Stefania Corona canta il suo improbabile Puzzle Sound con lo zampino di Alavaro Vitali

Pierino ci mette lo zampino per aiutare a promuovere il primo e ultimo disco dell'attrice Stefania Corona

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Immaginiamo di essere un adolescente come tanti di metà anni ‘90, quando non ci sono in giro cellulari e internet è ancora una cosa da pochissimi eletti. E’ un martedì mattina, c’è una manifestazione non precisata e ne approfitto per non andare a scuola. Da novizio appassionato di musica mi reco in centro, in un megastore fornitissimo dove cerco avidamente fra le musicassette e i CD ciò che mi interessa.

In questi negozi si trovavano dei veri e propri cestoni pieni zeppi di dischi a prezzo stracciato: spesso e volentieri mi cade l’occhio per vedere le stranezze buttate a caso. Copertine brutte, cantanti sconosciuti, album che probabilmente non voleva più neanche l’autore e tanto, tanto trash (potevamo chiamarlo così ma nel 2023 la neolingua non permette più di usare quella parola e ci limitiamo a definirlo “diversamente bello” che per inciso ha segnato la mia adolescenza con album e brani che sovente sono stati recensiti in questi lidi).

Nel cestone proprio vicino alle casse prendo Puzzle Sound di Stefania Corona attratto da Pierino, alias Alvaro Vitali, che fa bella mostra in copertina. C’è scritto special guest, mal che vada mi faccio due risate, anche se la comicità di Pierino ormai è morta e sepolta, categorizzata come film di serie C dei mitici anni’80.  

L’album si apre con Aiutaci Pierino, un brano su base midi rappato da Alvaro Vitali e con la Corona che canta il ritornello “aiutaci pierino ritorna un po’ bambino”. Se il buongiorno si vede dal mattino siamo a rischio fregatura… Che arriva puntualmente. La copertina non è altro che uno specchietto per le allodole che sfrutta la fama dell’attore noto per le commedie sexy degli anni ’70 e ’80 per promuovere il disco della moglie che compone e canta tutto l’album.

Fra arrangiamenti dozzinali, piattume generale e canzoni che non entrano minimamente nel cervello il lavoro è da bollare come un guilty pleasure dell’autrice che probabilmente ha investito anche qualche soldo nella produzione del disco, forse per divertimento, forse per chissà quale altro motivo, ma sicuramente non cedeva certo di sfondare nel mondo della musica con questa roba, vero? Voglio sperare sia così.

La voce non è completamente da bocciare (anche per demerito altrui, perché si è sentito di peggio) ma non c’è davvero nulla degno di nota. Il disco scorre noioso, quasi senza emozioni, un po’ come quelle canzoni che si ascoltano negli androni o negli ascensori: in pratica un rumore bianco fatto di urletti pseudo blues e chitarre elettriche suonate da qualche programmino per PC. C’è tempo per l’ultimo brano, un immancabile remix pseudo-dub di Aiutaci Pierino leggermente velocizzato con tanto di inquietanti risatine qua e là e con il solo ritornello cantato. Che fatica! Mai spese peggio le mie 3.500 lire!

Torniamo ai giorni d’oggi, torniamo a Spotify e ai contenitori di musica liquida: se pure a metà anni ’90 questo progetto sarebbe risultato terribilmente anacronistico, voglio lasciare il lettore a immaginare cosa possa rappresentare un’operazione del genere quando venne pubblicata nel 2017. 

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