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Angelo Di Mambro – L’Importanza di Chiamarsi Elio (2004 – libro)

Un serisimo saggio di stampo accademico che mostra come Elio ele Storie Tese abbiano creato un inedito linguaggio espressivo, spesso bollato in modo superficiale come musica demenziale.

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L'importanza di chiamarsi Elio libroIl 2018 è stato l’anno in cui Elio e le Storie Tese hanno posto fine alla loro quasi quarantennale carriera, sia per sopraggiunti limiti di età, sia perché onestamente non avevano più granché da dire.

Va ricordato però come nel periodo che va dai primi anni ’90 a circa metà del decennio dei 2000, EelST non avessero eguali in Italia per abilità tecnica, originalità e ricercatezza degli arrangiamenti e capacità di critica sociale nascosta all’interno di liriche comiche e all’apparenza nonsense. Proprio al culmine di questo periodo, nel 2004 viene dato alle stampe da Castelvecchi L’importanza di chiamarsi Elio – Storia e Gloria del più importante gruppo italiano, il primo volume biografico interamente dedicato al “simpatico complessino”, scritto dallo studioso Angelo Di Mambro.

Il saggio ha lo scopo di dimostrare come la band di Stefano Belisari (Elio) e soci abbia creato un vero e proprio linguaggio espressivo, spesso bollato in modo superficiale come musica demenziale.

L’impostazione del libro è quasi di stampo accademico, quindi chi si aspetta di trovare divertenti aneddoti o retroscena delle vite dei nostri forse resterà deluso (per quello c’è sempre Vite bruciacchiate), ma per gli storici del pentagramma e gli appassionati della prima ora è una lettura pressoché fondamentale. Il volume è diviso secondo dei blocchi ben precisi: musica e testi, le performance dal vivo, i supporti visivi come i videoclip, e un’analisi di come gli “Elii” riescano a mescolare cultura “alta” e “bassa” ottenendo risultati inediti in Italia prima di loro. Chiude il volume un’intervista a Sergio Conforti alias Rocco Tanica del novembre 2002 e un’ampia cronologia comprensiva di mini-biografie, discografia (bootleg compresi), videografia e web-grafia.

Dopo una intro chiamata Una prefazione che non c’entra un cazzo ma che piace ai critici, parafrasando una delle liriche più famose dei nostri, si passa al primo segmento, Suoni; qui si analizzano alcuni testi, partendo da Tapparella e La vendetta del fantasma formaggino, considerati esempi principe dello stile EelST in quanto miscuglio di canzone-teatro, ricordi di gioventù, brandelli di spot televisivi, barzellette e dei continui slittamenti di senso generati dall’interagire di questi elementi così disparati. Di Mambro naturalmente cita il nume tutelare Frank Zappa e la sua capacità di maneggiare i materiali sonori dai più “alti” ai più “bassi” per generare quello che è caos ma solo in apparenza, e che si riflette nella capacità del gruppo di smontare i cliché della musica pop e di mischiare i generi a loro piacimento.

Performance è un breve capitolo che indica le varie fonti d’ispirazione dietro alle esibizioni dal vivo, tra cabaret (specie quello milanese, in quanto loro città d’origine), varietà e happening. Ci lascia l’interessante osservazione che il loro non essere “maledetti”, l’apparire come persone comuni senza la tipica “aura” da musicisti rock, si può vedere come una derivazione dell’anyone can do it tipico della cultura punk e del music hall anglosassone, sorta di rivincita della comicità popolare e stracciona da cui hanno preso le basi pure gruppi come i Sex Pistols, con le dovute differenze culturali (in fondo Elio non ha mai mistero della sua passione sin dai tempi del liceo per i Ramones).

Con Video e altri strumenti l’autore esamina nel dettaglio l’apparato visuale che accompagna le canzoni, dai clip alle cover, incluse le collaborazioni con la Gialappa’s Band (le celebri sigle di Mai dire gol). Vengono citate anche la rara VHS Eurostallions del 1997 in cui vengono mostrate le vite dei nostri quando non suonano, ovviamente per scherzo, e l’ancor più rara miniserie Vite bruciacchiate (2000) in cui gli Elii vanno negli Stati Uniti. Nella realtà stavano svolgendo il loro tour americano, mentre la serie li vede alla ricerca del fittizio complesso Los The Peparors (pseudonimo che poi loro stessi useranno per la colonna sonora italiana del film Terkel in Trouble). L’assunto di base del capitolo è sempre la loro capacità di creare un senso partendo da un blob eterogeneo di materiali, e al tempo stesso di scardinare regole e codici prestabiliti, dimostrata ad esempio dal videoclip per Fossi figo, in cui immagini, labiali e sottotitoli sono volutamente e continuamente fuori sincrono.

Cicli e ricicli, dopo una lunga parte introduttiva dedicata alla loro partecipazione a Sanremo 1996 con La terra dei cachi, parla appunto del “riciclaggio” da parte di EelST di tutti quegli argomenti considerati di cattivo gusto e quelli variamente definiti come kitsch, trash, camp e via dicendo. Revival di cose terribili in nome della nostalgia, imitatori falliti, cartoni animati giapponesi, film porno (nella celebre John Holmes ma anche in pellicole vere e proprie come Rocco e le Storie Tese del 1997 in colabroazione con Rocco Siffredi), televendite, leggende metropolitane… nulla è off limit, nulla è troppo estremo o imbarazzante per entrare nel calderone delle influenze degli Elio e compagnia, magari insieme a citazioni di musica classica che solo chi ha studiato al conservatorio potrà mai cogliere.

Finalmente si arriva all’intervista con Rocco Tanica, realizzata quando l’album Cicciput era in lavorazione. Senz’altro una delle parti più interessanti dell’opera, sia perché finalmente sentiamo la voce di un membro della band senza mediazioni (e non necessariamente del frontman come succede di solito), sia per gli argomenti trattati che spaziano dagli scaricamenti illegali (ricordiamo che erano i primi anni 2000), all’ambiguità tra plagi e citazioni nelle canzoni, al rapporto con il pubblico in quanto entrambi fruitori di musica e condivisori delle stesse esperienze comuni, alle accuse di misoginia (già allora), più naturalmente tutto il discorso alla base del libro sul recupero di materiali scadenti e nobili per realizzare un nuovo linguaggio. Rocco Tanica (che fra l’altro rivela che il suo nome d’arte non ha nulla a che fare con Rocco Tano, nome di battesimo di Siffredi) riduce in parte la questione alla sindrome di Peter Pan e prosegue affermando che la nostalgia è anche un equivoco e che secondo lui molti grandi cantautori vorrebbero parlare delle stesse cose di cui cantano loro, ma non possono perché il pubblico da loro si aspetta “nostalgia” nel senso di struggimento e malinconia, lasciandoci con una meravigliosa immagine ipotetica di Biagio Antonacci che canta di scoregge fatte con le ascelle.

In questi tempi di post-verità poi fa bene ricordare come Mio cuggino già allora prendesse in giro quel tipo di mentalità, basandosi sulle leggende metropolitane che altro non erano se non le fake news di allora. Chiudono l’intervista una breve discussione sull’ “artista del popolo” Mangoni, rimasto immutato dai tempi delle superiori quando scatarrava sui muri, e un confronto tra musica classica e moderna che termina con l’affermazione perentoria di Tanica «[in musica] alto e basso non esistono», giustificando così l’intero contenuto del libro. Vale la pena ricordare anche la sua definizione di Elio e le Storie Tese, mai apparsa da altre parti ma che è doveroso citare, in quanto davvero attinente al loro spirito originario, che purtroppo nel corso degli anni è andato perduto: «un nucleo di cazzari in libera uscita».

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