Dopo 40 anni il mondo sta finalmente scoprendo Mario Acquaviva

Nel mondo della musica ci sono alcuni fortuiti casi in cui per una combinazione di fattori nasce il disco perfetto al momento giusto: è questione di talento, di visione, di sensibilità, di estro artistico, di forze magiche e anche di coincidenze. Talvolta però succede che non tutti gli elementi si allineino e che il disco perfetto nasca al momento sbagliato. Questo è il caso di Mario Acquaviva.

Mario Acquaviva è uno dei segreti meglio custoditi della musica pop italiana. Dopo un disco del 1976 con il duo folk Quarto Stato pubblica il suo esordio solista Ballabile nel 1980 con l’etichetta Ascolto. Il salto di qualità avviene però nel 1983 con l’EP Mario Acquaviva per la Ariston Music, durante la cui promozione Acquaviva si esibisce alla finale del Festivalbar e ad Azzurro, oltre a ottenere diverse recensioni tra cui un appassionato trafiletto firmato da Renzo Arbore sul Corriere della Sera. Questo EP è ad oggi il momento più alto nella carriera di Mario Acquaviva, un grande esempio di pop perfection, capace di trovare il bilanciamento tra canzoni di senso e arrangiamenti ricchi di groove.

Nonostante Mario sia sul trampolino di lancio verso il grande successo, purtroppo le cose non vanno come sperato: la Ariston Music dichiara fallimento e le scelte del management che seguiva Acquaviva portano ad aspettare troppo tempo per un contratto con una nuova etichetta; fatto sta che il disco successivo Sogni e ridi, pubblicato dalla Fonit Cetra, esce nel 1987, ben quattro anni dopo. L’album è altrettanto fresco, sebbene non abbia lo stesso afflato di perfezione dell’EP precedente, essendo in effetti lievemente sbilanciato verso il groove e con un sound forse troppo avanti per l’epoca. Dopo quattro anni però il momento magico di Mario è ormai passato, quindi successivamente all’uscita di Sogni e ridi Acquaviva abbandona la carriera musicale dedicandosi ad altro.

Nel 2019 però avviene la magia: intuendo un rinnovato interesse per Mario Acquaviva da parte di una nicchia di collezionisti e appassionati, l’etichetta Archeo Recordings ristampa il magnifico EP del 1983, esaurendo in poco tempo la tiratura di 500 copie e fornendo la scintilla fondamentale per la riscoperta di questo incredibile cantautore che merita di stare tra i grandi nomi della canzone italiana, di fianco a nomi come Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Paolo Conte.

In effetti le quattro canzoni che compongono l’EP sono davvero dei gioiellini nascosti, dei germogli in attesa di fiorire finalmente nelle orecchie del pubblico. In soli 17 minuti riescono a condensare un mondo intero di immagini delicate ma molto vivide, accompagnate da un groove elegante e sempre al servizio del contenuto, ogni traccia assolutamente riconoscibile e diversa dall’altra: Fortuna con il suo incedere sognante ma disilluso, la melodia profondamente pop di Ho perso tutto, il piglio da inno generazionale di Notturno Italiano e l’epica discreta di Sei ancora buono. Ascoltare per credere.

Per approfondire la storia di Mario Acquaviva vi rimandiamo al completissimo articolo scritto da Maurizio Becker sulla rivista Vinile, che ha ricostruito tutte le tappe della sua carriera anche attraverso le voci dei vari protagonisti coinvolti nella vicenda. In questa sede noi invece vogliamo concentrarci sul processo di riscoperta di questo grande artista e su quali siano le dinamiche che portano una perla nascosta come questa a riaffiorare in superficie dopo ben 40 anni. Abbiamo quindi intervistato direttamente Mario Acquaviva insieme a Manu Archeo, fondatore della Archeo Recordings che ha ripubblicato il leggendario EP nel 2019.

Mario, si aspettava dopo quarant’anni il ritorno in auge dei suoi dischi?

No, assolutamente. Dopo quei dischi ho fatto di tutto per smettere, mi sono dedicato ad altro, anche se un musicista non smette mai di suonare: ho sempre avuto a che fare con la musica, per cui a distanza di tanti anni vedere questo messaggio in bottiglia spedito 40 anni fa è piacevolissimo e inaspettato, anche se in cuor mio sapevo che quello che stavo facendo aveva un senso. Poi il tempo ha spento tutto nel sottoscritto, ma è veramente stupefacente quello che sta tornando adesso, non me l’aspettavo minimamente.

Quando si è accorto che stava succedendo qualcosa?

Il fatto che 7-8 anni fa qualcuno abbia digitalizzato questi vecchi vinili, prendendosi la briga di metterli su YouTube, già il fatto di sapere che non erano stati dimenticati mi sorprese molto, poi qualche commento qua e là che mi attestava quello che avevo sempre pensato, cioè che tutto sommato avevo fatto delle cose di senso, almeno per il mio modo di vedere e quello dei musicisti con cui all’epoca collaboravo; poi è arrivato Manu con la sua Archeo Recordings, dal nome sembra una cosa archeologica ma in realtà sono tutti dischi proiettati nel futuro, molti hanno detto che erano troppo avanti per l’epoca, dischi che erano ben suonati e in effetti le cose suonate bene poi restano. Non so perché si sposi con il sentire di questi tempi, magari semplicemente sono canzoni di senso come se ne scrivevano tante in quegli anni, sconosciute, che in un’epoca un po’ priva di senso uno ha il piacere di scoprire.

La cosa magica di quei dischi è il bilanciamento tra canzone, cantautore, groove, arrangiamenti e testo.

C’è una parte letteraria a cui tengo molto e che dava molto senso anche al groove. Venivo da una giovinezza di impegno politico, per me la canzone era un linguaggio con cui rivendicare delle cose, con cui scoprire le mie origini, me stesso, con cui cambiare il mondo. Insomma era qualcosa di importante. La forza di quell’EP del 1983 è non solo nella freschezza e nella ricerca di alcune cose mie ma anche nell’incontro con Mauro Spina, primo storico batterista di Pino Daniele. Mauro suona anche in alcuni brani di Nero a metà, ha prodotto alcuni album di Edoardo Bennato, ha suonato nei Crisalide che accompagnavano Eugenio Finardi ed è un musicista pugliese-milanese come me; fu lui il coordinatore e l’arrangiatore di quel felice suono che viene fuori dal vinile. Chiamò Ernesto Vitolo, pianista storico di Pino Daniele; poi c’è Faso, divenuto successivamente bassista degli Elio e Le Storie Tese; all’epoca aveva 17 anni e perse l’anno scolastico per registrare il mio album. Era giovanissimo, ricordava Jaco Pastorius in maniera incredibile. E Saverio Porciello, musicista napoletano che ora vive nella sua oasi all’Isola d’Elba, ma prima suonò con Fossati, Finardi, De Andrè e tanti musicisti internazionali. Lui era l’amico del cuore in quel periodo nonché la persona con cui ci chiudevamo in casa a provare e scrivere. Fu fondamentale l’incontro fortunato con questi musicisti e con altri per il disco successivo: Vittorio Cosma, Demo Morselli, Feiez, fonico insieme a Marty Robertson di Sogni e ridi, Walter Calloni, Lucio “Violino” Fabbri che arrangiò e coordinò.

La differenza la fece poi la sua visione e le sue idee chiare, perché l’EP è perfettamente bilanciato, perfettamente a fuoco, rispetto al secondo disco che non aveva lo stesso bilanciamento.

L’ho sempre pensato, non è una cosa che ho pensato dopo, l’ho pensata subito.

Alla fine è lartista che fa la differenza, la visione era la sua, ed è per questo che dopo 40 anni stiamo ancora parlando di questo disco.

Mario Acquaviva Renzo Arbore

Assolutamente sì. Ripeto, mi fa piacere che venga scoperto, a questo punto va ritenuta per quello che vedo e leggo una vicenda di musica italiana che ha un suo valore. Subito dopo l’uscita di Notturno italiano la Ariston Music scelse anche di farmi partecipare al Festivalbar di quell’anno e ad altre manifestazioni famose come Azzurro. In quei giorni un giovane che aveva fatto un disco come me cercava sulla stampa qualche riscontro, qualche recensione. un giorno ero in metropolitana a Milano, compro per l’ennesima volta il Corriere che il mercoledì aveva le pagine musicali. In particolare Fegiz recensiva le uscite della settimana, ma del sottoscritto non appariva mai nulla. Chiusi il giornale, poi lo riaprii, non mi ero accorto che l’intera pagina era su di me, sul titolone a firma di Renzo Arbore. Era talmente importante in quegli anni, e lo è ancora, come opinion maker con le sue trasmissioni televisive e radiofoniche, che il Corriere gli aveva affidato una classifica settimanale dei suoi gusti. Ricordo che c’erano Jim Capaldi e Robbie Robertson, i dischi del momento. C’erano tre italiani segnalati in quella classifica. Io ero avvicinato a Edoardo de Crescenzo e Vasco Rossi come gli unici italiani che lui in quel momento si sentiva di mettere in quella classifica; figurati, una roba così ti dà una carica… Poi le cose presero un’altra piega. I segnali incoraggianti non furono sufficienti per gli impresari discografici che mi seguivano. 

La sensazione è che sia stata un po’ di sfortuna, perché in realtà i pezzi erano tutti al posto giusto. Semplicemente poi la l’Ariston è andata verso il fallimento e c’è stato un po’ di stallo, giusto?

Sì, ci sono state delle vicende riguardanti l’etichetta e il mio management e si perse tempo, si fecero delle scelte. Certo, non avevo le qualità sufficienti e la grinta per gestirmi sia in relazione alla band che ai discografici. Sai, ci vogliono tante doti per affrontare il mercato. Devi mettere insieme tanti pezzi. Sono storie ci conosciamo.

Come ha fatto a fare pace con il fatto che il suo percorso artistico non sia andato come si aspettava?

Sono stati anni difficili. Avrei dovuto fare altri dischi con la Fonit. Avevo un contratto per altri album ma succedevano cose tali per cui non c’era risposta a questa mia afflizione, per cui è stato un lento abbandonare l’idea di proseguire questa battaglia. A un certo punto ho mollato tutto, ho fatto delle scelte precise. Avevo la netta sensazione che non ci fosse più spazio a livello personale. Non potevo più sostenere questo impegno enorme, tentare di mettere insieme le risorse per pubblicare degli album. È stata un una cosa difficile ma a un certo punto definitiva, ci ho fatto pace con questa cosa. Mi sono occupato di tutt’altro, poi ho avuto dei locali, la musica era sempre centrale però era un altro rapporto, ho fatto per anni e anni la didattica e tanto lavoro nel sociale dando un altro senso alla musica, insomma non c’è stato nessun conflitto ed è stato stupefacente dopo tanti anni vedere riemergere l’interesse per una cosa che sicuramente a un certo punto mi ha fatto stare pure male ma che comunque ho vissuto serenamente. Mi sono lasciato trasportare dalla corrente, diciamo così. 

Non crede che il fatto di riuscire a far pace serenamente con il proprio percorso sia stato determinante per il riaffiorare organico di quei dischi, a differenza di altri artisti che vivono nel passato perennemente convinti che le loro canzoni avrebbero dovuto meritare di più e che si accaniscono con la sorte avversa?

Non ho mai fatto nulla in questo senso, anzi ho sempre attribuito a me stesso i limiti della cosa. Ho letteralmente smesso di pensarci. Non ho mai combattuto più di tanto, ho lasciato le cose come le avevo realizzate e mi sono occupato serenamente di altro. Insomma è successo tutto da sé. Tuttora in questo recupero della mia musica vengo trascinato dentro, faccio anche un po’ di fatica a seguirlo ma è indubbiamente molto soddisfacente.

Qui entra in gioco Manu con la Archeo Recordings. Manu, Come hai scoperto Mario acquaviva?

Inizio con Archeo nel 2014. In quel periodo avevo un libricino di culto che si chiama Obscure Sound del mitico DJ Chee Shimizu (Organic Music) di Tokyo, ha inserito tantissimi dischi di vari generi e c’era anche l’EP di Mario Acquaviva, i giapponesi amano la nostra musica da sempre e sono molto seri a riguardo. Ricordo due o tre coincidenze: questo libro, poi il mitico Basso, Sebastian Graetz della Growing Bin Records, l’aveva messo in un mixato, mi colpì moltissimo. Poco dopo ho trovato il disco originale, su eBay dalla Sicilia, lo pagai 25 Euro nel 2015 (ora la prima edizione si trova in vendita a 250 Euro). Poi mi sono messo a fare le mie release e c’era sempre in mente di trovare Mario Acquaviva di persona per capire chi avesse le licenze. Poi a un certo punto su Instagram ho trovato tale Alberto Acquaviva, ho avuto l’intraprendenza di scrivergli per chiedergli se per caso fosse parente ed è saltato fuori che Mario era suo zio e mi ci ha messo in contatto. La fortuna mi ha premiato perché sono arrivato per primo e Mario da gentleman ha sempre detto agli altri interessati alla release che ero arrivato per primo. Il nostro incontro avvenne il 21 settembre 2016, da lì un paio d’anni in cui non capivamo chi avesse queste licenze, ma fa parte del lavoro. La cosa che mi piace del mio lavoro è quando riesco a incontrare l’artista di persona, quel pomeriggio al Castelletto (il locale in provincia di Milano che Mario ha preso in gestione) fu meraviglioso.

Partiamo dai numeri: far fuori 500 copie di un vinile in questo momento storico è tantissimo, specialmente su un disco che purtroppo è ingiustamente passato quasi inosservato 40 anni fa. Come sono state le reazioni di chi ha comprato il disco?

Fantastiche. Un pochino ho peccato come sempre di troppa ingenuità, era veramente da fare una release di 1000 copie. Me lo immaginavo perché è una delle mie release a cui tengo di più tra quelle fatte finora. Vedevo un’attenzione particolare. Però devo dire che il pubblico ha risposto ancora meglio, ancora più velocemente. Un giorno vedo su Bandcamp che il disco di Mario è stato acquistato da Dorfmeister che è uno dei miei idoli da quando avevo 20 anni, mi ha detto “Beh io apro i miei set con Fortuna”, Wow! il mio pezzo preferito, quello a cui tengo di più. È stata la ciliegina sulla torta.

Aggiungo che è facile ristampare Suonando la batteria di Tullio De Piscopo, lo volevano 2.000 persone, lo citavano i più grandi DJ, Oppure Tony Esposito. Però c’è una certa soddisfazione aggiuntiva nel lavorare con una persona perbene come Mario, che viene fuori spontaneamente solo per quello che è e per quello che ha fatto, per la qualità della sua musica, senza sgomitare. È un po’ la mia ossessione poi di fare questi inserti nelle mie release, aggiungere foto e aneddoti proprio per raccontarne la storia. È quello che mi interessa alla fine: l’umanità del musicista dietro alla musica. In questo senso con Mario sono appagato al 100%.

Quale pensi sia stata la scintilla che ha portato alla riscoperta di Mario Acquaviva?

Mario Acquaviva nel 1980
Mario Acquaviva nel 1980

Manu: Difficile dirlo con esattezza. Quando una musica è perfetta, di qualità e con una storia avvincente, allora parliamo di purezza. Non ci sono più i condizionamenti della promozione discografica classica, non siamo più nell’83, l’Ariston, il Festivalbar. Quindi ora a spingere questa musica c’è solo il piacere di ascoltarla. Ok, potrà essere un fenomeno se vuoi, ma secondo me una percentuale veramente minima lo ascolta solo perché è tornato di moda. Non è un trend, è la genuinità del racconto di Mario.

Mario: Sono una chicca rimasta lì. Infatti adesso è solo un fenomeno di nicchia in ogni caso.

Per il momento è una nicchia, ma bastano poche persone che ricominciano a parlarne per generare un interesse sicuramente più ampio. In questo senso loperazione di recupero di Archeo Recordings è stata fondamentale, se Manu non fosse andato da Mario probabilmente un pezzo importante di questa storia non sarebbe stato raccontato. 

Quando Manu mi ha contattato ho pensato che fosse matto, pensavo fosse un robivecchi. Invece ho dovuto ricredermi perché ha avuto l’intuito di capire che c’era un interesse diffuso, anche all’estero.

Un matto da solo è un matto, 500 matti insieme sono dei fan. Che cosa succede adesso?

Io sono felice, spero che questa storia possa essere raccontata sempre di più e spero di dare ancora qualcosina. Ho alcune cose che intendo pubblicare. Cose che avevo lasciato nel cassetto, legate alla mia vita successiva a quei dischi, una vita che ho condotto molto a contatto con la gente del mio locale. Stavo registrando delle cose, avevo ripreso ad andare in uno studio da solo con il pianoforte; poi nella fase successiva abbiamo registrato con Filippo Bentivoglio che è un chitarrista milanese molto amico e molto bravo con le macchine. Abbiamo fatto delle registrazioni prima del lockdown. Poi mi ha chiamato un vecchio amico, Vittorio Cosma. Vittorio è straordinario e c’è sempre stato un sentire comune, un’amicizia antichissima. Mi ricordo una settimana passata a casa di Vittorio insieme a Pino Daniele, fuggito da Napoli. quella settimana si era rifugiato a Milano dove aveva qualche incontro ma l’aveva passata tutta con me e Vittorio, lo scorrazzavamo per la città, era già famosissimo, prima che venisse operato, parliamo del 1988 forse. Con Vittorio si pensava di mettere mano a queste registrazioni che già esistono ma sono sicuro che sotto la sua direzione potrebbero avere una veste ancora più interessante. 

Sono brani che aveva nel cassetto da tempo o sono brani che ha scritto recentemente? 

Sono stati scritti nell’arco degli ultimi venti anni, in periodi diversi, e lasciati un po’ lì. Spero di riuscire a confermare con questo lavoro tutto l’affetto che mi è arrivato dopo tanto tempo da tante persone. Sarà anche una nicchia ma non me l’aspettavo proprio.

Quando la musica è di qualità segue vie misteriose ma allo stesso tempo naturali.

La cosa più bella di questa vicenda sta proprio qui: il senso che hanno quelle cose va da sé e raggiunge un livello di apprezzamento nel tempo che non si può perdere. 

Il processo di riscoperta della musica di Mario Acquaviva è solo all’inizio. Per questo abbiamo deciso di raccontare la sua storia in un episodio di NASCOSTIFY, un podcast nato per far scoprire le perle nascoste della musica italiana su Spotify. Potete ascoltarlo qui per rendere finalmente giustizia dopo 40 anni a questo grande cantautore italiano.