Viola Valentino La bambolaPatty Pravo in gioventù, nel lontano 1968 cantava «tu mi fai girar, tu mi fai girar… come fossi una bambola» rivolto a un ragazzo che ci piace immaginare giovane, bello e sfrontato, carico di figa (scusando la scarsa grazia) e capace di far girare la testa a tutte, ma che ha anche a che fare con una giovincella in grado di tenergli testa perché evidentemente non gli è da meno in quanto a bellezza (e paio di palle, sempre per essere elegante); una che, in altri termini, era Patty Pravo.

Quelle strofe e quel ritornello sono diventate una sorta di sua seconda pelle, un successo capace di attraversare i decenni a dispetto delle mode, delle stagioni e degli anni della nostra adorata Nicoletta, che oggi alla sua veneranda età può ancora permettersi di cantarla senza apparire fuori luogo o, ammettiamolo, ridicola. Riuscendo anche a chiudere un occhio (ma forse sarebbe meglio un orecchio) bonario sulla sua versione riveduta e corretta pubblicata nel 2008.

Stop.

Stop perché quel vestito cucito addosso che lei si porta addosso come un guanto, calzato da altre può rischiare di sembrare un camicione ingombrante di quelli smessi che vengono riciclati per andare al mare e ciononostante non vanno bene neppure là.

È il caso di Viola Valentino, tornata alle cronache in questi ultimi anni dopo svariati secoli di oblio, che da qualche tempo si sta sbizzarrendo (o imbizzarrendo, a voi la scelta) con una variegata produzione musicale che include anche la cover del celeberrimo brano in questione.

Incurante di tutto e di tutti Viola dimentica che il testo la fa apparire come una signora troppo in là con gli anni alla ricerca di giovani ragazzini e si dedica alla sua reinterpretazione su base house o qualcosa del genere, tornando al suo tanto amato e famigerato effetto sussurrato o quasi, senza che francamente qualcuno ne sentisse il bisogno.

Ovviamente al brano fa da contorno un video spietato in cui la Valentino conciata come un’attempata drag queen, dimentica della grazia di Patty Pravo, si aggira con la stessa eleganza di Godzilla tra le strade di Tokyo, vagando in quella che sembrerebbe la casa del mistero e che poi scopriamo essere una normalissima villetta bifamiliare (i due garage tra la scala al massimo fan venire voglia di chiedere il numero dell’architetto per poterlo denunciare).

Mistero nel mistero, il lettino da analista… o forse no.

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