George Lynch skull n bones guitar

Le 10 chitarre più brutte di tutti i tempi

La chitarra elettrica è uno dei simboli più imperituri e iconografici del rock: un mezzo espressivo trasformatosi negli oltre 70 anni della sua storia in oggetto del desiderio, feticcio emblematico in grado di suscitare emozioni, desideri, brame collezionistiche in milioni di persone. Jimi Hendrix, interrogato sul significato del celebre rogo della sua Stratocaster al festival di Monterey dichiarò che si era trattato di un atto d’amore: «si sacrifica ciò che si ama: io amo la mia chitarra». Stevie Ray Vaughan si spinse a definire la sua Numero Uno come la «prima moglie» (elegantissimo nei confronti della seconda, quella che gli lavava le mutande e preparava le cene).

Nel corso dei decenni questo strumento ha conosciuto età dell’oro e anni bui, comunque canonizzando la sua egemonia nell’ambito del variegato mondo delle attrezzature musicali. Fino ad oggi: incredibile a dirsi, il 2020 (complice il forzato periodo di lockdown) è l’anno in cui si sono vendute più chitarre nella storia dell’uomo. Ma stiamo chiaramente parlando di chitarre il cui design è ormai ascrivibile al mito, che vantano migliaia di tentativi d’imitazione: Stratocaster, Telecaster, Jaguar, Les Paul, Flying V, SG, 335… anche chi non sa distinguere un trombone da una grancassa ha familiarità con questi modelli. Per ognuno di loro, giustamente celebrato per l’eleganza, il suono, le caratteristiche ergonomiche, ce ne sono migliaia che non ce l’hanno fatta, funestati da linee troppo avveniristiche, da forme troppo iconoclaste, da idee troppo in anticipo sui tempi, o forse troppo brutte per qualsiasi tempo. Strumenti che contrariamente ai loro colleghi più celebrati attendono da decenni, invano, una rivalutazione nel fiorentissimo mercato dell’usato & vintage (nel quale una Gibson Les Paul del ’59 per esempio raggiunge tranquillamente quotazioni intorno ai 300.000 dollari), dimenticati in polverosi angoli di oscuri pawn shop periferici in attesa che qualche coraggioso (o ipovedente) dia loro una chance di tornare, almeno temporaneamente, a far sentire la propria voce debitamente amplificata.

Da sinistra: Telecaster, Les Paul, Stratocaster, 335 e SG

Helena Rubinstein, la regina dei cosmetici, filantropa e collezionista d’arte una volta disse: «non esistono donne brutte ma solo donne pigre». Ebbene, questa frase celebre non vale per le chitarre: le chitarre brutte esistono. Ma come i lettori di Orrore a 33 giri sanno meglio di chiunque altro, nel brutto, nel deforme e nello sgraziato si può trovare una bellezza stordente e pura se la si cerca col giusto sguardo. Personalmente, nel corso della mia ultraventennale militanza nell’esercito dei musicisti mediocri, ho sviluppato un progressivo amore per i brutti anatroccoli, modelli sfortunati, gli oddball. In un paio di casi, al momento dell’acquisto di uno dei suddetti strumenti, sono anche stato preso in giro dal negoziante stesso («non dirmi che ci vuoi suonare davvero con sta roba!»). Eppure quelle chitarre vantano uno sparuto ma irriducibile gruppo di appassionati. Certo, nessuna delle chitarre che possiedo può competere in bruttezza con quelle dell’elenco che abbiamo stilato in questa sede. Ovviamente si tratta di opinioni personali, ma sono abbastanza certo che nel caso di alcuni modelli i pareri siano unanimi.

Altrettanto ovviamente si tratta di una lista assolutamente parziale: la produzione di chitarre nel corso dei decenni è stata semplicemente sterminata, era indispensabile fare delle scelte. Gli unici criteri che ho deciso di adottare sono i seguenti: ogni modello nell’elenco è stato realizzato da un’azienda di strumenti musicali ed è stato prodotto in più esemplari (sebbene in alcuni casi anche in quantità estremamente limitate): non quindi da un singolo liutaio e non pezzi unici. Il motivo è che oggi, con internet, macchinari e materiali a buon mercato chiunque può costruirsi a casa strumenti delle più svariate fogge in barba alla decenza o al pudore: è troppo facile così. E poi è più bello pensare che di certe mostruosità siano responsabili più persone: i progettisti, il reparto marketing e il CEO dell’azienda, piuttosto che un uomo solo con un bell’hobby e tanto tempo a disposizione.

In ogni caso, ecco le 10 chitarre più brutte di tutti i tempi. Forse dopo averle viste guarderete con occhi diversi la vostra vecchia Eko che giace colpevolmente impolverata in cantina.

Alessandro Mannucci

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Wayne Charvel Hydra (1978)

Wayne Charvel Hydra

Wayne Charvel nel 1974 fonda la Charvel ad Azusa, California: all’inizio si tratta di un laboratorio di liuteria che inizia timidamente a proporre i propri strumenti come variazioni sul tema dei popolari modelli Fender. Le cose, grazie all’assidua frequentazione di rock star di grosso calibro, iniziano a girare finché Wayne vende il marchio a Grover Jackson nel 1978. Proprio quell’anno arriva il successo con l’endorsement del più funambolico ambasciatore della chitarra elettrica che il pianeta avesse mai visto: l’imberbe Eddie Van Halen. La sei corde che egli regge sulla copertina dell’omonimo primo album della sua band è appunto una Charvel Superstrat. Per lui Wayne realizzò la Hydra. Se il vocabolario sonoro e la padronanza delle sei corde di Van Halen non sono assolutamente in discussione, il suo senso estetico un po’ si. I fan mi odieranno ma ho sempre trovato orrenda la sua chitarra più iconica, la Frankenstrat da lui assemblata (i cui materiali non superavano il centinaio di dollari) che vanta la colorazione striped (che lui addirittura brevettò). L’ho dovuta però rivalutare scoprendo la Hydra: realizzata nella sobria colorazione giallo taxi, ha una forma che mi ricorda una graffettatrice in un videogioco dell’era degli 8 bit. Si dice che Eddie la usasse come ruota di scorta. La Charvel e la Kramer ne realizzarono alcune versioni che differivano tra loro per piccoli dettagli, come la paletta. Grazie a Dio è oggi introvabile.

Kramer Triaxe (1986)

Kramer Triax

Gary Kramer è un nome storico legato all’era delle pointy guitar, gli strumenti d’elezione del glam rock anni ’80. Dopo aver fondato la Kramer con Travis Bean e aver realizzato le prime sei corde con manici di alluminio, Kramer si dedica alla costruzione di strumenti più convenzionali ma è un abile interprete del tempo in cui vive: è essenzialmente il primo che mette sulle sue chitarre il sistema vibrato inventato da un tizio di nome Floyd Rose che permette di alzare o abbassare il pitch di una corda ben oltre le possibilità degli altri sistemi tremolo. Questo vantaggio gli permette di piazzare il colpaccio: Kramer nel 1982 incontra Eddie Van Halen (sempre lui), intrigato dalle possibilità che gli offre il ponte Floyd Rose e scatta l’endorsement. La Kramer, grazie a un’ascesa meteorica, diventa la prima azienda di chitarre elettriche al mondo. Ma da un grande potere derivano grandi responsabilità, e Kramer si assunse le sue nel 1986, quando al NAMM Show (la principale fiera di settore) presentò l’abominevole Triaxe: il nome fa pensare a un’esame medico alla prostata, lo strumento sembra un’astronave di un b-movie di fantascienza con un budget rasoterra. Se un klingoniano suonasse una chitarra, il modello sarebbe questo. La sua spigolosità però ha un certo fascino perverso, tanto da comparire nel seminale libro Dangerous Curves: The Art of the Guitar. Secondo il sito Vintage Kramer ne vennero prodotte meno di 10.

Dean/UJR Sky Guitar (1983)

Dean/UJR Sky Guitar

Uli Jon Roth uscì dall’anonimato quando divenne un membro dei giganti teutonici dell’hard rock da stadio, gli Scorpions, orfani di Michael Schenker desideroso di esplorare nuovi mondi sonori (più o meno) con gli UFO. Roth aveva l’aspetto da zingaro dei film horror/cartomante di una TV locale ma la sua perizia tecnica era indiscutibile (fu uno dei primissimi esponenti dello stile metal neoclassico), tanto che per dare libero sfogo alle sue capacità una elettrica standard non poteva bastare. Nei primi anni ’80 a Londra disegna lo strumento definitivo assieme al liutaio Andreas Demetriou, la Sky Guitar: è di fatto una chitarra ma con un alto numero di tasti, 30 (le chitarre tradizionali si fermano a 21, 22 o al massimo 24), per emulare i suoni di un violino nel suo registro più alto. Per avere accesso ai tasti alti il corpo viene scolpito senza spalla inferiore, dei pickup vengono nascosti sotto il manico e un sacco di potenziometri garantiscono infinite varietà di suono. Cosmeticamente lo strumento riflette l’estetica da “Mago Otelma protagonista di Pirati dei Caraibi” di Roth: colorazioni sgargianti, pietre moonstone incastonate qua e là, intarsi a forma di drago/pegaso/stella… Il risultato finale è qualcosa che ricorda un segno zodiacale stilizzato di una pagina Facebook dedicata all’oroscopo o un pesce luna a cui hanno infilato un bastone nel culo. Un modello limitato prodotto in 50 esemplari venne realizzato dalla Dean (quella che faceva le chitarre di Dimebag dei Pantera, per capirci), ma alla morte del fondatore Rubinson nel 2017 la produzione passa alla compagnia fondata da Roth a nome Sky Guitars. Prodotta interamente in Germania dai migliori liutai con gusti discutibili, viene definita dal suo ideatore «semplicemente la chitarra più potente che esiste oggi sul pianeta». Se tutto ciò vi sembra orribile è perché non avete ancora visto i prezzi: si va dai 20.000 dollari per una Dolphin Sky ai 35.700 per una Galaxy Dragon Sky (sì, si chiamano così). Mi sembrano ottime idee per Natale. Per chi volesse approfondire c’è il bel sito con tutte le info.

Vox Teardrop (1963)

Vox Teardrop

L’associazione di un prodotto a un modello di riferimento di successo (un attore, un musicista, un imprenditore) genera spesso nel consumatore il desiderio di quel prodotto. In soldoni è quello che Roland Barthes definisce trasferimento connotativo: la capacità di un testimonial di trasferire all’oggetto che pubblicizza le caratteristiche che incarna. Ci sono casi in cui però questa associazione non funziona. Parlando di chitarre è emblematico il caso di Brian Jones, il bellissimo e sfortunato primo compositore dei Rolling Stones, e della sua Vox Mark VI. Vox, mitica azienda produttrice di strumenti musicali inglese (suoi sono i leggendari amplificatori valvolari amati da tutti i grandi, ma anche pedali di culto, come lo Waa che usò Jimi Hendrix per alcuni dei suoi brani più noti) si tuffò nel mercato delle chitarre (in grande espansione nei primi anni ’60) con inusitata audacia. Invece di realizzare come migliaia di concorrenti copie sfortunate delle classiche strato, tele, Les Paul o SG, creò modelli dal design originale che fecero scalpore come la Phantom dallo shape pentagonale che divenne uno dei simboli della British Invasion. Vinse un premio internazionale per il suo design avveniristico e divenne ben presto un cult, la cui produzione, per abbassare i costi, fu trasferita dall’Inghilterra a Recanati, in Italia, allo stabilimento della Eko. Nel 1963, l’anno successivo, la Vox creò un nuovo modello, la Mark VI, il cui prototipo venne dato a Brian Jones. Ben presto la chitarra venne rinominata teardrop, non è chiaro se per il body a forma di lacrima o perché suscitasse crisi di pianto in chi la guardava. Questi modelli (anche in versione a 9 e 12 corde) ebbero una scarsa diffusione nella breve stagione del beat europeo (anche italiano) per poi uscire di scena definitamente negli anni ’70. Nel 2007, per il 50esimo anniversario, la Vox ne realizzò una versione di fascia alta limitata a 100 pezzi. Sarà l’eccessiva semplicità della forma o la paletta “obesa”, ma il tempo (che ammantando di quell’aura vintage ciofeche impresentabili riesce a renderle desiderabili anche a prezzi elevati) non è mai riuscito a lenire quella sensazione di profondo disagio che provo quando la vedo.

Kramer Gorky Park (1989)

Kramer Gorky Park

1989: la guerra fredda ormai è agli sgoccioli. Ronald Reagan ha lanciato il suo programma Guerre Stellari, crolla il muro di Berlino e l’URSS, ormai scricchiolante, si apre alle influenze occidentali. Il rock, che fino ad allora era stato consumato in gran segreto da tanti giovani sovietici nell’intimità dei loro sottoscala al riparo dal regime, comincia a muovere i primi passi autoctoni: tra i primi artisti che iniziano a beneficiare della perestrojka di Gorbaciov il ruolo di pionieri spetta sicuramente ai Gorky Park, band moscovita formatasi nel 1987 che divenne uno dei simboli del disgelo tra USA e URSS. Nel 1989 volano negli Stati Uniti alla ricerca di un contratto discografico e lo trovano subito: arrangiamenti inequivocabilmente hair metal ma progressioni melodiche tipicamente russe, bandiere con falce e martello e stelle e strisce che sventolano insieme nei video li rendono abbastanza esotici e digeribili da avere un discreto successo con l’album omonimo. Assieme alla fama e a MTV arrivano anche gli endorsement e il chitarrista Alexei Belov è forse il primo russo a beneficiare di una chitarra signature disegnata in USA (ma fatta in Corea, vabbè) da Kramer. La Gorky Park ha la classica dotazione degli strumenti a corda ignoranti dell’epoca, un singolo humbucker, un volume, un ponte Floyd Rose per fare il tamarro. A colpire è sicuramente la forma triangolare, un ovvio tributo alla balalaika, il liuto tradizionale tricorde russo. Il colore non può che essere rosso e il top è decorato (giusto per essere didascalici e in tema perestrojka) con le bandiere di Russia e USA e le firme digitalizzate dei membri del gruppo. Credo vendette meno dei Settembrini, i biscotti del Mulino Bianco ripieni di polpa di fico che furono un flop nel 1995. Cercando bene sull’internet se ne può trovare ancora qualche esemplare per 800/900 euro se si è fortunati ma soprattutto senza senso estetico sviluppato.

ESP Angel Sword (1993)

ESP Angel Sword

Quando pensiamo al Giappone spesso i concetti che vengono alla mente sono: eleganza, minimalismo, ritualità, tradizioni, stile ma anche follia totale. Quest’ultimo sembra essere stato l’unico parametro seguito dai master builder della ESP per la realizzazione del modello Angel Sword. La ESP (acronimo di Electric Sound Products) nasce a Tokyo nel 1975 come piccola ditta specializzata nella realizzazione di pezzi di ricambio per chitarre elettriche (sarà la ESP a produrre i primi manici per Kramer). Ma da fare manici e corpi per conto terzi ad assemblarli per conto proprio il passo è breve. La fortuna e la reputazione del brand arriva con le sponsorizzazioni ad artisti di punta nel neonato thrash metal in America nei primi anni ’80. Tra gli early adopter figurano Metallica (da sempre legati al marchio), Slayer, Anthrax, Megadeth ma anche Ronnie Wood dei Rolling Stones e Page Hamilton degli Helmet. Ovviamente ESP è un marchio di riferimento per tutta quella folta schiera di band nipponiche che restano, fortunatamente, relegate entro i patri confini. È il caso dei The Alfee, storico terzetto attivo dagli anni ’70 fino al primo decennio del nuovo millennio e capitanato dal cantante chitarrista Takamizawa Toshihiko, un incrocio tra Lady Oscar e uno qualunque dei protagonisti di Intervista col Vampiro. Takamizawa vanta un’impressionante collezione di strumenti brutti, tutti realizzati senza vergogna alcuna dal custom shop di ESP, ma la spada dell’angelo, realizzata per celebrare il ventesimo anniversario della sua band, merita un approfondimento: le meccaniche per l’accordatura sono in fondo (stile Steinberger), vicino alle ali da angelo, e consta di un solo humbucker, anche se “minimale” non è proprio l’aggettivo adatto. Prodotta in 20 esemplari, ha raggiunto quotazioni astronomiche per la ciofeca che è (4.500 dollari). Su Reverb, la mecca della compravendita di strumenti usati, recentemente ne è stata venduta una a 2.700 euro. Un affare.

Musicvox Spaceranger (1997)

Mucicvox Spaceranger

Matthew Eichen era un ragazzo con un sogno comune a tanti di noi: diventare una rockstar e calcare i più importanti palchi del mondo dopo aver visto i Beatles all’Ed Sullivan Show. Ma se sei un giovane ebreo ortodosso sovrappeso che viene da una famiglia con una solida istruzione alle spalle è molto più probabile che tu ti costruisca una carriera rispettabile dopo il college e la scuola di specializzazione. Gli unici palchi che calcò furono quindi quelli di fumosi localini di Manhattan mentre studiava, suonando cover dei Rolling Stones con una copia Ibanez della Stratocaster. «A quel tempo ogni centesimo che avevo se ne andava in affitto e cibo cinese, potevo solo permettermi chitarre di fascia bassa, come le Harmony. Finii per amare quelle chitarre perché costavano poco ma avevano un suono particolare, dovuto ai pick-up DeArmond.». Anche una volta affermatosi come abile chirurgo dentale, il fuoco primordiale per le chitarre sfigate non ha mai smesso di ardere dentro Eichen. E così durante i suoi molti viaggi in giro per convegni finisce sempre, irrimediabilmente attratto come una mosca dalla mortale luce viola, in fetidi pawn shops di periferia che sono l’habitat naturale di Supro, Valco, Silvertone, Airline (queste ultime amatissime anche da Jack White che le userà estensivamente durante tutta la sua carriera con i White Stripes resuscitando di fatto il marchio). Accumula una vasta collezione di strumenti “sfortunati” finché nel 1995 non decide di fare il grande passo e costruire i suoi, fondando il marchio MusicVox.

Nel 1997 la Space Ranger esordisce nientemeno che al NAMM, la più importante fiera del settore degli strumenti musicali: la chitarra riflette l’amore per il retrofuturismo anni ’50/’60 tipico delle chitarrine da poveri con cui Eichman è cresciuto. Potremmo descriverla come una Gibson Les Paul con l’elefantiasi se Les Paul fosse stato un personaggio dei Jetsons. Prevedibilmente viene accolta a sassate: la chitarra è oggettivamente orrenda. Ma in un modo affascinante, soprattutto in un mondo cosi conservatore e tradizionalista come quello delle chitarre elettriche, tanto che alcuni musicisti professionisti come Allen Woody, il bassista degli Allman Brothers Band, e Tom Petersson dei Cheap Trick contattano Eichen per avere uno strumento. Tra questo musicisti c’è Matthew Sweet, che in quel periodo sta lavorando al film di Austin Powers Goldmember: lui è il bassista della resident band Ming Tea, nella quale suona la chitarra anche Susanna Hoffs delle Bangles. Sweet ordina un po’ di chitarre perché il loro aspetto da psichedelia cialtrona marcia è perfetta per lo stile della pellicola. Mike Myers ama il bizzarro design della chitarra che infatti finisce per avere un posto permanente della cultura pop degli anni 2000: potete ammirare la Space Ranger nel video Daddy Wasn’t There del 2002. Su Reverb sono stato quasi tentato di comprarne una da un tedesco per 700 euro ma alla fine mi è mancato il coraggio. Per fortuna.

Gibson Reverse Explorer (2008)

Gibson Reverse Explorer

Gibson è un marchio che non ha bisogno di presentazioni: un pilastro fondante del settore, un brand mitopoietico attivo da oltre 120 anni le cui creazioni iconiche sono state suonate e imbracciate dai più grandi guitar heroes del pianeta. Ma in 120 anni il mercato è cambiato molte volte e non sempre l’azienda di Kalamazoo, Michigan ha saputo rispondere bene. Sono tanti infatti i brutti anatroccoli targati Gibson che nel corso dei decenni hanno cercato fortuna nei negozi di mezzo mondo, senza trovarla. Chitarre come la Marauder, l’equivalente chitarristico del Dodo, il bizzarro uccello delle Mauritius incapace di volare che si estinse in un secondo; come la L6, una sorta di Les Paul gravida che vendette meno di un disco solista di Dodi Battaglia nonostante un temporaneo endorsement di Santana; la Corvus, una bizzarra sortita nel mondo delle metal Guitars anni ’80 ma senza la giusta convinzione (a me piacciono); la Victory, la sfortunata risposta di Gibson alle superstrat anni ’80… la lista è lunga. Per questa rassegna però ne abbiamo scelto uno recente: la Gibson Reverse Explorer. In un clima ingiustificatamente celebrativo, Gibson fa uscire nel 2008 una serie di strumenti in tirature fortunatamente limitate (intorno alle 1000 unità): si tratta di rivisitazioni di strumenti iconici che hanno fatto la fortuna del marchio. A volte le rivisitazioni sono cosmetiche o poco più, a volte decisamente radicali, come in questo caso. Come la sua sorella Reverse Flying V (chitarra odiatissima ma che conosce un inaspettato successo, tanto da spingere Gibson a produrne un rerun qualche anno dopo), anche questa Explorer vanta un corpo “ribaltato”. L’operazione, per quanto semplice, si rivela profondamente sbagliata. Il battipenna a forma di fulmine disegnato da un bambino di 3 anni è in fibra di carbonio, un tocco futuristico inspiegabile in uno strumento realizzato in materiali molto tradizionali. Ma l’aspetto più inquietante riguarda sicuramente la paletta, una sorta di moncherino sul quale sono appuntate delle meccaniche Steinberger Gearless e il logo Gibson art deco, diverso da tutti gli altri, «trovato fra i disegni e le carte del presidente Ted MCCarthy». Chi scrive ammette con candore di essersi baloccato con l’idea di un acquisto, dopo averne trovato un esemplare a Parigi ma il prezzo intorno ai 1.900 euro e il fatto che non avrei avuto il coraggio di tirarla fuori dalla custodia mi fecero desistere. Riguardandola ora, diciamo che non ho rimpianti.

ESP Skull N Bones (1985)

ESP Skull N Bones

Gli anni ‘80 erano tempi meno complicati di oggi: bastava un botto di lacca sui capelli, un po’ di spandex, un humbucker e un ampli col volume a 11 per farsi un nome (in realtà non proprio, ma vabbè). Se poi potevi vantare la perizia tecnica di George Lynch alla sei corde, un contratto e un tour mondiale erano cosa fatta. Opzionato da Ozzy Osbourne per far parte della sua band, gli fu all’ultimo momento preferito Randy Rhoads dei Quiet Riot ma George non resto disoccupato: entrò nei Dokken, gruppo che grazie alla spinta propulsiva delle sue parti di chitarra è considerato oggi tra i più rappresentativi del genere hair metal. Tra i primissimi endorser di ESP, scoperta durante il suo primo tour in Giappone, è sempre stato fedele a un’estetica “diversamente minimal”: chitarre tigrate, kamikaze con grafiche nipponiche e soprattutto quella del non ritorno, la Skull N Bones. È il 1986. Under Lock and Key, il disco più più completo della band a detta della critica, è appena uscito e nel videoclip di It’s Not Love, terzo singolone estratto dall’album, George Lynch sfoggia una chitarra che entra subito nel cuore dei fan e negli incubi di tutti gli altri. Lo strumento, una superstrat con una banana headstock reverse, un singolo humbucker e l’onnipresente Floyd Rose, è caratterizzata da ossa sporgenti, costole, tibie, falangi e teschio che compongono la silhouette dello strumento. Il responsabile di questa mostruosità è Johnny “J Frog” Garcia, un esperto di effetti speciali che aveva lavorato anche su Nightmare (curiosamente, il successivo singolo del gruppo, Dream Warriors, sarà la title track del terzo capitolo della saga di Krueger, appunto Nightmare 3: Dream Warriors) e secondo la leggenda tra i denti del teschio ce ne sono alcuni suoi. Inutile girarci intorno: se l’obiettivo era creare una chitarra horror, direi che è stato pienamente raggiunto. Oggi, dopo anni di onorato servizio, giace inerte nella vetrina dell’Hard Rock Cafè di New York ma ESP ha creato nel 1999 una tiratura limitata di 25 repliche fedelissime all’originale con tanto di certificato di autenticità firmato da Lynch che all’epoca costavano solo 4.000 euro e ora, almeno dando un’occhiata in giro, hanno raggiunto quotazioni letteralmente inaudite: si parla tranquillamente di 9.000/12.000 euro. Là fuori c’è tanta gente coraggiosa. E ricca.

Tonika EGS-650 (circa 1969)

Tonika EGS-650

Prima chitarra ad essere stata prodotta nella gloriosa URSS, la Tonika è la risposta degli Urali alla Telecaster californiana ma è chiaramente la risposta di chi non ha capito la domanda. Siamo negli anni ’60, la tensione dovuta alla guerra fredda è alle stelle e la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici non è mai uscita dai propri confini. Sono pochi quelli che sono stati, grazie a qualche veloce viaggio, in Cecoslovacchia, Polonia e Bulgaria, e ancora meno quelli che nei suddetti viaggi sono entrati in contatto con una chitarra elettrica. Ma come per il programma spaziale, anche in materia di chitarre la grande madre Russia non poteva restare al palo. I risultati, rispetto a quelli conseguiti da Gagarin furono però decisamente meno brillanti. Quei pochi pionieri sovietici che videro come era fatta una chitarra elettrica cercarono di carpirne i segreti per creare uno strumento che fosse pratico, bello e incarnasse le qualità del grande popolo russo. Ovviamente c’è una grande differenza tra lo scoprire come è fatta una chitarra elettrica e lo scoprire come è fatta una chitarra elettrica di qualità. Mancanza di esperienza, assenza totale di punti di riferimento, rigetto assoluto di qualunque cosa fosse americana: tutti questi fattori portarono alla realizzazione della Tonika. Inizialmente realizzata a Leningrado (oggi San Pietroburgo) la produzione venne poi spostata a Rostov. La forma, obiettivamente affascinante, non somiglia a nulla visto prima o dopo. Peccato che il corpo sia enorme e più pesante della credenza in noce di vostra nonna. Il manico è spesso come l’albero maestro di una nave vichinga ma il profilo è più stretto di un carrugio a Genova se si prova ad attraversarlo con una Range Rover. A detta di chi ne ha provata una, siamo ai confini dell’insuonabilità. Detto questo, i risultati sono sorprendenti se si considera che questo è il primo tentativo di realizzare uno strumento dal nulla: gli anonimi e operosi artigiani sovietici che crearono la Tonika non avevano macchinari adatti allo scopo, né liutai esperti che insegnassero loro come avvolgere un pickup, né 30 anni di tentativi alle spalle (come gli americani). Non sapremo mai i loro nomi, ma ciò che fecero resta leggendario.