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Ariel Pink – Pom Pom (2014 – CD)

Un delirio di estratti di colonne sonore di brutti film horror, momenti di tristezza cosmica intervallati a pure scemenze, ballatone improbabili e bellissime e sfoghi di wave oscura

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Ariel Pink Pom Pom Piace agli indie, piace agli hipster, ai waver, ai poppettari, a Madonna (che poi ritratta), alla critica seria e persino qui dalle parti di Orrore a 33 Giri, chi è questo fenomeno?

Ariel Pink fa la miglior peggior musica che possa capitarvi di ascoltare, una musica che solletica i più catodici ricordi d’infanzia: non i pomeriggi a giocare a pallone ma quelli passati a vedere le televendite, non le gite coi nonni ma quella sera a spendersi la mancetta dei suddetti in sala giochi; il peggio del peggio trasformato in arte, il nodo al fazzoletto che non ci ricordiamo perché l’avevamo fatto, guardare un film registrato dalla TV e godersi le pubblicità di qualche anno fa.

Questo ragazzotto stralunato è l’unico vero erede di Frank Zappa, le sue canzoncine cervellotiche ci ricordano che viviamo in un mondo terribile, senza farcelo pesare troppo.

ATTENZIONE: Paragrafo meta-testuale e interattivo per chi ha un po’ di tempo da perdere, chi ha la pentola sul fuoco salti senza remore e vada alla recensione vera e propria.

Prendetevi 10 minuti e guardatevi questo video, con Ariel Pink non c’entra nulla ma è la cosa più bella caricata sul tubo in anni.

Riassume perfettamente il mondo in cui ci stiamo infilando: Adult Swim dai primi 2000 è la programmazione notturna di Cartoon Network, un autentico incubo televisivo che maciulla linguaggi e sensazioni che fanno assurdamente parte dei nostri ricordi più profondi quanto le capriole nei prati e la prima estate al mare. Ariel fa lo stesso con la musica, abbassa i riferimenti e ci regala una sorta di pop art per tele-lesi.

Ora sparatevi anche questo. Everything is Terrible è la memoria storica di un paese (gli Stati Uniti) che oltre a qualche guerra ha da farsi perdonare chilometri su chilometri di nastro imbrattato dalle peggiori brutture televisive.

Immaginate quanta di questa robaccia può aver visto un ragazzo ebreo e pallidino come Ariel, mandate questo ragazzino ubriaco di etere a lavorare in un negozio di dischi e otterrete un pazzo criminale, o un artista geniale. Ora che avete gli occhi marci siete davvero pronti a tuffarvi in questo discone, molto di più di chi ha saltato il paragrafo (acqua in bocca però).

Avete abbassato il fuoco? Bene.

Ariel Pink Pom Pom
Ariel Pink

Pom Pom è il “primo” disco da solista di Ariel (in realtà gli Haunted Graffiti che lo affiancavano negli altri dischi erano più che altro un parto della sua mente) ed è il suo migliore; dura più di un’ora, uno sproposito per un disco indie-pop nel 2015 ma è proprio la durata esagerata a creare quell’effetto sbornia che neanche una puntata dell’Isola dei Famosi, una full immersion in un mondo di suoni pacati che contrappuntano melodie da jingle pubblicitario, con una scrittura quasi progressive applicata a ritornelli assolutamente canticchiabili, la patina synth-wave desolante, gli stop and go che sfociano in marcette dell’assurdo, il rumore inspiegabile, le chitarre cristalline, cori di cheerleaders, melodie da spiaggia, strane sfuriate rock, blues piacione e atmosfere malate che raccontano umori e situazioni di una schizofrenia che raramente s’incontra in dischi del genere.

C’è il ritmo variabile di White Freckles, la dissonante morte nera di Four Shadows, il glam sintetico di Lipstick, la pece di Not Enough Violence, la malinconia chitarristica di Put Your Number In My Phone, la sfiga da b-movie di Black Ballerina, l’allegra fattoria di Exile on Frog Street e la chiusura in grazia di Dayzed Inn Daydreams.

Praticamente è come prendere Frank Zappa, Devo, Gong, Television Personalities e gli Yello per scrivere le canzoni di una puntata di South Park; un delirio di estratti di colonne sonore di brutti film horror, momenti di tristezza cosmica intervallati a pure scemenze, olimpiadi sessuali e gelatine miracolose, ballatone improbabili e bellissime e sfoghi di wave oscura. E se di carne al fuoco sembra essercene fin troppa è la misura con cui questi elementi vengono amalgamati, l’intelligenza sopraffina anche nelle scelte più stupide e la patina sonora senza tempo a rendere questo infinito groviglio di influenze e sonorità uno dei dischi più folli e importanti degli ultimi anni.

Il prossimo weekend di pioggia chiudetevi in casa, procuratevi bibite gasate e videogiochi e sparatevi questo carnevale in cuffia, ne uscirete imbruttiti e soddisfatti.

Tracklist:
01. Plastic Raincoats in the Pig Parade
02. White Freckles
03. Four Shadows
04. Lipstick
05. Not Enough Violence
06. Put Your Number in My Phone
07. One Summer Night
08. Nude Beach a Go-Go
09. Goth Bomb
10. Dinosaur Carebears
11. Negativ Ed
12. Sexual Athletics
13. Jell-o
14. Black Ballerina
15. Picture Me Gone
16. Exile on Frog Street
17. Dayzed Inn Daydreams

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