Le 5 peggiori esibizioni dei veterani del Festival di Sanremo

Il Festival di Sanremo ha i suoi affezionati frequentatori che, come tutti i malanni stagionali che si rispettino, si presentano in primavera anche quando non invitati: non si sa perché o per come, ma loro ci sono sempre.

Trattasi di quelli che Pippo Baudo definiva con immotivato orgoglio i “senatori del Festival” e che piuttosto somigliano alle poltroncine dell’Ariston e finanche del Casinò, dato che alcuni hanno iniziato a spargere le proprie presenze agli albori del Festival, facendone parte a pieno titolo in qualità di scenografia nel migliore dei casi e arredamento nel peggiore.

Assidue presenze che taluni, grandi e piccoli, singoli o accoppiati (e magari in trio oppure in gregge) poco importa, hanno disseminato negli anni, inevitabilmente con risultati alterni e fortune diverse e a noi avverse. Per piacere o disperazione, diletto o imposizione, talvolta con una spazzolata per la polvere del tempo e talaltra sull’onda del successo, ecco a voi, quindi, questo piccolo campionario degli “stanziali purché sia”, all’insegna dell’importante è esserci (e, se capita, anche vincere), oppure, molto meno prosaicamente, dell’importante è metter qualcosa di caldo in tavola stasera.

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Gigliola Cinquetti – Ciao (1989)

Nel 1989 per le coetanee di Gigliola Cinquetti che ancora si aggiravano a piede libero il fato riservava due destini: grandi signore della canzone (etichetta cui lei ambisce) o residuati per serate revival (meta verso cui, con maggiore consapevolezza, si dirige la sua casa discografica). Gigliola ovviamente non ci sta, sgomita e insiste per un nuovo album e annessa partecipazione al Festival di Sanremo dove, per inciso, vanta ben due vittorie e svariate partecipazioni (questa è la penultima e in totale, alla fine, saranno 12).

Così, spuntandola, eccola portare questa micidiale Ciao in cui fa tutto ciò che non ha mai fatto prima: mette la minigonna (lei, che a 16 anni vinse in vestitino da collegiale), balla (diciamo che si sposta sul palco) con tanto di piccola mandria di manzi al seguito (lei, che è sempre stata tutta casa e Chiesa) e, non soddisfatta, schiera pure un coro che merita menzione perché sera dopo sera veste sempre peggio e diventa un po’ più sguaiato: insomma, una specie di delirio ambulante. Forse un po’ troppo per la platea sanremese, tant’è che tutta questa caciara fa precipitare Gigliola al 18° posto, dicendo addio alle sue velleità.

Peppino Di Capri – Evviva Maria (1990)

A Peppino Di Capri appartiene il record di presenze (15, come Milva e Toto Cutugno), tra cui brillano due vittorie e svariate ciofeche ben distribuite negli anni, tra cui merita rispetto questa sua Evviva Maria del 1990. E’ il periodo della lambada, cui quell’edizione del Festival paga abbondante pegno, e tra i tanti che si cimentano nel movimento ondulatorio del bacino anche Peppino si convince a latineggiare… Dopo tutto lui secoli addietro era il re del twist, no?

Il nostro quindi balla (per modo di dire, sia inteso) e canta con tanto di coreografia etnica al seguito e, come purtroppo troppo spesso gli è capitato, lo fa senza badare troppo al testo, ignorando gli evidenti indizi che dovevano pur fargli capire che stava portando in gara un inno “alla” Maria: la protagonista del brano, infatti, non solo arriva dal mare (e passi) e precisamente dal sud America (e qualche dubbio doveva iniziare a venirgli), ma è anche una che porta allegria, felicità e nessuno sa dirle di no. Insomma dove passa Maria c’è vita, parola di Peppino, vero antesignano degli Articolo 31.

Iva Zanicchi – Ti voglio senza amore (2009)

Se Sanremo è lo scenario ideale per i ritorni di grandi artisti il cui glorioso passato rappresenta pur sempre un valido biglietto da visita, chapeau alla nostra Iva Zanicchi, che il Festival lo ha frequentato 10 volte e vinto tre. Tuttavia, quel che c’è di bello e forse romantico in un ritorno, diventa noia quanto il reduce ci prende gusto e decide di riprovarci, perché la prima volta fa anche figo, ma la seconda no davvero.

Iva, inutile dirlo, non ci sente da questo orecchio e quel che aveva un senso alla sua rentrée del 2003, diventa piattume nel 2009, quando, non contenta di imperversare in TV nei vari programmi pomeridiani, ove discetta sulla qualunque (per portare a casa la pagnotta), decide di tornare di nuovo. Eccola quindi indossare uno degli abiti più brutti di sempre, mentre alla sua veneranda età (all’epoca 69 anni) sfodera per di più la carta pruriginosa della tizia che vuole il suo maschio anche senza amore, beccandosi la presa per il culo di Roberto Benigni, ospite quell’anno. Ultimo posto, stavolta meritato.

Ricchi e Poveri – Canzone d’amore (1987)

In quartetto e poi in trio (e ringraziando il cielo, mai in duo), ben 12 sono le presenze dei Ricchi e Poveri, tra brani storici come Che sarà o Sarà perché ti amo, una vittoria (Se m’innamoro, nel 1985) e indicibili nefandezze, come l’oscena Canzone d’amore del 1987, firmata dalla penna maledetta di Toto Cutugno (sempre lui).

In uno dei brani più sguaiati di sempre, Angela è letteralmente posseduta e riesce a fare quel che per i comuni mortali sarebbe impossibile: abbinare ogni battuta del terribile «ca-a-a-nzone d’a-a-a-more» in sincrono perfetto con acuto (anzi acutissimo), mossetta dei fianchi, sbarramento degli occhi stile Arancia meccanica e movimento delle manine (tipo papera). Di delirio in delirio ecco che la nostra si presenta con una giacca stile Grande Mazinga con spalline che creano vortici d’aria e le frange che vanno al ritmo delle agitate mossette.

Orietta Berti – America in (1982)

Vince la nostra gara Orietta Berti, dall’alto delle sue 12 partecipazioni, di cui l’ultima attualissima di quest’anno, sebbene tutte nelle retrovie, prive di velleità e fatte pur di esserci.
Il Festival 2021 (e noi con lui) celebra la carriera della cara Orietta, che negli ultimi decenni ha traballato (la carriera, non Orietta) come una treruote in aperta campagna, ma intanto torna a Sanremo ancora una volta, mentre le colleghe son rimaste a casa.

Tra le tante abbiamo scelto le partecipazione 1982 son America in, una marcetta synth-pop in cui favoleggia di un innamorato che la vuol portare in «Ameeericaaaaaa, Ameeericaaaaaa, Ameeericaaaaaa» mentre lei lo friendzona. A un certo punto compaiono sul palco dell’Ariston gli stessi bambini già usati l’anno precedente con La barca non va più qui agghindati a stelle e strisce come alle convention di Trump mentre ballano una sorta di tip-tap: manca solo qualcuno con lo striscione «Make Orietta great again». Nonostante gli applausi telecomandati in sala l’usignolo di Cavriago viene gentilmente accompagnando alla porta finendo fuori alla prima serata.