L’assurdo show di apertura del primo concerto dei Beatles in Giappone

Se Peppino Di Capri, Guidone e i suoi Amici, i New Dada e Fausto Leali e i suoi Novelty vi sono sembrate aperture insensate per il primo concerto italiano dei Beatles è solo perché non avete mai visto e sentito gli artisti scelti per aprire il loro primo concerto giapponese. Andiamo con ordine. Tutto ha inizio il 18 marzo del 1966, quando Victor Lewis (partner di Brian Epstein) chiama il promoter giapponese Tatsuji Nagashima per comunicargli l’intenzione di portare i Beatles a suonare nel paese del sol levante. La decisione ricade su Nagashima perché i due avevano frequentato la stessa scuola londinese e la cosa favorisce la trattativa. Trattativa che va a buon fine e la data del primo concerto nipponico dei Beatles viene fissata per il 30 giugno del 1966 a Tokyo. Dopo l’annuncio Nagashima si dedica alla ricerca di alcuni artisti da far esibire prima dei Fab Four. Per «mettere in minoranza una band occidentale di capelloni» la scelta ricade su diversi cantanti e gruppi giapponesi che la sera del concerto, dalle 6:35, hanno l’arduo compito d’intrattenere il pubblico prima del piatto principale.

beatles dal vivo al budokan giappone 1966
I Beatles dal vivo al Budokan a Tokyo nel 1966

Le performance più che a un vero e proprio concerto si avvicinano alla struttura di un moderno talent show o al Festival di Sanremo. Le band infatti si alternano esibendosi con un solo pezzo. L’apertura è affidata a un brano collettivo; introdotti dal Pippo Baudo locale (conduttore appartenente alla categoria dei pennelloni rigidi) salgono sul palco i Blue Comets, i Blue Jeans, Yuya Uchida e Isao Bito. Insieme si esibiscono in un pezzo dal forte contenuto imbarazzante: Welcome Beatles, in cui danno il benvenuto ai loro idoli. Sul versante dello stile i membri delle due band sono vestiti come i quattro di Liverpool, anche Yuya Uchida (quello alla nostra sinistra nel mitologico filmato) ci prova ma il capello leccato dal sapore vagamente hitleriano lo fa somigliare più a un ragazzino che si è messo il vestito buono nel giorno della cresima, Isao Bito invece è rimasto fermo a una decina di anni prima e sfoggia un look da teddy boy che non si sposa proprio benissimo con la sua faccia da bravo ragazzo. Tornando alla canzone, Welcome Beatles vorrebbe avvicinarsi allo stile della band che omaggia ma ahimè finisce per sembrare una canzone da oratorio.

Superato questo momento che i giovani di oggi non potrebbero che definire cringe tocca ai The Drifters prendersi la scena. Oltre a essere dei musicisti sono anche tra i più noti gruppi comici giapponesi e, con le dovute proporzioni, potrebbero essere avvicinati ai Monty Phyton. Il 30 giugno del 1966 però sono sul palco per suonare una canzone e scelgono Long Tall Sally di Little Richard. La suonano abbastanza fedelmente e alla fine, da umoristi navigati quali sono, ci piazzano un’irresistibile ed esilarante gag gettandosi tutti a terra sull’ultima nota (il pubblico ride). Con loro si passa dall’oratorio a dei simpatici impiegati del catasto che la sera suonano in una cover band.

Dopo questo siparietto arriva quella che per il sottoscritto è miglior performance del lotto: Isao Bito (il teddy boy di prima) e la sua versione di Dynamite di Cliff Richard. Parte in sordina un po’ rigido davanti al microfono ma poi si scatena e risulta quasi convincente. Piccola curiosità: nel 1970 Isao Bito canterà Ashita no Joe, sigla dell’omonimo anime sul pugilato che da noi verrà distribuito col titolo di Rocky Joe.

Tocca poi a Yuya Uchida tornare sul palco accompagnato dai Blue Jeans. Rispetto alla prima esibizione sfoggia un look riprovevole che si merita la palma di peggior outfit della serata: giacca decorata con delle paillettes e un papillon che abbinato al summenzionato capello gli dona un’aria da bambino prodigio. Anche lui sceglie di cantare una cover e opta per un pezzo degli Animals: We’ve Gotta Get Out of This Place, che probabilmente giunti a questo punto è anche quello che pensano alcuni spettatori che erano lì per godersi i Beatles.

Altro cambio di palco ed arriva il turno Hiroshi Mochizuki. Faccia pulita, cravatta spiritosa e fazzoletto nel taschino canta Koi ni shibirete, pezzo che c’entra poco e niente con quanto suonato dagli altri fino a quel momento.

La chiusura è affidata nuovamente ai Blue Jeans insieme ai Blue Comets. Le due band si lanciano in una scatenata versione di Caravan, standard jazz inciso per la prima volta nel 1936 da Barney Bigard and His Jazzopators. Il suono è un po’ scombinato ma l’esibizione nel complesso ha il suo perché e funziona meglio di altre che l’hanno preceduta.

Per concludere, probabilmente la miglior recensione della performance l’ha data Paul McCartney in un’intervista riportata nel libro The Beatles in Japan: interrogato sull’argomento disse si essersi divertito con la versione di Long Tall Sally dei Drifters e di aver apprezzato anche gli altri artisti. Ma, aggiunse, aveva avuto la sensazione che i giapponesi non avessero ancora ben presente cosa fosse il rock’n’roll e che quelli che si erano esibiti sul palco erano tutti poco cool per poterlo suonare. Affermazioni che onestamente non me la sento di contraddire.