Schrott nach 8 Ringo DingoDi primo acchito il nome cacofonico Schrott Nach 8 potrebbe non dire nulla, se non evocare duri schiaffi fonetici tipici della lingua tedesca, ma in realtà rappresenta un fenomeno portentoso dal punto di vista storico-musicale, anche se sfortunatamente poco duraturo.

Il gruppo viene fondato agli albori degli anni Ottanta, nel 1983, dai bavaresi Walter Fricke detto Das Tier (“l’animale”) e il compianto Karl Blass soprannominato Charly Bianco (blass in tedesco significa “pallido”). L’oscuro nome della band rimanda a un programma musicale di dubbio gusto della radio bavarese, Pop nach 8 (“pop dopo le 8”). Pop viene sostituito con un colpo di genio da schrott, letteralmente “carcassa”, nome programmatico e coerente alle intenzioni e all’operato della band.

Il loro successo più clamoroso fu il nostro amatissimo tormentone Zuppa Romana, che risale al 1983 e resta ancora oggi il biglietto da visita della nostra carcassa musicale bavarese preferita, nonché unico brano che abbia conquistato le classifiche. Nonostante il successo relativamente effimero i musicisti non si sono dati per vinti e la band è più o meno sopravvissuta per ben dieci anni (se non contiamo l’effimero ritorno nel 2011 con il brano Motorradl Lady presente nella compilation dedicata alle motociclette Moped aus der Hölle) dando l’addio alle scene in concomitanza con la pubblicazione del loro primo e unico album Anus Mundi (che sfortunatamente non riscosse successo).

Ritorniamo però alla metà del decennio aureo. Forti del clamore legato a Zuppa Romana, gli Schrott Nach 8 sfornano un altro pregevole nonsense musicale: Ringo Dingo. La canzone pare raccontare sostanzialmente la storiella di uno stalker che s’impiccia degli affari di tutti. Musicalmente il pezzo non si discosta molto da Zuppa romana, infatti ripropone un guazzabuglio sonoro che rammenta lo Schlager crucco più dozzinale e (da bravi bavaresi) i brani folkloristici da piccoli Oktoberfest di provincia dove ci si spacca di bretzel e birra non filtrata. Il ritmo però è decisamente più serrato e dinamico. Insomma, tutti in balera!

La scelta del titolo potrebbe essere del tutto arbitraria, ma ci piace pensare che vi si celino degli oscuri motivi. Il dingo è una sorta di lupo selvatico australiano e il termine designa in gergo (non in tedesco però, quindi la vicenda si infittisce) una sorta di imbroglione e accattone, ma anche un vecchio bavoso che si invaghisce di donne molto più giovani. Il torbido profilo del Ringo Dingo in effetti è delineato in maniera chiara, stridendo con la festosa tavolozza sonora del brano. Si tratta di un tizio insonne che gira per la città con mille occhi, sente tutto, è della porta accanto e sa chi entra ed esce da casa tua. Nessuno lo vede, eppure tutti lo aspettano e non gli si può nascondere nulla. Nella sua agendina c’è anche il tuo nome e lui sa benissimo chi sei.

Questa storia non così avvincente come la carrellata di piatti della cucina italiana in Zuppa romana è però impreziosita da una grandiosa esecuzione televisiva dell’epoca. Vorremmo pensare che tutti i membri della band indossino un costume, invece temiamo che siano solo due ad essere travestiti, rispettivamente da poliziotto e da pedinatore, coerentemente con il testo della canzone. Gli altri optano per una mise che rientra tra i più grandi crimini estetici del secondo dopoguerra: tremenda chioma tra il mullet e la tipica criniera da band glam metal ignorante, jeans attillati e tute sintetiche da spacciatore delle periferie del blocco orientale.

Degno di menzione è il raccapricciante lato B del 45 giri, Entschuldige (“Scusa”), che fa ironicamente da contraltare a Ringo Dingo sia dal punto di vista musicale che contenutistico. Il pezzo si pone sin da subito come ogni tremenda ballad anni ’80 che si rispetti: melensa, stucchevole, con una base da pianobar e, colpo di grazia, il sassofono, che campeggia persino in un assolo. È un tentativo di apologia disperato dopo il naufragio di una relazione, accompagnato persino da dei cori simil-gospel da capogiro. Che dire, gli Schrott Nach 8 li preferiamo decisamente quando non si prendono troppo sul serio.

Nonostante i notevoli e ammirevoli sforzi, gli Schrott Nach 8 non sono stati più baciati dalla fama e dal successo, ma i cultori di musica diversamente bella non scorderanno mai questa grandiosa combriccola bavarese e la tramanderanno ai posteri.

A tal proposito è doveroso rispolverare il progetto parallelo di Karl “Charly Bianco” Blass. Nel 1987, sotto il nome di Carl Max, sforna un pezzone un po’ synthpop un po’ italo-disco ignorante intitolato Bolschevita. Un sapiente e arguto gioco di parole nonché mélange tra la stereotipata dolce vita e il bolscevismo viene disteso su una fredda base synthpop. Invitiamo il lettore al piacere dell’ascolto e alla riflessione.

1 COMMENTO

  1. Ma Blass è il cameriere in giacca rossa di Zuppa Romana – acqua minerale, grappa speziale, mito! – o qualcun altro?

    Bolshevita è geniale, il tema da paura!

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