john-cage-4-33Sulle pagine di Orrore a 33 Giri non potevamo non indagare il bizzarro e l’insolito anche nella musica classica, parlando di una composizione controversa e rivoluzionaria come il capolavoro 4’33” a opera di John Cage.

Il brano viene spesso bollato superficialmente come un esercizio eccentrico e bislacco mentre iin realtà rappresenta probabilmente il manifesto della ricerca sonora del compositore e teorico musicale americano.

Prima di affrontare il brano è assolutamente indispensabile conoscere la visione filosofica e totale della musica dell’autore e l’importanza data al suono a 360 gradi, che siano note musicali o rumori involontari guidati dalle leggi della casualità con cui Cage creò molte delle sue opere più famose (con simili procedimenti di casualità che verranno sperimentati nelle prime esecuzioni musicali computeristiche di appena un decennio dopo di cui abbiamo parlato riguardo a Music For Mathematics). Libertà tra suono e rumore e unione totale con ogni forma d’arte; la musica di Cage si trasforma così in esperienza nel suo obiettivo di divenire anche poesia.

Musica come casualità che John Cage ricercava anche attraverso “strumenti” insoliti e dai rumori involontari, non propriamente provenienti dalla sfera musicale accademicamente intesa, come quando nel 1958 si esibì davanti a uno sconvolto Mike Bongiorno suonando tra i vari strumenti a disposizione una vasca da bagno, un innaffiatoio, cinque radio, un pianoforte, dei cubetti di ghiaccio, una pentola a vapore e un vaso di fiori durante una puntata di Lascia o raddoppia cui Cage aveva anche partecipato come concorrente, vincendo grazie alle sue conosecenze sui funghi.

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John Cage con Mike Bongiorno nel 1958 durante una puntata di Lascia o raddoppia

«Tutto ciò che facciamo è musica» (John Cage)

Ispirato da un’esperienza in una camera anecoica (una stanza insonorizzata con pareti che permettono di ridurre quasi totalmente la riflessione dei segnali acustici) dove Cage non riuscì ad ascoltare il silenzio percependo invece il circolare del sangue, il battito cardiaco e ogni più piccolo rumore del suo sistema fisiologico, dedusse l’impossibilità del silenzio assoluto.

Presa coscienza del fatto che il silenzio non è altro che una condizione del suono, materia sonora in rapporto dialettico con gli altri suoni, essa diventa a pieno titolo mezzo espressivo; 4’33” diventa quindi pienamente comprensibile: una composizione che consiste nel non suonare alcuno strumento, ma lasciare che siano i rumori involontari a creare il brano musicale.

4’33” è specificatamente scritto come eseguibile per qualsiasi strumento musicale o ensemble ed è composto da 4 minuti e 33 secondi di nessuna nota né attuazione musicale di alcun tipo, un nuovo piano su cui sentire ogni minimo rumore di sottofondo, dal respiro (proprio o altrui) fino al più piccolo suono prodotto involontariamente, un equivalente dei white paintings di Robert Rauschenberg, amico di Cage che negli stessi anni realizzava monocromi bianchi che variavano a seconda della luce che colpiva la tela.

«Preferisco fare esperienza di qualcosa piuttosto che capirla» (John Cage)

Nonostante la fama del brano acquisita negli anni John Cage non fornì mai spiegazioni dell’idea che si cela dietro 4’33” probabilmente perché non vi diede mai una fondamentale importanza all’interno del suo corpus di opere, non venendo neppure menzionato nella raccolta di saggi intitolata guarda caso Silence (1961), ritenendola una semplice esperienza divulgativa a esposizione della sua teoria. Inoltre Cage cominciò a ritenerlo un pezzo ormai sorpassato del suo percorso musicale fatto di assidue ricerche e di continui esperimenti, riconoscendo probabilmente anche una certa visione (auto)ironica della composizione e forse il fatto che essendo stato ispirato in parte dalla ricerca pittorica di Robert Rauschenberg, Cage la ritenesse solo parzialmente un’idea originale.

Sta di fatto che negli anni ’60 moltissimi artisti d’avanguardia iniziarono a ispirarsi alle opere di questo compositore visionario, alla sua idea del silenzio e all’emblema che ormai era divenuto 4’33” in infinite riproposizioni più o meno ironiche, più o meno riflessive e profonde, talvolta politicamente intese talvolta semplici omaggi o prese in giro, tanto da averci fatto scegliere i nostri 10 migliori dischi “silenziosi” in cui l’anima e la filosofia di Cage spesso rispunta beffarda risuonando più forte che mai.

Ironicamente, in un qualcosa tra il geniale e il sublime, per gentile concessione di Warner Music Group le registrazioni di 4’33” su YouTube devono essere contro-silenziate con della musica o non devono avere alcun tipo di audio per non infrangere il copyright del brano. Meraviglioso.

Il silenzio non lo si può spiegare ma solo provare, un nulla che non è davvero un nulla ma anzi una fitta selva di infinite esperienze, prospettive ed elementi diversi, e questa è l’essenza della filosofia buddhista Zen dopotutto. Il faccia a faccia dell’uomo col silenzio, non come un momento di calma e tranquillità ma come un faccia a faccia con l’ispirazione stessa, col non detto e sopratutto il non esprimibile che ci troviamo ad affrontare ogni momento in cui non sappiamo cosa dire e preferiamo restare in silenzio.

Domenico Francesco Cirillo
Studente di Antropologia ed amante dell'eccezione, dell'eccentricità e di tutto ciò che possa definirsi fuori dalla norma. Ricercatore, con un occhio occasionale per il macabro, di ogni tipo di stranezza artistica del passato (e non) con il debole per l'arte realizzata da non-artisti, bambini, criminali, malati mentali. Lettore accanito bibliomane/bibliofilo appassionato di b-movies d'epoca, rock'n' roll anni '50, psichedelia, jazz, occultismo e beat generation.

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