Francesco De Leo La MalanocheLa scena musicale “indipendente” italiana degli ultimi dieci anni ci fa schifo, eccezion fatta per alcuni goiellini pop (vedi Greg Dallavoce) e per alcune proposte talmente fuori da fare il giro e ritornare ad avere un senso lampante (i Cacao, La Tosse Grassa, i Plankton Dada Wave). Con queste premesse e con le nostre orecchie non esattamente vergini abbiamo ascoltato l’esordio solista di Francesco De Leo, già leader dell’Officina della Camomilla e autore che definire stralunato sarebbe riduttivo.

L’album si chiama La Malanoche, esce per Bomba Dischi (sì, quelli di Calcutta) e la produzione artistica è affidata a Giorgio Poi (sì, quello che ha aperto il concerto dei Phoenix a Milano). In qualche modo la collaborazione tra le suggestioni deliranti e surreali di De Leo e gli arrangiamenti raffinati e sognanti di Poi (in questo contesto particolarmente psichedelici, e questo per noi è solo un bene) crea un cocktail unico come raramente se ne sono visti in Italia.

Dentro c’è la droga, la delinquenza, le notti brave, i posti esotici come li descriverebbe Paolo Conte alla settima bottiglia di rosso o Emilio Salgari sotto MDMA, ma ci sono anche le sonorità di gente del calibro di Ariel Pink, Unknown Mortal Orchestra, Connan Mockasin e tutti quegli artisti scappati di casa che in Italia purtroppo brillano esclusivamente di luce riflessa. Invece sembra che con questo La Malanoche De Leo sia riuscito a rendere giustizia nel nostro paese a quel sound lo-fi e psych fatto di arrangiamenti raffinati e senza tempo, suoni che provengono dall’altra stanza, melodie rétro e voci ovattate.

Si parte dunque con il basso portante di Mylena che sfocia in un ritornello di puro dream pop, per poi proseguire con Muse, un chiaro richiamo al Mac DeMarco più ispirato, ma la prima vera bomba arriva con Heroin Chic, immagini potenti e un ritornello in inglese pieno zeppo di riferimenti che non ha niente da invidiare alle migliori peggiori produzioni americane. A questo punto si è ben delineato l’immaginario “droga + umanità disgraziata + nostalgia + atmosfere sognanti” che continuerà per tutto il disco.

Andiamo a rischiare la vita è una specie di inno twist-surf scarnificato dedicato alla vita svantaggiata, un po’ Battiato un po’ Vasco (quello bello dei primi anni), Lucy è la hit uptempo dal cuore romantico che ci vuole proprio nel bel mezzo del disco, Lo zoo di Torino è uno stornello punk-folk in piena regola, Ammazzati riempie la quota ballad necessaria e ovviamente l’album non poteva non chiudersi concettualmente con Hangover, pezzo dalle atmosfere eteree e sbilenche.

Come già ricordato in apertura, sebbene ispirato chiaramente a sonorità imprescindibili oltreoceano ma mai abbastanza popolari da noi, La Malanoche è un disco ricco di carattere e con tante idee originali e interessanti di fondo, sia nei testi che negli arrangiamenti: uno psichedelico e sognante concept album sulle disgrazie umane. Una boccata d’aria per la stantia situazione musicale italiana. Avanti così.

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