Le piante del lago: dopo 30 anni esce il disco perduto di Manrico & Nicola

La creazione musicale ha di per sé qualcosa di magico: in pochi attimi possono nascere sinergie che portano a melodie bellissime e che possono durare per sempre. Talvolta è questione di determinazione e visione, ma a volte si tratta di coincidenze e un po’ di fortuna. Viceversa accade spesso che dischi nati sotto il segno di questa sinergia magica non vedano la luce a causa di eventi particolarmente sfortunati. Il bello della musica però è che trova sempre modi inaspettati di emergere e di sorprenderti e capita che questi dischi “sfortunati” trovino la strada dopo tanti anni per incredibili casi della vita. Sono i dischi che amiamo di più e la cui genesi ci affascina particolarmente. La nostra missione è raccontare la storia di questi piccoli gioielli nascosti. L’album che vi raccontiamo oggi ne è uno splendido esempio.

Manrico Mologni, cantautore e musicista, esordisce giovanissimo con la mitica Numero Uno di Lucio Battisti e Mogol che produce il suo primo disco appena diciannovenne. Da lì comincia una lunga carriera in cui oltre ai propri dischi collabora anche come autore per altri celebri interpreti. Negli anni ’80 conosce Nicola Calgari, sassofonista, compositore, tecnico del suono e turnista per tantissimi artisti italiani. Nasce subito un’intesa che li porta a scrivere e registrare insieme i brani per un disco elegante e agrodolce con atmosfere piuttosto inedite per l’Italia. Sul finire degli anni ’80 il disco è praticamente pronto, il supporto discografico c’è, le date della tournée sono confermate, ma purtroppo all’improvviso qualcosa va storto. Il disco non esce più e rimane in un cassetto per 30 anni fino a quando una serie di coincidenze incredibili fanno sì che finalmente veda la luce oggi.

Abbiamo intervistato Manrico & Nicola per farci raccontare tutta la storia tramite le loro parole e i loro ricordi.

Come vi siete conosciuti e come è nata l’idea di scrivere insieme dei brani?

Nicola: Ci siamo conosciuti nel primo studio che avevo a Milano, dalle parti di piazza Udine, due sale prova e uno studietto con un otto piste TEAC. Manrico era venuto a fare dei provini con Leano Morelli.

Manrico: All’epoca collaboravo con Leano come autore, scrivevo per lui e per altri artisti come Fred Bongusto e Iva Zanicchi. In realtà se non sbaglio ci siamo conosciuti una sera al Magia, dovevamo fare dei provini per il disco nuovo di Leano Morelli e siamo venuti da te. Abbiamo registrato anche altre canzoni tra cui Attento disc jockey che poi è stato un successo di Fred Bongusto, il provino l’abbiamo fatto li da te. Quando poi dalla Numero Uno ero passato alla EMI con la produzione di Angelo Carrara Sono venuto da te a registrare i provini del mio album. Abbiamo cominciato a lavorare insieme così, io suonando chitarre e pianoforte e Nicola al mix, facevamo le cose tra noi due.

Nicola: C’era tanta stima reciproca, io ero più focalizzato sulla parte tecnica ed ero anche turnista: avevo fatto un tour ai tempi con Alberto Camerini, poi ho suonato con Eros Ramazzotti, con la Treves Blues Band, con Ivano Fossati e con i Matia Bazar. Parallelamente però ho sempre avuto anche lo studio.

Manrico: Erano anni di grande fermento, si scrivevano canzoni, si facevano tournée, si suonava con uno, si suonava con l’altro, si facevano dischi; io ad esempio scrivevo canzoni per me ma anche per altri artisti e le case discografiche erano un punto di riferimento. Tanto per fare un esempio, avevo 17 anni quando ho firmato con la Numero Uno, al pomeriggio finita la scuola andavo ad assistere alle registrazioni dei vari artisti Numero Uno: Ivan Graziani, Bruno Lauzi ma anche Lucio Battisti stesso. L’album che avevo fatto per la Numero Uno l’ho registrato allo studio il Mulino in provincia di Lecco, in un mulino che Battisti e Mogol avevano ristrutturato trasformandolo in uno studio di registrazione; lì Battisti ha registrato l’album La batteria, il contrabbasso eccetera e il mio primo album l’ho registrato con la stessa band di Lucio, con Walter Calloni, Claudio Pascoli e tanti altri. Si lavorava ad alto livello, ho imparato tantissimo. Nell’81 Mogol e Battisti hanno smesso di lavorare insieme e il mondo della Numero Uno si è spento, quindi un anno dopo sono passato alla EMI con la produzione di Angelo Carrara, da qui ho cominciato a scrivere per altri artisti e come dicevamo ho incontrato Nicola. Mi trovavo molto bene a lavorare con lui, sia a livello artistico che a livello umano; negli anni abbiamo fatto un sacco di lavoro insieme anche per conto terzi perché allora le case discografiche avevano dei budget per artisti nuovi, quindi si rivolgevano a Nicola per realizzare i dischi e lui chiamava me. Così abbiamo iniziato a frequentarci moltissimo.

Nicola: Le cose nacquero spontaneamente. Eravamo in studio a fare qualche lavoro e ci accorgemmo che facevamo i dischi dalla A alla Z, eravamo in grado di fare tutto, suonare piano, basso, batteria (io programmavo le prime batterie elettroniche), tu suoni il sax, io faccio i cori, tu canti, cioè siamo forti. Manrico mi disse: «Perché non facciamo i Tears for Fears italiani?» Per noi i Tears for Fears erano idoli. 

Manrico: A quel punto ho iniziato a scrivere canzoni nuove ma con molta libertà. Per la prima volta non ho avuto pressioni di alcun genere, quando scrivevo per altri mi chiedevano “la canzone giusta per”, “il pezzo così”, perché c’era il mercato, si vendevano i dischi e c’era tutto un mondo che si poteva permettere questo e altro. Però mentre tutti gli altri facevano prima i provini, noi abbiamo cominciato subito a fare l’album. Il problema dei provini è che spesso sono più belli delle registrazioni finali. L’atmosfera che avevi nei provini era spesso difficile da riprodurre in un’altra registrazione perché era un feeling del momento, quindi col tuo produttore o la tua casa discografica ti trovavi spesso a dire «però nella versione finale del disco non c’è questo feeling» quindi era un casino per tutti. Solo che non potevi pubblicare i provini. 

I pezzi che abbiamo fatto in questo disco sono nati nel tempo, ricordo che ci abbiamo lavorato in un periodo di tempo molto esteso. Magari facevamo un pezzo, poi stava lì fermo una settimana, lo riprendevamo in mano dieci giorni dopo quando avevamo del tempo libero, perché eravamo incastrati tra il lavoro di Nicola, il lavoro mio e il lavoro mio e di Nicola insieme. Così abbiamo iniziato a registrare saltando la fase dei provini, garantendoci una forte immediatezza espressiva.

Un giorno stavamo lavorando in studio da Nicola per un progetto di altri e passa Piero Cassano. Ci siamo fermati a far due chiacchiere e Nicola gli ha detto «sai che stiamo facendo questa cosa insieme io e Manrico» e gli ha fatto sentire alcuni pezzi; a quel punto Piero ha deciso di produrre il disco.

Nicola: Era praticamente finito, stavamo facendo i mix. L’idea era di andarlo a mixare a Monaco, dove Piero Cassano abitualmente lavorava con Eros Ramazzotti. Insomma la macchina era partita, ci avevano anche fatto un servizio fotografico di cui è rimasta solo una polaroid. Era tutto in rampa di lancio ma…

Manrico: A quel punto succede quello che non sarebbe dovuto succedere. Di punto in bianco ho cominciato a non stare bene; il disco stava per uscire, c’era anche in programma di fare da spalla al tour europeo di Ramazzotti aprendo i suoi concerti. Mi sono ammalato di una roba molto grave e mi hanno ricoverato in quattro e quattr’otto. A quel punto Nicola e Piero hanno deciso di non fare più uscire il disco perché io ero in condizioni precarie. Da lì non me ne sono più occupato. Poi ho passato anni di tribolazioni e ci siamo dimenticati di questo disco. 

Nicola: Per me era una questione di rispetto. Era nato come una cosa spontanea, basata sulla nostra amicizia. Poi è successa quella cosa e ho messo i pezzi in un cassetto, né io né Manrico ci abbiamo più fatto niente.

Manrico: Da lì è iniziato il mio calvario di malattia. Però le cose tornano e ritornano: ho fatto il primo trapianto di midollo poi ho dovuto fare il secondo perché l’anno dopo ho avuto un rigetto quindi è stato un inferno di nuovo. Accade però che dopo il secondo trapianto mi chiama Shel Shapiro che era stato il mio produttore in studio quando ero alla Numero Uno e mi chiede una canzone per Ornella Vanoni, gli dico che non avevo voglia perché avevo avuto grossi problemi di salute e si chiude lì la cosa. Shel mi richiama dopo un po’ e mi dice che cercando brani da un editore ha trovato una mia canzone, si chiama E senza te (presa in considerazione da Shapiro anche per Valentina Gautier) e l’avevo fatta da Nicola, Shapiro ha provato a fare questo pezzo ma non è venuto come nel provino. Allora mi propone di cantarlo io; dopo un po’ di reticenze accetto, lo canto e il pezzo funziona subito, va in tutte le radio. Mentre veniva trasmesso però io ho avuto un rigetto quindi mi sono dovuto fermare di nuovo. Il brano è passato nelle radio ma non è mai stato pubblicato come disco in vendita. Poi sono passati anni, ho fatto altre cose, nel 1995 ho iniziato a lavorare con Jovanotti, c’è stata Volami nel cuore con Mina. Un giorno dovevo fare un concerto di beneficenza per un’associazione che ho fondato che si chiama Associazione Davide Soligo. Avevo perso i contatti con tutti ma mi è venuto in mente Nicola, erano forse dieci anni che non ci vedevamo, ci eravamo incontrati una sera in un locale a Milano dove facevano jazz attorno al 2000, ci siamo abbracciati salutati ma poi basta. 

Nicola: Ci eravamo sentiti qualche volta per telefono nel 2006/2007 quando ero appena arrivato in Svizzera. 

Manrico: Un giorno scrivo La mia voce e il tuo sax che è l’unica canzone nuova che abbiamo messo in questo album, la registro e aggiungo un sax campionato, poi recupero su internet il numero di Nicola, lo chiamo e gli dico «ti devo mandare una cosa che ho scritto, è dedicata a te». 

Nicola: Si, me l’hai fatta sentire al telefono, mi ricordo.

Manrico: Ti ho invitato a venire a suonare per questa serata di beneficenza a Milano. E tu prontamente sei arrivato, tant’è che in onore del nostro passato magico e pieno di musica abbiamo fatto la prima parte della serata solamente in due, io chitarra e voce e tu pianoforte, voce e sax. Sull’onda di La mia voce e il tuo sax a Nicola è venuta l’idea di recuperare quel disco che non era mai stato pubblicato. 

Nicola: All’inizio volevamo fare qualcosa di nuovo, solo che bisognava trovare la band ma Manrico era già abbastanza provato da tutte le sue vicissitudini. Insomma diventava un po’ complicato. A un certo punto ho un’intuizione: di solito butto via quasi tutto ma ci sono pochissime cose che sono veramente importanti nella mia vita e quelle le tengo tra le cose sacre, anche dei miei lavori in studio ho pochissimi nastri, però ho un mini archivio delle cose più importanti, sono andato a vedere e c’era un nastro DAT di quei pezzi semi-definitivi che avevamo fatto con Manrico.

Dopo qualche peripezia per trovare uno studio che avesse ancora il lettore del formato DAT, andiamo da Massimo Parretti con l’idea di riversare tutto “buona la prima”, non sapevamo neanche in che condizioni avremmo trovato le registrazioni essendo passati 30 anni. Ci diciamo “o la va o la spacca” decidiamo di mettere tutto subito in digitale senza ascolta prima, perché a volte basta un ascolto in più per rovinare i nastri. Invece parte la registrazione e tutti i pezzi sono giusti, precisi, vanno via lisci dall’inizio alla fine! Un’emozione fortissima.

Arrivo a casa la sera stessa e mi metto a lavorare sui pezzi importati, pulisci qua, aggiusta là, masterizza, gonfia, spingi, tira fuori un po’ il ritornello, copia, cuci. Poi ho aggiunto qualcosa ma sempre nello spirito, magari raddoppiando cose che avevamo già fatto e che non si sentivano oppure mettendo giusto qualche colore qua e là ed è uscito il disco che stai sentendo. Solo La mia voce e il tuo sax è stata scritta nel 2015 ma tenendo la stessa atmosfera delle altre canzoni.

Come l’avete pubblicato?

Nicola: mio figlio Edoardo ha uno studio a Berlino, gli ho mandato il disco chiedendogli se secondo lui era pubblicabile visto che è molto più sul pezzo di me, lui si è subito entusiasmato e mi ha presentato Manu di Archeo Recordings, che ha già fatto con successo altre operazioni di recupero di vecchi dischi rari con un valore storico (uno su tutti il nostro amato Mario Acquaviva, NdR) Manu ha sentito il disco e la storia che c’è dietro e ha deciso di pubblicare il disco in vinile. Abbiamo aggiunto le due versioni Balearic fatte da mio figlio, ci sembrava sensato che fosse una cosa “di famiglia”.

Come vi sentite a realizzare che questo disco dalla storia travagliata ha finalmente visto la luce dopo 30 anni?

Manrico: Questo è un disco che ha qualcosa di particolare sin dalla nascita, chiamale  coincidenze, chiamali percorsi, non so, un disco è un pezzo di vita e ogni disco è una vita. Ad esempio guarda le coincidenze, avremmo dovuto finirlo a Monaco ma l’abbiamo finito a Berlino. Mi era dispiaciuto moltissimo non averlo potuto pubblicare anche perché mi sentivo – sbagliando – un po’ colpevole. Però la vita era stata veramente così difficile per me in quegli anni. Anche perché ero convinto – e lo sono tuttora – che quel disco sarebbe stato la svolta per entrambi perché eravamo al momento giusto, avevamo imparato moltissimo, eravamo pronti per raccogliere tutto quello che avevamo seminato ognuno per conto proprio e anche insieme negli anni precedenti; secondo me sarebbe stato veramente un disco di grande successo. Stavamo facendo il grande salto ma tutto ciò a causa della mia malattia non si è verificato, quindi io ero arrabbiatissimo e spaventato per la mia malattia e per il fatto che mi avesse impedito di chiudere un cerchio. Un progetto artistico come questo ai tempi non c’era. Nicola ha fatto riferimento ai Tears for Fears però io ero anche un po’ impallinato con gli Steely Dan, amavamo questo approccio da duo.

Per quanto mi riguarda questo disco è molto sincero perché racconta la nostra vita. A partire da piccoli dettagli come il titolo, Le piante del lago, perché in seguito per coincidenze assurde entrambi abbiamo vissuto sul lago. Nel mio cuore resta l’ultimo disco che ho fatto senza conoscere la malattia. Per questo per me significa molto. Il fatto che veda la luce adesso dopo 30 anni è una grande gioia. 

A questo disco abbiamo dedicato una puntata del nostro podcast Nascostify. Clicca qui per ascoltarlo.