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Ciao Nì! (1979, film)

Un film ingenuo, raffazzonato, dal budget risicatissimo e girato in soli nove giorni ma sincero e spontaneo

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Ciao Nì Renato Zero film 1979Renato Zero nel 1979 era indiscutibilmente all’apice della sua carriera artistica, rappresentando un vero e proprio pioniere di stile e di tematiche in Italia.

Ormai guadagnatosi la popolarità anche tra il grande pubblico, portanto su e giù per l’Italia il suo spettacolo per l’album Zerolandia dell’anno precedente, ne approfittò per cogliere la palla al balzo realizzando Ciao Nì! una pellicola in qualità di sceneggiatore e protagonista. Giusto per non farsi mancare nulla.

Non si può non riconoscere a Renato Zero di essere stato tra i primissimi a cantare al grande pubblico di temi all’epoca estremamente scottanti, giocando la carta della sua dubbia (dubbia?) sessualità e di aver sempre saputo trattare anche gli argomenti più drammatci con un piglio autoironico e uno stile leggero, che non deve essere necessariamente interpretato come sinonimo di superficialità.

In Ciao Nì! Renatone fa esattamente la stessa identica cosa traslandola in ambito cinematografico, con un film basato in questo caso interamente sulla propria interiorità e poco altro. Non fosse stato per i testi delle sue (tante) canzoni e il piglio naïf con cui tratta certi temi, ci troveremo di fronte ad un vero e proprio dramma con una trama banalissima e raffazzonata. Al contrario abbiamo di fronte, forse, un unicum del cinema italiano: un lunghissimo videoclip (ben tredici i brani presenti in 92 minuti di pellicola), piuttosto ingenuo, ma anche con più di qualche giocosa velleità art house. Ciao Nì! non è certamente per tutti, ma possiede sicuramente un fascino tutto personale.

La trama, sospesa tra l’onirico e il fiabesco, è incentrata (c’è da chiederlo?) sul personaggio Renato Zero, qui nei panni di sè stesso mentre si confronta con i propri demoni, in una storia scritta di proprio pugno (probabilmente tra una sessione di trucco e una messa in piega). Alla regia troviamo Paolo Poeti (assistito da un giovane Neri Parenti), che all’epoca poteva vantare solo un film erotico/esotico con Ilona Staller (Inhibition, 1976) e un controverso sceneggiato televisivo incentrato sulla morte di Luigi Tenco (Vedrai che cambierà, 1977).

Il film si svolge durante l’ultimo tour di Renato Zero, quando il nostro riceve una misteriosa minaccia di morte firmata «Ciao Nì». Da qui inizia l’indagine del protagonista (tra memorabili versioni di Sesso o esse, Sbattiamoci, Triangolo, Il carrozzone, Baratto e tanti altri classici) nell’intento di scoprire il mittente di quella lettera. Sarà forse la simpatica vecchina Zucchero (una sempre dolcissima Nerina Montagnani)? Il muto Mignolo (Guerrino Crivello)? Il burbero, omofobo e avido manager Dollaro (il sempre eccelso Carlo Monni, appena uscito dal terribile Rock & Roll)? Lo psicanalista Super Io (Renzo Rinaldi)? O bisogna scavare ancora più a ritroso nel tempo?

Mentre Renato inizia a indagare su tutti, allo stesso tempo rimugina anche su sè stesso rivangando il suo passato: i genitori dispotici, la suora castratrice a scuola (dotata di un memorabile crocefisso-coltello), il sergente della visita di leva (alla quale Renato si presentò in giarrettiere e mutandine di seta) e, perché no, anche lo scienziato Nero (Franco Garofalo) e il suo nano Casabalanca, tentativo fallito di ricreare la tanto bramata androginia perfetta di Renato Zero in laboratorio.

Il tutto è ovviamente una gigantesca bracconata che sbeffeggia Sigmund Freud, la psicanalisi tutta e i benpensanti moralisti che discutono sulle cause e le origini della sua additata anormalità. Renato Zero non se ne interessa, e nel finale capirà tutto con lo svelamento della vera realtà di chi mira ad ucciderlo.

Nonostante l’alta pretesuosità e un un budget scarsissimo, Renato Zero e Paolo Poeti riescono a portare avanti un’opera complessa, che non sarebbe quello che è se non fosse per una enorme sincerità d’intenti e un’ironia fanciullesca. Con abilità e furbizia ritroviamo elementi (alla lontana ovviamente) à la Federico Fellini (regista per cui il cantautore lavorò più volte, come nel Satyricon, Roma o Il Casanova), il primissimo Pupi Avati e vaghe suggestioni che sembrano richiamare persino un certo cinema sperimentale queer americano.

Per assurdo ciò che cozza con lo stile delle scene narrative di cornice più eteree e barocche sono proprio le canzoni di Renato Zero (tutte pescate da Zerolandia, Zerofobia ed EroZero) recuperate da filmati di repertorio del recente tour e senza alcun inedito: tutte, come già detto, interpretate in maniera strepitosa, ma che spesso paiono fuori contesto.

Per questo Ciao Nì! c’erano quindi tutte le carte per un sonoro e clamoroso “floppone”: budget  risicatissimo, recitazione da “buona la prima” (l’intero film venne girato in soli nove giorni), stile da film sperimentale e non molto lineare, tematica gay, tema autobiografico e intimistico tutto basato sul personaggio Renato Zero, oltre al suo enorme ego da prima donna. Con sorpresa di tutti il film si dimostrò uno dei più grandi incassi italiani del 1979, guadagnando addirittura più del famigerato Superman con Christopher Reeve, vuoi per l’amore morboso dei suoi “sorcini”, vuoi per aver sfruttato con una sorta di instant movie l’enorme popolarità raggiunta, vuoi per la completa sincerità e spontaneità del progetto, come dimostra il delirante comunicato stampa di Renato Zero dell’epoca:

«Volendo semplificare qualunque logica matematica di concetti astrusi e filosofie altisonanti conosco il sistema e si riduce per magia dell’immediatezza con un semplice e efficace CIAO NI’.

Questo per soddisfare i curiosi e li increduli. Ma ecco che io al secolo Renato Fiacchini, per un disguido postale Renato Zero, decido di fare un film!

Perché un film?

Perché non ti fai gli affari tuoi?

Lasciatemi fare il film , vi prego!

Evviva l’ho fatto (il film).

Non è un film di cow-boys, non è un film di cartoni animati, non è un film porno e forse se ci penso non è neanche un film.

Cos’è mi chiederete?

E’ la presunzione, l’ingordigia di andare a ficcare il naso ovunque.

Questa volta il mio naso è andato a sbattere contro la macchina da presa.

Risultato……

(Non pervenuto.)

Sarà bello che voi mi aiutate ad interpretare quello che ho scritto e rappresentato sul grande schermo. Sarà bello scoprire la mia custode di nome Zucchero, il mio attendente Mignolo, il mio manager Danaro, il mio psichiatra Super-Io, e tante altre facceche mi porto dentro da una vita e che voglio presentarvi.

Perché dovrete assistere a questo film?
Ma perché l’ho fatto per voi.

Confido nella vostra severità e nel vostro buongusto.

Ciao nì.»

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4 COMMENTI

  1. Ciao Ni….meraviglioso x noi Sorcini…inutile x tutti voi…ma se era di primi posti un motivo ci sarà….nonostante la vostra critica di parte negativa. Viva Sempre Renato!!!

  2. «Per questo Ciao Nì! c’erano quindi tutte le carte per un sonoro e clamoroso “floppone”: budget risicatissimo, recitazione da “buona la prima” (l’intero film venne girato in soli nove giorni)…»

    All’epoca ero un fan di Zero, e ricordo che quando avevo raccontato di questo dettaglio che non era certo stato tenuto nascosto mio padre esclamò “chissà che porcheria!”, e lui un po’ di cinema e di registi se ne intendeva, per ragioni di lavoro.
    Il film tecnicamente è una porcheria, ma non per i pochi giorni dedicati al girato. Non so allora, ma oggi per risparmiare sui costi i film senza particolari esigenze sceniche (qui non ci sono scene d’azione all’aperto) si girano anche in meno: ciò che prende tempo nella realizzazione di un film è la preproduzione e la postproduzione, per un’ora e mezza di scene (in realtà molto meno, le immagini dei concerti sono di repertorio) nove giorni, se ben organizzati e pianificati, bastano.

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