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Ombretta Colli – Cocco Fresco Cocco Bello (1983 – 7″)

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Ombretta Colli - Cocco Fresco, Cocco Bello (1983 - 7")Ombretta Colli, genovese, classe ’43, ce la ricordiamo per tre ragioni: è stata un’attrice/cantante attiva dagli anni ’60 agli anni ’80, nel 1994 si butta in politica a fianco di Silvio Berlusconi e della sua neonata Forza Italia e ultimo, ma non ultimo, è stata la moglie di un certo Giorgio Gaber. E qui già vedo i vostri volti sconcertati nell’abbinare insieme le due informazioni sulla carriera politica e la vita privata, ma non è questa la sede per parlarne.

Quello di cui bisogna parlare oggi è “Cocco Fresco Cocco Bello”, un brano del 1983 presentato al Festivalbar e che vede come titolo la celeberrima espressione dei venditori ambulanti di cocco sulle spiagge italiane. A parte la copertina il disco non ha assolutamente nulla che richiami spiagge, sole e tutta quella sequela di sensazioni/situazioni tipiche delle canzoni a tema estivo. Di contro, spiegare di che cosa parli il brano è impresa ardua dato che (per dirla alla Vasco) un senso non ce l’ha.

Più che di un testo si potrebbe parlare di un collage, d’immagini vissute in prima persona che saltano da discorsi sul benessere fisico (“la cura delle terme mi fa bene / vediamo se la linea si mantiene”) ad altre istantanee che paiono non avere collegamento tra di loro (il verso sopra riportato è seguito da “nei ristoranti aperti anche alle due di notte/ c’è chi ci prova a farmi un po di corte”). Il tutto viene sostenuto da un ritornello altrettanto indecifrabile (“Cocco fresco, cocco bello / non è che mi diverta molto”) con suoni che paiono quelli di uno xilofono, in contrasto con la musica delle strofe che segue un ritmo basato su un piccolo riff di chitarra elettrica, molto orecchiabile tra l’altro. Ah, e non dimentichiamoci il coro che introduce le strofe dove viene ripetuta in progressione la parola “Kalimbaue”!

Se vogliamo dirla in maniera più semplificata “Cocco Fresco, Cocco Bello” è una canzone dall’ascolto immediato, piacevole, la si può definire anche bella (specie nella parte finale dove la terza strofa sale di tono) ma il cui contenuto è pressoché inintelligibile. E la cosa divertente è che ritrovarsi a canticchiarla, pur non conoscendo il senso di quello che si sta ascoltando, è una reazione immediata.

Eppure… Forse una spiegazione c’è: sì perché il testo e la musica di questa canzone provengono dalla mente dell’ultimo nome che ti aspetteresti di trovare implicato in un prodotto del genere… Insomma, sto parlando del maestro Franco Battiato che con la collaborazione del fidato Giusto Pio e della stessa Colli diedero vita ad un 45 giri che oltre a questo pezzo comprendeva un lato B dal titolo “Evaristo”.

Quindi tutto torna. Non avremo ancora trovato il senso a quelle parole, ma sapere che c’è lo zampino di Battiato in tutta questa storia fa pensare che forse in fondo in fondo c’è e siamo noi che semplicemente non lo vediamo.

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3 COMMENTI

  1. In realtà questo brano, tratto dall’album “Una donna tutta sbagliata”, era una presa in giro delle varie “Feste dell’Unità” che all’epoca impazzavano in Italia. Ma non quelle serie, quanto quelle Ochettiane o Dalemiane che ormai di “unità proletaria” non avevano più nulla, ed erano piuttosto assimilabili a fiere di paese. Restavano di genuino solo,appunto, i cocchi “freschi e belli” venduti dagli ambulanti. Per il resto, era merce tutta uguale ripetuta e rivenduta all’infinito.
    “Non è che mi diverta” era dunque la giusta conclusione.
    Di fatto, ci andavi per incontrare gli amici, ci spulciavi insieme le bancarelle, compravi giusto una cassetta autoprodotta che ti sembrava decente, e ti bevevi una birretta normalmente tanto cara quanto insignificante.
    Personalmente, da Gramsciano quale sono, da quel tipo di manifestazione cominciai a percepire non solo che c’era qualcosa nella Sinistra non funzionava proprio più, ma che non ci sarebbe stato alcun modo di tornare indietro.
    Lo stesso per Ombretta Colli: da finta liberista-salottiera, a uno dei peggiori assessori che Milano abbia mai dovuto sopportare. Inoltre, moglie di Gaber. Un connubio che rivelò palesemente le debolezze ideologiche di colui che fu certamente un grande artista, ma che non smise mai di difendere le scelte della moglie berlusconiana. E questa fu una contraddizione che, chi un tempo cantava “i borghesi sono tutti dei porci”, avrebbe potuto e dovuto gestirsi molto, ma molto, meglio.

    Ultima cosa. Siamo al 12 dicembre 2015, e per la prima volta sto ammirando il restyling di questo sito.
    Vikk me ne aveva già parlato, ma vedendolo ora sono davvero folgorato: accattivante, moderno, simpaticissimo. Complimenti a tutto lo staff di “Orrore” e Grande Vittorio! Per me, come sempre, e ormai da tanti (ma davvero tanti) anni: numero UNO!

  2. Trovo la canzone, riascoltata molte volte, particolarmente triste e malinconica. C’è satira e distacco verso tematiche moderne viste come filler per un profondo conflitto interno. Mi ricorda Alexander Platz.

  3. “Testo inintelleggibile”? Ma è molto semplice: una moglie in vacanza parla al marito, gli fa delle raccomandazioni, gli descrive il viaggio, l’ambiente in cui si trova e gli racconta quello che fa.
    Il tutto con ironia e disincanto, sulla base di una musica volutamente super orecchiabile e di un ritornello che fa tanto balli di gruppo, elementi che aiutano l’ascoltatore a calarsi nel contesto nazional popolare descritto.
    Ne viene fuori una canzone apparentemente semplice ma tutt’altro che banale. E non potrebbe essere diversamente dato l’autore.

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