Lucio Fulci alla sbarra: tutta la musica del terrorista dei generi

Il regista Lucio Fulci è universalmente conosciuto come “poeta del macabro” e osannato da schiere di fan sparsi per il mondo per i suoi film visionari e molto splatter. Ma nel suo bagaglio artistico, che vanta pellicole di ogni genere spesso “sporcate” dal suo tocco (da cui l’altro soprannome di “terrorista dei generi”), può vantare anche un inizio di carriera vissuto a stretto contatto con la musica. E non con un ruolo marginale, ma con uno decisamente di rilievo.

Se nel 1959 debutta come regista con il film I ladri (al quale partecipano con piccole parti anche Totò e Fred Buscaglione) con il successivo I ragazzi del juke-box farà l’ingresso nel mondo della musica. Si tratta di un musicarello scritto insieme a Piero Vivarelli e Vittorio Vighi, che vede la partecipazione di diversi cantanti in ascesa in quel periodo: Adriano Celentano, Fred Buscaglione, Betty Curtis, Tony Dallara, Gianni Meccia e i Campioni. Oltre alla regia, Fulci firma anche le sue prime canzoni come paroliere (in questo caso assieme a Vivarelli) che vengono eseguite dal Molleggiato (autore anche delle musiche assieme al compositore Ezio Leoni) e che contribuiranno enormemente al suo successo: Vorrei sapere perché, originariamente scritta per Mina e Il tuo bacio è come un rock.

La trama del film è molto semplice e direi anche banale per il filone dato che si affronta, come in tanti altri musicarelli, l’annoso scontro fra giovani urlatori e vecchi melodici, qui incarnati dal discografico interpretato dal mitico Mario Carotenuto. Nel corso della pellicola si dipanano brani diventati poi grandi classici come quelli scritti da Fulci e altri meno conosciuti ma assolutamente meritevoli di un ascolto come Il dritto di Chicago di Fred Buscaglione, Ti dirò di Tony Dallara o Con tutto il cuore di Betty Curtis (cover di Love You With All My Heart di Petula Clark).

Tra le curiosità legate al film vale la pena ricordare il cameo del regista nei panni del giornalista Salomone e la partecipazione, non accreditata, di un’altra cantante che farà strada: a interpretare la barista della Fogna, il locale frequentato dai protagonisti del film, è infatti una giovanissima Ornella Vanoni.

L’anno dopo tocca a un altro musicarello, Urlatori alla sbarra, sempre scritto insieme a Piero Vivarelli e Vittorio Vighi con l’aggiunta di Giovanni Alessi. Il film, oltre alla consueta presenza di Mario Carotenuto, rappresenterebbe anche il debutto di Lino Banfi (i due formeranno poi una coppia fissa nelle commedie pecorecce degli anni ’80), ma anche guardandolo più volte risulta impossibile individuarlo; non è da escludere che la sua parte sia stata tagliata in sede di montaggio. Oltre a loro compaiono in due brevi camei lo sceneggiatore Piero Vivarelli e Mario Landi, poi regista tra gli altri dello splatter/b-movie Patrick vive ancora, sequel apocrifo di Patrick in cui recita una giovane Carmen Russo.

Urlatori alla sbarra passa però alla storia perché può vantare la presenza del grande Chet Baker, qui alla sua seconda e ultima incursione nel mondo del cinema. Interpreta un musicista americano praticamente narcolettico, presentandosi sul set perennemente ubriaco e sotto l’effetto di oppio e morfina, che si dice gli venissero forniti dallo stesso Lucio Fulci. Le sue condizioni sono talmente precarie che un giorno, dopo aver girato una scena in cui doveva stare nascosto sotto un divano, si addormenta e viene dimenticato lì sotto dalla troupe che lo ritrova nello stesso posto la mattina dopo.

La trama vede, come per il precedente film, lo scontro generazionale fra teddy boys e bacchettoni moralisti che cercano di opporsi all’avanzare delle nuove mode musicali. C’è anche qualche piccola traccia di satira politica, soprattutto nell’immagine della TV dell’epoca completamente lottizzata dalla Democrazia Cristiana. Alla fine, dopo vari tentativi di impedirlo, il direttore generale dovrà arrendersi e concedere la rete ammiraglia ai giovani urlatori.

Come di consueto l’esile storia della pellicola è solo un pretesto per giustificare le esibizioni dei cantanti, che sono i veri protagonisti. Spicca ovviamente Adriano Celentano, che anche qui interpreta diversi brani scritti dal regista: Nikita rock e Rock matto (assieme al solito Vivarelli e musicate da Giulio Libano), la già nota Il tuo bacio è come un rock e Blue Jeans Rock (scritta sempre a quattro mani con Vivarelli e composta dal fido Ezio Leoni) che con il suo usare in maniera ingenua i pantaloni come simbolo di libertà e di protesta verso i vecchi parrucconi dell’epoca non può non far pensare a Noi siamo i giovani (con i blue jeans) di Elio e le Storie Tese. Oltre a Celentano nel film compaiono Mina ( Tintarella di luna e la versione originale di Vorrei sapere perché), i Brutos (Io e Brivido blu), Umberto Bindi (Odio) e Chet Baker (con la cover di Arrivederci di Umberto Bindi).

Sempre del 1960 è Sanremo – La grande sfida, un altro musicarello diretto questa volta da Piero Vivarelli, qui al debutto come regista: volontario nella Repubblica di Salò, poi militante del Partito Comunista Italiano e unico italiano a ricevere da Fidel Castro la tessere del Partito Comunista di Cuba, un personaggio che meriterebbe un approfondimento ma non è questa la sede (per chi fosse interessato si consigliano il documentario Life as a b-movie: Piero Vivarelli e il romanzo autobiografico Più buio che a mezzanotte non viene).

Tornando al film Lucio Fulci è coinvolto in quanto supervisore tecnico, autore di una canzone di Celentano già sentita in Urlatori alla sbarra (Blue Jeans Rock) e attore. Come farà spesso nel corso della sua carriera compare in un cameo insieme proprio a Vivarelli, qui vestendo i panni di due giornalisti musicali intenti a discutere in maniera molto intellettuale delle canzoni in gara al Festival di Sanremo.

Anche in questo caso la trama è un mero pretesto per il susseguirsi delle esibizioni dei cantanti, che interpretano le loro canzoni in gara nella decima edizione del Festival di Sanremo: due discografici (Alberto Talegalli e Mario Carotenuto che riprende il personaggio di Cesari già presente ne I ragazzi del juke-box) arrivano nella città ligure e cercano in tutti i modi di far vincere il proprio artista. I loro continui tentativi di sabotarsi a vicenda finiranno per essere controproducenti per entrambi regalando la vittoria a un terzo incomodo.

Inizialmente la pellicola ebbe qualche problema in quanto Adriano Celentano in quel momento era impegnato col servizio di leva. Il regista si rivolse dunque a Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa, per chiedere di poterlo avere durante le riprese del film. Andreotti però inizialmente capì che si trattava di un altro Celentano che stava ad Ancona e che pare fosse troppo indisciplinato per meritarsi un premio. Soltanto dopo che l’equivoco fu chiarito il Molleggiato poté prendere parte alla pellicola. Oltre a lui con la summenzionata canzone di Fulci (qui eseguita con i Ribelli come backing band) nel film compaiono anche Teddy Reno (Souvenir e Bugia meravigliosa), Tony Dallara (Noi e Romantica), Mina (È vero) e Domenico Modugno (Libero, che nell’ultima sera del Festival, quello vero, non si presentò perché per placare l’agitazione prese un calmante e non si svegliò in tempo).

Arriviamo così al 1961, anno in cui Lucio Fulci compone, insieme ai fidi Piero Vivarelli, Ezio Leoni e Adriano Celentano, uno dei capolavori immortali di quest’ultimo: 24.000 baci. Il brano viene presentato al Festival di Sanremo di quell’anno (interpretato anche da Little Tony, visto che il regolamento prevedeva due cantanti per canzone) piazzandosi al secondo posto e finendo anche nel film Io bacio…tu baci diretto da Vivarelli. Il film, che vede Sergio Corbucci come sceneggiatore e Umberto Lenzi come aiuto-regista, è la solita storia stereotipata di vecchi contro giovani. Protagonista è Mina, figlia di uno speculatore edilizio (l’immancabile Mario Carotenuto) in lotta col proprietario di una taverna che col suo netto rifiuto di vendere il locale intralcia la costruzione di un nuovo centro abitativo. La “tigre di Cremona” si reca allora nella taverna per cercare di convincere l’anziano proprietario, ma scopre che il posto è il ritrovo di un gruppo di giovani musicisti squattrinati. Inutile dire che s’innamorerà di uno di loro e arriverà anche a suggerire l’idea per salvare il loro ritrovo, ormai prossimo alla chiusura per via dei debiti: trasformarlo in un night club alla moda. Nel giro di poco riusciranno nel loro intento, soprattutto grazie al fatto che la stampa parlerà del locale dopo un’esibizione di Adriano Celentano (qui nei panni di sé stesso). Il Molleggiato infatti entra nel locale per nascondersi dal padre della ragazza con cui stava e finisce per eseguire 24.000 baci insieme ai Ribelli. Nella scena va assolutamente notato uno scatenatissimo Jimmy il Fenomeno nei panni di un barista. Anche in questo caso sono numerosi gli altri brani che si alternano uno dopo l’altro sullo schermo: da Le mille bolle blu di Mina a Patatina di Gianni Meccia fino a I te vurria vasà interpretata da Peppino di Capri coi suoi Rockers.

Nel film, come da tradizione, fa un cameo anche il regista che nello stesso anno cura la versione italiana di un film americano del 1959, Dai, Johnny dai! (Go, Johnny, Go! di Paul Landres). Il film ha la stessa profondità di trama dei musicarelli nostrani e lungo la sua durata si alternano esibizioni di gente del calibro di Chuck Berry, Jimmy Clanton, Eddie Cochran, Ritchie Valens e via dicendo. Vivarelli viene chiamato dai distributori italiani per rendere la pellicola appetibile per il nostro pubblico e opta per appiccicarci due scene, una in apertura e una in chiusura, con protagonista il solito Adriano Celentano. Durano entrambe pochi minuti (nei quali peraltro vediamo un nuovo cameo di Vivarelli, questa volta nei panni di un regista che dà indicazioni a Celentano) e non sono altro che due esibizioni del Molleggiato che, accompagnato dai Ribelli, in apertura canta Impazzivo per te e in chiusura Rock matto di Lucio Fulci. Per rendere ancora più fuorviante l’operazione i distributori optano per una locandina in cui compare lo stesso Celentano.

Lucio Fulci nel frattempo, siamo nel 1962, gira tre film: Colpo gobbo all’italiana, I due della legione (primo capitolo di una lunga collaborazione fra il regista e Franco e Ciccio) e Le massaggiatrici. È invece del 1963 la sua ultima incursione nel genere musicale, Uno strano tipo. Protagonista è ancora una volta Adriano Celentano, che interpreta un doppio ruolo e qui non esegue brani scritti da Fulci. A differenza dei musicarelli precedenti la trama è più interessante: Celentano arriva ad Amalfi per riposarsi un po’ ma si trova in una città che lo detesta al tal punto che una donna (Claudia Mori) arriva anche a cercare di ucciderlo a colpi di fucile. Dopo varie disavventure scoprirà che prima di lui ad Amalfi era passato un sosia, una specie di scimmione analfabeta e un po’ ritardato che aveva messo incinta Claudia Mori. Sosia che, verso il finale, si ritroverà anche a cantare sul palco al posto dell’originale.

Tra le presenze da segnalare meritano una menzione Macario, l’impresario di Celentano, Mario Brega, che compare all’inizio del film nei panni di un benzinaio, e Jimmy il Fenomeno, che come da tradizione in questi film balla senza freni sullo sfondo mentre Celentano canta.

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