Le 5 canzoni più strane dei Police

Quando si parla del celeberrimo terzetto angloamericano con il nome più triste della storia della musica moderna, la mente corre veloce ai suoi successi planetari che hanno scalato classifiche, hanno fatto comprare ville e Lamborghini in vari paradisi fiscali ai loro autori grazie alle royalties e sono stati coverizzati anche da band da matrimonio di Tegucigalpa. Sting si configurò presto come il songwriter dalla penna d’oro, in grado di confezionare con rodato professionismo hit perfette e non ovvie nonostante la giovane età: Roxanne, Walking On The Moon, King Of Pain, De Do Do Do De Da Da Da, Every Breath You Take… l’elenco di pezzoni, per una band durata solo una manciata di anni, è sorprendentemente lungo.

Ma se ben presto l’ex insegnante di inglese delle scuole medie s’impose come leader del gruppo schiacciando i comprimari, è sempre stato chiaro a tutti (come la sua produzione solista ha del resto evidenziato) che la forza dei Police era soprattutto negli arrangiamenti: l’inafferrabilità degli accordi e delle progressioni chitarristiche che fluttuavano nel chorus e nell’echoplex di Andy Summers riflettevano il suo background sperimentaljazz, mentre la forza percussiva, l’imprevedibilità e le dinamiche inarrivabili del drumming di Stewart Copeland davano a ogni composizione una spinta propulsiva mai sentita (almeno per chi scrive) prima di allora… per non parlare delle linee di basso non convenzionali e ipnotiche di Sting, sempre troppo sottovalutato come strumentista a causa del suo aspetto da figo & maledetto e della voce di velluto.

Parallelamente ai successi planetari c’è un’altra, più oscura faccia della loro produzione, il B-side della medaglia. Proprio di questa ci accingiamo a parlare in questa sede, specificando che non c’è nessun criterio valutativo particolare alla base delle scelte delle canzoni se non certe innegabili caratteristiche che li rendono “strani”. Quasi tutti i suddetti brani sono stati raccolti in un disco bonus incluso nel monumentale cofanetto uscito nel 2018 Every Move You Make: The Studio Recordings che raccoglie tutti e 5 i lavori in studio dei Police in vinile, a 40 anni dal primo, salutato con sorpresa ed entusiasmo da mezzo mondo. In realtà le rarities in questione erano già uscite nel cofanetto antologico di 5 CD Message In A Box del 1993, quindi non parliamo esattamente di scoperte sensazionali. Ma è indubbio che, ad ogni ascolto, regalino sempre sensazioni vivide e una generale sensazione di “ma cosa minchia è?”.

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Behind My Camel (1980)

Il solo brano di questo breve elenco ad avere avuto il privilegio di essere stato pubblicato su un album ufficiale, Zenyatta Mondatta, il propulsore definitivo del trio verso il successo planetario nel 1980. Unico contributo compositivo di Andy Summers al disco, si tratta di un’ipnotica litania arabeggiante tessuta dalla riconoscibile chitarra effettata del nostro che si snoda su un basso ostinato e la classica batteria liquida ma potente di Copeland: il tutto condito da atmosferiche tastiere tenute basse nel mix finale. Nonostante la potenza evocativa della melodia, il pezzo è poco più di un bozzetto, capace però di vincere il Grammy come Miglior Performance Rock (battendo YYZ dei Rush). Tutto bene quindi no? No. Sting odiava il brano al punto di rifiutare di parteciparvi (il basso lo suona Summers). In un’intervista del 2000 dichiarò che detestava il pezzo al punto che entrando nello studio un pomeriggio e trovando i master appoggiati sul mixer li prese e li nascose agli altri seppellendoli in giardino. Anche Copeland non era un grande fan, per sua stessa ammissione: «Per quanto l’atmosfera per me fosse tesa in quella band, mi confortò sempre il fatto che Andy venne trattato molto peggio di me da Sting per quella piccola strumentale: non volle nemmeno suonare! Io suonai la batteria solo perché ero l’unico batterista in giro in quel momento.». Eppure adesso il Grammy è lì, appoggiato sul camino della villa di Summers, e ride di loro…

Someone To Talk To (1983)

Nel 1983, con Sting diventato ormai il leader supremo, gli spazi per rivendicare una propria autonomia compositiva per Andy e Stewart negli album erano più piccoli di una stanza in uno studentato nel centro di Tokyo. Per fortuna c’erano i lati B dei singoli: le hit scritte da Sting erano così contagiose che sull’altro lato avrebbero anche potuto esserci delle scoregge in presa diretta. Per fortuna non è il caso con Someone To Talk To: scritta anche questa da un Andy Summers fresco di separazione dalla seconda moglie (che comunque risposerà svariati anni dopo) si tratta di un bel mid tempo caratterizzato da un testo che riflette con crudo realismo la dolorosa fine di una storia. «Now it’s too much to just sit here and cry / I can’t be seen with a tear in my eye / Why am I standing right next to the phone / When I kept on saying I must be alone?». A me sembrano versi potenti ma evidentemente i miei parametri valutativi sono leggermente più laschi di quelli di Sting, che si rifiuta di cantare con grande delusione dei compagni. Il compito ricade quindi sul povero Summers che fa del suo meglio col suo timbro stile Ringo Starr. Il brano è il B-side di Wrapped Around Your Finger, ma la registrazione risale al disco precedente, Ghost In The Machine: si capisce bene anche solo dalle accennate note di sax, una prerogativa di quel disco, che accompagnano il ritornello.

A Kind of Loving (1982)

Brano accreditato a tutti e tre i membri della band, dura solo 2’15’’, ed è un bene. Anche se ad ascoltare meglio emerge l’innegabile qualità di grandi musicisti: su un tappeto ritmico monotono le chitarre di Andy si ergono come fiamme, sovrastate solo dalle urla ferine di una donna (se avete intenzione di ascoltare questo pezzo e siete in un condominio raccomando caldamente le cuffie per non incorrere in spiacevoli misunderstanding coi vicini) alla quale Sting urla di stare zitta poco dopo. Il brano fa parte della colonna sonora di Le due facce del male (Brimstone & Treacleun) controverso thriller metafisico del 1982 (un Teorema di Pasolini che non ce l’ha fatta) nel quale Sting recita la parte del protagonista, l’ambiguo e luciferino Martin. Per la pellicola i Police composero tre brani.

Friends (1980)

Appare ormai chiaro che il principale responsabile delle “stranezze” in seno ai Police fosse Summers. Lo conferma Copeland nelle note in Message In A Box: «Le canzoni di Andy erano le meno convenzionali… la triste verità è che i nostri sforzi compositivi erano attivati dal, e concentrati sul, materiale di Sting, attorno al quale cercavamo di costruire il nostro suono». Che fosse la sua formazione jazz sperimentale, una certa maturità rispetto ai colleghi (ha 10 anni di più dei colleghi) o un piglio ironico dominante, i pochi brani firmati da Summers durante la sua militanza nel terzetto multiplatino risultano quantomeno singolari, come Mother, in Synchronicity, una nenia allucinante che ricorda un Captain Beefheart appena investito da un camion in fiamme. Friends comunque la fa sembrare Destinazione paradiso di Gianluca Grignani. Il pezzo fu ispirato dalla lettura di un romanzo di Robert A. Heinlein, Stranger in a Strange Land (Straniero in Terra Straniera). Non ho letto il libro ma Summers, sempre nelle note di Message In A Box, specifica il tema del brano: «Parla del mangiare i propri amici». Ok. Un lento spoken word recitato da Summers lascia il posto a uno dei chorus più belli di sempre: un’accelerazione di Copeland da infarto, un arpeggio arioso di Summers e le voci di Sting che moltiplicate intonano «frieeends». Meraviglioso. Peccato solo per quel maldestro bridge col sintetizzatore.

Flexible Strategies (1981)

Il pezzo che dà il titolo alla raccolta di B-sides del cofanettone Every Move You Make è uno dei meno ispirati della produzione del trio, una jam funk plasticosa tenuta in piedi dai soliti ingredienti: basso ricorsivo, batteria implacabile e chitarra che tesse textures anziché prodursi in riff tamarri o assoli infiniti per gente insicura. Pur essendo considerato dai fan il loro peggior brano (e da Copeland «una disgrazia») merita di figurare in questo elenco solo per la genesi: durante la lavorazione di Ghost in The Machine in Canada, il potentissimo reparto marketing della compagnia discografica tuonò: «dateci una B-Side per il lancio del singolo… OGGI!». I tre entrarono in studio e fecero una jam di 10 minuti. Il risultato lo potete ascoltare qui, fortunatamente ridotto a poco più di tre.

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