Al Bano reinterpreta la marcetta di Fratelli d’Italia trasformandola in una ballata di senile pop sinfonico

al bano fratelli d'italiaNon lo scopriamo certo noi che Il canto degli italiani, meglio noto come Fratelli d’Italia, sia una marcetta ridicola impreziosita da liriche anacronistiche anche per il 1847.

La scelta di usare come inno nazionale questa robetta partorita dalla coppia Michele Novaro (musica) e Goffredo Mameli (testo) fu una scelta aberrante, anche perché avevamo in casa gente come Giuseppe Verdi o Gioachino Rossini che qualcosa di lievemente più interessante lo avevano scritto. Oggi sarebbe come prendere un brano degli Zero Assoluto piuttosto che uno di Ennio Morricone.

Secondo noi il vero inno italiano dovrebbe essere Italia di Mino Reitano (uscita dalla penna di Umberto Balsamo) per la sua descrizione didascalica delle bellezze nostrane o ancora meglio Felicità, di Al Bano e Romina Power, vero brano trans-nazionale e trans-generazionale che porta in giro per il mondo, dagli Urali alle Ande, l’ottimismo italiano di mangiare un panino con un bicchiere di vino. Ma ormai ciò che è fatto è fatto e sostituire la canzoncina che parla dell’elmo di Scipione l’Africano pare impossibile, forse perché cementata nei cuori degli italiani che si sentono compulsivamente patriottici quando vedono 11 magliette azzurre che inseguono una palla su un prato.

Se cambiare non si può, almeno cerchiamo di migliorare questa fetecchia ed ecco che entra in scena il mai domo Al Bano Carrisi che, tra una vendemmia e una comparsata in TV, non ha un cazzo da fare e decide di donare finalmente nuova luce al fetido motivetto, dedicandogli un intero album dove, come di consueto tra un Tu vo fa’ l’americano, un Azzurro e Il cuore è uno zingaro rivernicia di toni melodrammatici Fratelli d’Italia, operazione che aveva già fatto con successo per quella chiavica di Notti magiche.

Lo diciamo subito: la versione di Al Bano polverizza l’originale sotto tutti i punti di vista: arrangiamento, epicità e coinvolgimento emotivo. The Voice from Cellino San Marco ammanta il brano di un drammatico drappo d’archi e rintocchi di pianoforte trasformando la risibile marcetta militare in un crescendo di senile pop sinfonico, troppo vecchio anche per il pubblico di Sanremo di 50 anni fa. Il nostro inno viene completamente trasfigurato in un qualcosa che, nelle intenzioni del cantante-contadino potesse essere suonato con rinnovata dignità se non al finco di The Star-Spangled Banner, God Save the QueenDas Lied der Deutschen o dell’inarrivabile Inno dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, almeno dopo una Con te partirò.

Poche balle, per noi Al Bano è la vera voce Italiana, più di Domenico Modugno, più di Claudio Villa, ora non ci resta che aspettare che rifaccia «po po-po-po-po po».