Senza filtro, il film degli Articolo 31 che non vide nessuno

La storia di J-Ax e DJ Jad viene trasportata al cinema in un film perfettamente dimenticabile e giustamente dimenticato

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Direbbe Francesco De Gregori in Bufalo Bill «vent’anni sembran pochi / poi ti volti a guardarli e non li trovi più», oggi più di allora visti gli enormi cambiamenti sociali e culturali che hanno fatto sì che persino una pellicola dei primi anni 2000 sembri appartenere a un’altra era o a qualche mondo parallelo distante anni luce.

Stiamo parlando di Senza filtro che uscì nel 2001 e vide al centro della scena gli Articolo 31, all’epoca i più popolari esponenti della musica rap italiana, proprio poco prima della loro inaspettata svolta pop-punk. Un film che ha un piccolo punto di contatto con un suo predecessore, il famigerato Jolly Blu degli 883, uscito tre anni prima, anch’esso dedicato a una band che aveva fatto del linguaggio e delle tematiche giovanili il proprio punto di forza. Entrambi i film, infatti, nelle rispettive biografie delle band occupano in tutto pochissime righe e nulla più, come se si trattasse di una parantesi azzardata all’interno di una carriera ricca di soddisfazioni.

A dieci anni dalla loro formazione gli Articolo 31 decisero di festeggiare l’anniversario con una pellicola che non assomiglia affatto a un musicarello nonostante la sovrabbondanza di canzoni che restano sempre sullo sfondo (tra l’altro prese a piene mani dell’ultimo album Xché sì per ovvie ragioni di promozione, tanto da sembrarne quasi un compendio cinematografico) ma anche, tra gli altri, degli amici Gemelli Diversi e Space One. Non è chiaro se l’obbiettivo sia raccontare la storia di J-Ax e DJ Jad o quelo di regalare dei quadretti di vita vissuta nella periferia milanese con tutto quello che ne consegue: amori, scazzi, cemento, droga, voglia d’evadere, riscatto, degrado urbano, serate nei locali, violenza, tanto hip hop e abuso totale di slang e parlata giovanile. Il tutto in maniera tremendamente superficiale, blanda e dimenticabilissima.

Si segue la vita di Nico (J-Ax), dal rapporto paterno nei confronti della sorella, alla disillusione nei confronti della musica a seguito della caduta nel tunnel dell’eroina da parte dell’amico Mosè (interpretato dal DJ Wlady, fratello minore di DJ Jad); a dargli la spinta per tornare sopra un palco sarà proprio l’incontro con Ray (DJ Jad) con cui condividerà la scena solo nella mezz’ora finale.

Se vogliamo essere onesti nell’incontro tra musicisti e mondo della celluloide si è visto anche di peggio, ma questo non significa che i demeriti altrui siano un complimento. Nonostante la produzione Medusa si capisce subito che il budget era limitato a pochi spiccioli: alla regia troviamo lo sconosciutissimo Mimmo Raimondi (qui al debutto dietro la macchina da presa e come sceneggiatore con Piero Bodrato, successivamente dirigerà solo la serie TV Agrodolce nel 2008), location limitate a quattro angoli della “ridente” Barona e un numero limitatissimo di personaggi. Insomma il minimo sindacale e la sensazione di una qualità generale da fiction pomeridiana.

Se all’epoca la critica non fu tenera, oggi possiamo definirlo semplicemente come un figlio del suo tempo. Una brutta biopic che potrebbe passare su Netflix senza scandalizzare nessuno e che inquadra un determinato momento all’alba del secondo millennio, ma quello che rimane sono è solo una parata di facce conosciute prestate al gioco per puro sentimento d’amicizia: Albertino nel ruolo di uno spacciatore chiamato Duca Conte (inspiegabile omaggio fantozziano), Grido dei Gemelli Diversi, Space One e addirittura il buon Cochi Ponzoni (forse grazie alla presenza della figlia Eleonora, responsabile della scenografia), qua nel ruolo del padre menefreghista e assente di Nico, lontano anni luce dalla sua figura simpatica portata in scena con Renato Pozzetto.

Infine, la domanda che tutti vi starete facendo: come se la cavano DJ Jad e J-Ax nelle vesti di attori? Anzitutto interpretano semplicemente loro stessi, quindi il termine “attore” è decisamente eccessivo. Del primo possiamo ammirare la sua coerenza e amore verso l’hip hop, ma per farlo emergere un minimo dalla scenografia ecco che qualcuno ha deciso di fargli indossare cappello e occhiali da sole in tutte le scene, in una sorta di divisa da cartone animato. Poco importa perché l’attenzione è, giustamente, rivolta al frontman che cerca di dare la sua migliore interpretazione di sé stesso. Se pensiamo al futuro interprete di hit spacca cervello e qualcos’altro tipo Maria Salvador, Vorrei ma non posto e Ostia Lido o alla sua presenza a The Voice e al caso mediatico di Suor Cristina, si prova quasi un effetto nostalgico del J-Ax che fu, che poteva non piacere, ma almeno non era molesto.

J-Ax e DJ Jad in una scena del fim

Nonostante sia tutto perfettamente dimenticabile e giustamente dimenticato Senza filtro è un segnalibro importante nella storia degli Articolo 31 perché da lì in avanti arriveranno le chitarre elettriche, la voglia di J-Ax di fare il rocker eterno adolescente alla Blink-182 e DJ Jad sempre più defilato fino alla separazione nel 2006 e successiva trionfale reunion dodici anni dopo anche se sa tanto di un “come eravamo” e musicalemten una estensione del J-Ax solista (collaborazione immancabile con Fedez compresa).

Luca “Luke” Morettini Paracucchi e Vitorio “Vikk” Papa

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