’attenzione di stampa e critica che forse neanche ai tempi d’oro, il Guardian dedica un paio di articoloni alla storia di questa strana combo e qualche giornalista rivaluterà l’opera del duo, non manca però la polemichetta: da un inquadratura di un video promozionale pare che Blank non si sia neanche curato di collegare i suoi sintetizzatori.

Quel synth Modor sembra effettivamente scollegato, Blank afferma si tratti di un fegatello registrato durante le operazioni di soundcheck e che il synth abbia fatto il suo dovere durante il concerto, chissà.

Playback o no, il Blu-Ray vale assolutamente l’acquisto grazie anche ad una cura meticolosa di montaggio (curato dallo stesso Blank), resa video e sontuoso audio 5.1; certo, nulla batte l’esperienza live, anche perché a questi concerti ci si va per essere almeno una volta la folla sudaticcia che rende omaggio a qualcuno che ha innovato un genere creando dischi geniali e assolutamente fuori dagli schemi, playback o no.

2 COMMENTI

  1. Finalmente ho capito che la versione di Bostich live at The Roxy era quella che Daniele Baldelli girava al Cosmic ai tempi dell’Afro!Grazie

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