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American Fever (La Febbre Americana) (1978, film)

Un fetente instant movie girato in fretta e furia per battere cassa sulla nuova moda della discomusic e sfruttare il successo de La febbre del sabato sera, tra balli in discoteca, commedia romantica e dramma

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American Fever La Febbre AmericanaNel marzo del 1978 uscì in Italia La febbre del sabato sera, quel Saturday Night Fever che sin dal dicembre precedente aveva fatto impazzire gli Stati Uniti, tanto per l’ottima resa cinematografica complessiva quanto per la splendida colonna sonora, ma ancora più intrinsecamente per gli elementi culturali e sociali di cui il film stesso si faceva portatore.

Venne mostrato così anche al grande pubblico un sotto-mondo ancora totalmente ignoto in Italia ma che sviluppò anche nel nostro paese un enorme gruppo di ammiratori e imitatori, imprimendosi come non mai nell’immaginario collettivo della gioventù italiana. Tony Manero (personggio interpretato da John Travolta) divenne il simbolo di eccessi e individualismo che mai si era visto prima d’ora; una sorta di rimedio anestetizzante contro l’impegno politico, le utopie dei post-hippie e l’anti-machismo delle controculture. Tutto gettato nel cesso in una volta sola a ritmo di discomusic, vendendosi al consumismo più sfrenato nel mascherato conformismo delle discoteche.

Per battere cassa sulla nuova moda imperante tra i giovani e sfruttare il successo de La febbre del sabato sera, ecco che in Italia in pochi mesi vennero prodotti svariati instant-movies fatti in fretta e furia tutti a tema disco e quasi tutti pseudo-remake Italian style di Saturday Night Fever destinati a fallire miseramente.

Tra i primissimi, se non il primo in assoluto, c’è American Fever, film che già dal titolo mette in chiaro la propria ispirazione di base. Diretto da Claudio Giorgi, regista proveniente dai fotoromanzi e reduce da strambi polziotteschi di denuncia sociale (L’unica legge in cui credo, 1976), erotici poveristici (Candido erotico, 1977) e perfino dalla moda dei lacrima movies (Ancora un volta a Venezia, 1975) la quale sarà morta e sepolta proprio con l’avvento dell’ottimismo dell’epoca disco.

Giorgi sembra trovarsi più a suo agio con la commedia, almeno per quello che la Febbre Americana (altro titolo con cui è noto il film) vuole tentare di essere. Il protagonista è interpretato da Mircha Carven, idolo dei fotoromanzi Lancio degli anni settanta e scomparso dalle scene dopo questa pellicola, presunto figlio di Clark Gable e protagonista solo di qualche malinconico filmetto erotico (il già citato Candido erotico) e di un delirantissimo porno-nazi nei panni di un soldato evirato (Lager SSadis Kastrat Kommandatur, 1978).  Il suo personaggio in questo American Fever non poteva non avere un nome come Tony Ferrante; un giovanotto atletico, cafone quanto impulsivo ma di buon cuore, venerato e amato da tutti in discoteca, unico luogo in cui viene rispettato e domina incontrastato grazie alla sua abilità nel ballo e nel savoir faire col gentil sesso, mentre di giorno torna ad essere un meccanico scansafatiche, sfortunato e squattrinato col sogno di divenire attore.

Tony è lo stereotipo vivente dell’italiano ossessionato dall’America, che vede come unica terra promessa contro la monotonia, la povertà e la mediocrità della periferia romana in cui è intrappolato, con la camera tappezzata di poster di Rocky e Tony Manero, fissato con la musica e la radio anglosassone, di cui non capisce una singola parola ma che adora in quanto gli fa sognare l’agognata terra delle opportunità.

Abbondano quindi scene abbastanza casuali messe come riempitivo sulle serate di Tony in discoteca mentre nel frattempo nasce l’amore con una ragazza che ha salvato da un improbabile suicidio, l’affascinante Lisa (Zora Kerova, volto maggiormente ricordato per pellicole come Antropophagus e Cannibal Ferox). Poiché inoltre Saturday Night Fever aveva anche una forte componente drammatica oltre a tutte le scene di ballo, ecco che ad un certo punto troviamo una sottotrama in cui si scopre che il migliore amico di Tony, Nino (Vincenzo Crocitti), indigente e aspirante film maker, finisce indebitato con alcuni criminali oltre a cadere nel tunnel della tossicodipendenza.

American Fever La Febbre Americana

Nel frattempo Nino e Tony (quest’ultimo spacciato dall’amico come americano) se la vedranno con dei cinici produttori per farsi finanziare il film della loro vita, ma il produttore è chiaro: non si fanno più film internazionali, il cinema così come l’Italia è in crisi, ora vanno solo culi e tette, e propone così ai nostri due eroi di ripiegare sul più remunerativo genere del pornazzo.

Il film oscilla così verso un finale straniante tra commedia romantica e dramma inframezzato dalle immancabili scene di ballo alla cazzo di cane, perlopiù accompagnate dall’irritante tema musicale che dà il nome al film. La pellicola si “risolve” fiaccamente negli ultimi incredibili cinque minuti in cui, dopo una rissa tra Tony, produttori, finanziatori e distributori vari, il belloccio protagonista decide di partire con la sua amata per l’America per fare il suo film da solo. Ma al mattino Lisa se ne va, lasciandolo da solo.

Come se non sembrasse già tutto buttato lì a casaccio ecco che nelle ultimissime scene Tony se ne torna in discoteca a ballare con Lisa riapparsa dal nulla, mentre ignora Nino che lo saluta in lontananza, il quale si pavoneggia con i clienti del locale del suo film che forse non farà mai. Tutto ciò avviene senza chiarire se Lisa e Tony stanno ancora insieme, se e come Nino sia uscito dal tunnel della droga e della mala e se i due abbiano davvero definitivamente abbandonato i loro sogni cinematografici. Con molta probabilità la produzione aveva finito i soldi e non non potendo realizzare un vero e proprio epilogo dovettero arrangiarsi a montare qualche scena non utilizzata.

American Fever La Febbre AmericanaPer certi versi questo non-finale ha saputo involontariamente rappresentare la fine di quel decennio e simboleggiare la brevissima stagione della discomusic in Italia: il rifiuto delle responsabilità e l’abbandono di ogni impegno e ideale, al fine del più mero egoismo e della vita notturna sregolata come unico luogo per soffocare le proprie angosce, le difficoltà della vita e i sogni lontani, tutto questo con un po’ di brillantina e un abito bianco come John Travolta.

Esattamente come per La febbre del sabato sera anche American Fever fu accompagnato da una colonna sonora che come potrete immaginare ebbe la stessa fortuna della pellicola. Oltre a un paio di successi dei La Bionda (One For You, One For Me e 1,2,3,4 Gimme Some More, questo pubblicato l’anno precedente sotto lo pseudonimo D.D. Sound) e a un brano dello sconosciuto Cannon Ball (Passion Flower), troviamo ben cinque canzoni scritte e registrate per l’occasione ad opera degli Spot Light (duo composto da Giuseppe Farnetti e dal DJ Sergio Cossa, uno dei futuri pionieri dell’italo disco negli anni ’80). Per fortuna in aggiunta all’ossessivo American Fever ripetuto nel film fino allo sfinimento e qui anche in versione strumentale, vi sono brani ben più coinvolgenti quali A Little Bit Faster, pezzo in odore di Chic con un lungo assolo di chitarra funky o le due ballate romantiche Morning Sun e la strumentale Blue Wave ottimamente arrangiate.

Tracce:
A1. Spot Light – A Little Bit Faster
A2. Cannon Ball – Passion Flower
A3. La Bionda – One For You, One For Me
A4. Spot Light – American Fever (instrumental)
B1. Spot Light – American Fever
B2. Spot Light – Morning Sun
B3. D.D. Sound – 1,2,3,4 Gimme Some More
B4. Spot Light – Blue Wave (instrumental)

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3 COMMENTI

  1. Il modo in cui viene trattata la disco music, sopratutto in Italia, è a dir poco superficiale e legato agli aspetti più “pop” e commerciali del genere. Nessuno parla mai di quanto sia stato importante quel periodo per l’evoluzione di tutta la black music (a tal proposito, vi consiglio queste due playlist: https://www.youtube.com/watch?v=aPTL7t8iyog&list=PL38xyjzOtv1DB8_HfkAGfrDQsSFKDvG8H
    https://www.youtube.com/watch?v=sg6DXQIauKc&list=PL37C2D10D5882B708 )

  2. Da fan della Baby Records mi chiedo come ho fatto a perdermelo! Comunque, i pezzi dei La Bionda in questione sono coevi, non ”di tre anni prima”: ”one for you” è del 1978, ”1 2 3 4” dei Dd Sound di fine 1977.

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