Raf e quel disco rock dimenticato da tutti

Anche Raf dopo Gianluca Grignani e Marco Masini gioca la carta della "svolta rock"

Che cosa può accomunare Che Guevara e la lotta armata, i Rage Against the Machine e il comunismo? Magari un Tom Morello qualunque (ovviamente quello dei vecchi tempi, non certo lo scafato musicista che suona nella band di Bruce Springsteen o, peggio, giocherella pericolosamente con i Maneskin). In ogni caso oggi siete fuori strada.

La sottile linea (apparentemente rossa) che collega questi puntini è Raf, al secolo Raffaele Riefoli: non sforzatevi a rileggere più volte, avete inteso bene. Chi conosce il cantautore pugliese (ma fiorentino d’adozione) sa bene come sia un artista meno scontato di quello che potrebbe sembrare.

Prima di ergersi a icona della canzone pop italiana come non citare i suoi esordi pseudo punk-rock con i Café Caracas , dove cantava e suonava il basso in compagnia di un giovane Ghigo Renzulli pre Litfiba, coi quali aprirono «tra sputi e insulti» (cit. dello stesso Raf) un live dei Clash a Bologna nel 1980 (probabilmente suonando la loro cover di Tintarella di Luna), oppure la brevissima parentesi italo disco del 1983-1984, grazie al successo internazionale della hit Self Control (aiutato anche grazie alla versione interpretata da Laura Branigan).

Lasciata la lingua inglese per l’italiano continuano i successi prima scritti per altri: la musica dell’inno motivazionale Si può dare di più del trio Morandi-Ruggeri-Tozzi (vincitrice del Festival di Sanremo del 1987) e poi Gente di mare arrivarta terza all’Eurovision del 1987 in coppia con Umberto Tozzi). Da qui gli si aprono le autostrade del successo come interprete con le hit Cosa resterà degli anni ’80, Ti pretendo, Oggi un Dio non ho, e Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, grazie alle partecipazioni sanremesi, ma anche per testi di una discreta eleganza che non si limitano all’equazione cuore/amore.

Arriviamo quindi alla fine degli anni ’90 quando Raf entra in studio per confezionare il suo settimo album di inediti che chiamerà La prova, a due anni di distanza da Collezione temporanea, raccolta di successi riarrangiati per l’occasione, dove si sentono già i primi accenni di un cambio di attitudine verso lidi “alternativi”. Nonostante lo tsunami rock partito da Seattle era orma abbondantemente passato, qualcosa deve aver sedimentato nel nostro che ora sente l’urgenza di distaccarsi dai lavori passati, sia dal punto di vista dei suoni, sia dei testi.

Per prima cosa, invece di lavorare di cesello ecco che i brani (tutti comunque composti da Raf) nascono e si evolvono in maniera organica in studio suonando insieme alla sua backing band: Alfredo Golino alla batteria, Cesare Chiodo al basso, Simone Papi all’organo Hammond e Giacomo Castellano alle chitarre. Quest ultimo l’unico nome con un curriculum discografico di peso, anzi di peso massimo. Voi non lo sapete ma sicuramente avrete ascoltato almeno una volta nella vita la sua chitarra, poiché ha messo lo zampino nei dischi di praticamente tutti i nomi più importanti della musica leggera italiana: Luca Carboni, Marco Masini, Umberto Tozzi, Laura Pausini, Spagna, Nek, Mina, Fiorella Mannoia, Gigi D’Alessio, Antonello Venditti, Adriano Celentano, Ornella Vanoni, Renato Zero e, ovviamente, anche sui dischi precedenti di Raf.

Questo vento di cambiamento in realtà pare piuttosto scarico visto che il disco si apre col primo singolo Vita, storie e pensieri di un alieno, brano pop-rock radiofonico con i tipici arrangiamenti di fine anni ’90, dove chitarra elettrica e acustica s’intrecciano a raccontare un viaggio alla ricerca di se stessi, tra decadenza e solitudine. Insomma più o meno si tratta sempre del solito Raf.

Non esattamente, perché il successivo Lava nel ritornello è un’inaspettata esplosione di chitarre distorte e la voce del buon Raf esce dai dettami zuccherati del cantato pop per darsi a un cantato di testa che denota un’inaspettata estensione. Non stiamo parlando dei Sonic Youth, ma qui siamo concettualmente più vicini ai Goo Goo Dolls che a Eros Ramazzotti. Sarà un bene? Sarà un male? Decidetelo voi.

Questo yin e yang lo ritroviamo un po’ in tutto il disco, dove a episodi decisamente elettrici e spiazzanti si alternano canzoni dalla scrittura smaccatamente pop rivestite di arrangiamenti rock, ma sotto sotto (e senza andare troppo sotto) è il classico Raf che tutti conosciamo.

Ma torniamo a quello che dicevamo all’inizio: proprio colui che solo cinque anni prima sentiva l’esigenza di spiegarci che «il battito animale, batte come non ce n’è», ci spiazza cantandoci di terrorismo rosso ed Ernesto “Che” Guevara. Nel primo caso lo fa con Che giorno è, canzone dal tiro quasi hard rock (ricorda i Movida di Frammenti simili), dove in prima persona narra di attivismo e di ideali che si trasformano in violenza. Mentre nella ballata Jamas va a descrivere il Che, inizialmente in modo quasi didascalico, salvo poi buttarsi nel politico con strofe come «viva l’America e l’apologia dei presidenti che non vanno mai in prigione, perché il potere teme solo la rivoluzione» e la deriva commerciale della sua immagine: «comandante oggi ti ho incontrato sulla maglietta di un turista giapponese». Insomma si galleggia costantemente tra il sorprendente e il Fremdschämen come direbbero i tedeschi, o semplicemente cringe.

Per chiudere come non citare il gran finale lasciato alla title track? Raf come un novello San Francesco si denuda di tutti gli orpelli da cantautore nazional-popolare indossando i panni sdruciti e puzzolenti di un Raf de la Rocha de noantri (in effetti anche il look era cambiato in quel periodo, con barbetta incolta, e look stradaiolo con felpa e cappellino). Con sprezzo del pericolo si lancia senza freni denunciando le disparità nel mondo e la povertà, puntando il dito contro l’ipocrisia della beneficenza, i fabbricanti d’armi e addirittura la Chiesa Cattolica, il tutto mescolato dentro un brano dalle esplosioni rock e dal cantato simil-rap nelle strofe, ma con un ritornello melodico e pacato. Insomma un Raf Against the Machine. Vero e proprio pasticcio di ingegneria genetica ben prima che si cominciasse a giocare con l’intelligenza artificiale. Il testo in effetti sembra una rielaborazione in italiano della band losangelina di cui ammetterà, in un’intervista a Rockol nel periodo di promozione dell’album, essere assiduo ascoltatore in quel periodo.

Se nel 1989 ci si domandava cosa sarebbe rimasto degli anni ’80, nel 2024 ci chiediamo invece cosa resta di questa prova (in tutti i sensi) nella discografia di Raf. La risposta è poco o nulla. Disco ignorato dai fan e archiviato immediatamente a partire dal successivo album Iperbole, dal quale verrà estratto il fortunatissimo singolo Infinito (tra i tormentoni dell’estate 2001).

Più interessante è mettere La prova nel microcosmo della musica italiana dove va a collocarsi in un’ipotetica “trilogia delle svolte rock” accanto ai già narrati (su queste pagine) Scimmie di Marco Masini e La fabbrica di plastica di Gianluca Grignani, rispetto al primo con idee musicali e soprattutto liriche più focalizzate e audaci, ma senza l’attitudine grezza e scarna del secondo.

Claudio Savoldi e Vittorio “Vikk” Papa

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  1. Finalmente un po’ di gloria postuma per un album che, per me, rimane ben migliore di quanto fatto usciree da Raf nell’ultimo decennio (se non oltre).

    Apprezzerò sempre un artista quando si mette in gioco in altri campi, e in questo senso trovo centrato il parallelo tra ‘La prova’ e ‘La fabbrica di plastica’ di Grignani – quest’ultimo, dite quel che volete, un album che, per quanto debitore (molto debitore …) verso le sonorità di Radiohead ecc. per me rimane tra le migliori cose della musica italiana degli anni novanta ; e che pagò un’unica ma grande colpa, cioè che il pubblico di riferimento del Grignani dell’epoca consisteva in una pletora di quindicenni ormonose che facevano fatica a comprendere la posta del cuore di ‘Cioè’, figurarsi una svolta musicale simile.
    Mentre per quanto riguarda lo “scimmiesco” album di Masini, lì davvero fu solo un bell’album di me…lma!
    Per torne e chiudere su ‘La prova’, trovo invece sbagliato parlarne come di un qualcosa “archiviato immediatamente”, se non tra il pubblico ma quantomeno per Raf, come se non avesse avuto riflessi sulla sua carriera successiva.
    Anzi.
    In realtà proprio nella title-track (che pure mai uscì come singolo) c’è un Raf che, nel ritornello, spara lì un andamento parlato, quasi un abbozzo di rap : un escamotage musicale che farà la fortuna dell’album successivo e del singolo di debutto ‘Infinito’, e che segnerà la seconda fase della carriera di Raf.

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