Necronomidol

Il fenomeno giapponese dei gruppi di idol è inarrestabile in patria. In auge sin dagli anni Settanta, dai Duemila in avanti ha conosciuto un vero boom diventando a tutti gli effetti un’industria nell’industria musicale. Di solito sono gruppi più o meno grandi costruiti a tavolino, solitamente di giovani e graziose “ragazze della porta accanto”, che cantano un pop innocuo, si vestono con abiti coordinati, si muovono secondo elaborate coreografie e, cosa più importante, al primo segno di crescita vengono ciclicamente sostituite per mantenere quell’ideale d’innocenza e purezza che rappresentano per il loro pubblico.

In mezzo a tanta concorrenza diventa sempre più difficile emergere per un gruppo appena formato e quindi i produttori devono escogitare le trovate piu originali e assurde: abbiamo ad esempio le Kamen Joshi che indossano le maschere di Venerdi 13 o chi, come le arcinote Babymetal mischia il J-pop con l’heavy metal. In anni più recenti si sono moltiplicati i gruppi di anti-idol, che suonano sempre una musica orecchiabile ma, come dice il nome stesso, rigettano l’immagine zuccherosa, proponendo invece qualcosa di più ribelle e aggressivo, come se fossero una frangia punk del fenomeno.

Necronomidol

Tutto questo lungo preambolo per dare un’idea di chi siano le Necronomidol, gruppo che pur fotocopiando l’intuizione J-pop + heavy metal delle Babymetal, si distingue dalle formazioni similari per estremizzare gli aspetti gotici, con un’iconografia basata sull’immaginario tra black metal, manga horror, occultismo e romanzi di H.P. Lovecraft (come si può intuire dal nome). Insomma, lo specchio nero del pop nipponico. L’idea, questa volta, è nata da un americano, Ricky Wilson (da non confondere con l’omonimo cantante dei Kaiser Chiefs), nato a Pittsburgh, ma residente in Giappone.

Cresciuto a pane, heavy metal e film splatter, Wilson un giorno del 2014 decise di fondare la sua idol unit personale per mezzo di audizioni che avrebbero portato alla formazione di un gruppo incentrato sul paranormale. La line-up iniziale delle Necronomidol era composta da otto ragazze, subito ridotte a quattro, acconciate come miko (sacerdotesse dei templi shintoisti, quelle che conosciamo grazie agli anime), e tra i primi demo troviamo una versione black metal della melodia tradizionale Toryanse, già  inquietante di suo. Questa estetica tipicamente giapponese fu però presto abbandonata a favore di un misto tra Oriente e Occidente: mossa astuta perché, come vedremo, le renderà  più appetibili anche al di fuori del Sol Levante.

Grazie alle conoscenze accumulate con la frequentazione delle band underground nipponiche, il nostro ha saputo reclutare una gamma di musicisti che potessero produrre le canzoni del gruppo, tra darkwave, heavy metal ed elettronica, per creare un sound generalmente estraneo al mondo sdolcinato delle idol tradizionali. Di pari passo le liriche che affrontano temi apocalittici o lovecraftiani, di disperazione estrema, morte dell’animo e in genere concetti che di solito troviamo in bocca a massicci vichinghi col corpse paint, non certo fragili ragazzine asiatiche poco più che maggiorenni.

Un altro punto di contrasto con i gruppi standard, in cui sono manager, produttori e casa discografica a decidere ogni cosa fino al più piccolo dettaglio, sta nel fatto che qui le ragazze non si limitano a cantare e ballare (specie Sari e Risaki, le “veterane”, in quanto uniche superstiti della primissima formazione): grazie all’autoproduzione, esse hanno un discreto coinvolgimento nella costruzione del brand Necronomidol, a livello non solo di immagine ma anche di testi, melodie e del rapporto con i fan attraverso social media e non solo. Ricky Wilson nelle varie interviste ha sottolineato come si sia trovata una via di mezzo tra il J-Pop, dove tutto è pianificato all’estremo, e la cultura del do it yourself legata al mondo punk.

Dal canto suo, il nostro (buon conoscitore dei meccanismi sia del mondo idol sia della scena musicale alternativa) non lascia nulla d’intentato per far sì che il prodotto balzi agli occhi sia degli estimatori del J-Horror sia dei fan del cosiddetto “true metal”, a caccia di band e rarità  al di fuori del mainstream. Oltre al tipico logo più o meno illeggibile (un must per ogni band rispettabile di metal estremo), le copertine dei loro album e singoli vengono disegnate da noti artisti ero-guro, e alla distribuzione digitale si affiancano prodotti come vinili in edizione limitata e addirittura supporti obsoleti come musicassette, numerate come pezzi da collezione.

Tuttavia, la mentalità occidentale alla base di tutto, per certi versi estranea a quella del “tipico” idol fan nipponico, ha fatto sì che le Necroma (nomignolo usato dai fan) stiano acquisendo molta più popolarità all’estero che a casa loro. Forse anche perché questi ultimi sono ormai assuefatti a ogni genere di bizzarria. In ogni caso, questa potenziale debolezza è diventata un punto di forza: in neanche quattro anni di esistenza si sono esibite non solo in molti altri paesi asiatici, ma hanno già  fatto un pur breve tour europeo (Italia compresa) e di recente sono approdate anche negli Stati Uniti, con un discreto successo di pubblico per uno spettacolo dall’appeal non certo di massa.

Alla fine, poco importa che ora la loro musica sia più controllata e meno brutale che agli esordi, e che sia l’immagine ciò che conta veramente: Ricky e le ragazze sanno che il mondo idol va vissuto come un gioco, altrimenti si rischia di farsi stritolare dai meccanismi dell’industria discografica giapponese mainstream che brucia di continuo nuove giovani fanciulle. Sanno che il sogno (o meglio, l’incubo) può finire presto e, scese dal palco, non si prendono mai troppo sul serio. Infatti hanno un’invidiabile autoironia, come dimostrano piccoli sketch come questo. Che il Grande Cthulhu le protegga sempre!

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