Domenico Bini

L’heavy metal e la fede: intervista a Domenico Bini

Se la musica diversamente bella attecchisce nei nostri cuori il motivo è solo uno: ne abbiamo bisogno. Non c’è una formula magica per creare una hit a tavolino, non ci sono regole, una canzone o ti entra dentro o niente e una volta che ti ha preso sarai suo per sempre. Per questo nelle nostre playlist del cuore possono coesistere tranquillamente i Nirvana con Domenico Bini e Carlotta, in un’alternanza di stili ed estetica che è un affronto (ma a chi? a che cosa?) come mangiare la pastasciutta con il pane: sulla carta vietato ma alla pancia che gliene frega? Ama e fà ciò che vuoi, da Sant’Agostino in poi il principio è sempre valido.

Fuori dalla mitologia dei meme e dei like, Domenico Bini è un uomo tranquillo, adatto a un film dei fratelli Coen, che vive a Trani (la città di Leone Di Lernia). Di lui sappiamo solo quello che ci arriva dalle decine di video che ha caricato su YouTube e dalle poche interviste che rilascia. Il chitarrista heavy metal famoso sul web si è aperto con noi e ha deciso di raccontarci un po’ di sé, degli anni a lavorare nelle carceri e negli ospedali psichiatrici, del suo amore per Yngwie Malmsteem e di quella volta che strinse la mano a Maurizio Solieri. Godetevelo. 

Domenico Bini

Quante chitarre hai? Quali sono le tue preferite?

In tutto ho una trentina di chitarre ma elettriche una quindicina. Le acustiche e le classiche spesso sono sottomarche, le compro ai mercatini, tipo una Fender Squier a 150 euro. Ho una Gibson Cherry, che non è molto costosa ma è sempre una Gibson, poi una Stratocaster, una Ibanez da jazz e una Washburn elettrica. Adesso non mi viene in mente la marca ma ho anche un paio di ottime classiche che suonano benissimo.

Perchè non le mostri mai a nessuno?

No, c’è stato un periodo in cui le mostravo ma alla fine per comodità mia suono sempre le stesse. Adesso voglio ricominciare a mostrarle, presentarle una per una.

Chi sono i tuoi chitarristi di riferimento?

All’inizio erano Ritchie Blackmore dei Deep Purple, Santana, David Gilmour, quello dei Queen (Brian May – ndr), ma soprattutto Jimi Hendrix che per me ha stravolto la musica e la chitarra elettrica, è arrivato prima di tutti, ha influenzato tutti. E poi anche i chitarristi delle band come gli Iron Maiden. Ultimamente per me un riferimento è Malmsteen che è velocissimo e ha un modo di suonare che ti trascina, aggressivo. Poi Steve Vai

Ecco ma specie da ragazzo, prima di internet, come scoprivi la musica?

Ho iniziato a suonare a sedici anni in una parrocchia. Lì c’era un maestro che insegnava ma io sono stato autodidatta. Lì però ho conosciuto altri ragazzi che suonavano e facevamo le prove nel garage in casa mia. Con loro ascoltavamo tutti i dischi dei grandi gruppi che ci ispiravano, dai Maiden ai Queen. Perché io ho fatto anche cover ma ho sempre fatto brani miei.

Tutto autodidatta quindi?

Sì, a sedici anni avevo imparato le basi da solo. Poi mi sono “lanciato” negli assoli di chitarra. Creavo a orecchio e agli altri piaceva. Che è un po’ come fa Malmsteen, un lavoro sulle scale cromatiche. Poi avevo inventiva, piaceva quello che suonavo.

Quando hai capito che potevi scrivere roba tua?

Subito. Avevo neanche diciannove anni. In un concerto vicino al mare io portai un brano mio, Aria di morte, che piacque molto al pubblico.

Ma lo suonavi già da solista?

No il batterista era mio cugino e avevamo un bassista improvvisato perché il nostro aveva cambiato band.

Dove ascolti la musica? Hai lo stereo?

Ascolto i CD. Ultimamente con YouTube ho un apparecchio che inserisci lo spinottino in un piccolo amplificatore e per esempio trovo una “Heavy metal compilation” e la ascolto tutta. O una compilation di Malmsteen e premo play. La musica va anche ascoltata, non solo suonata, altrimenti non ti vengono nemmeno le idee.

Hai fatto tanti nomi inglesi e americani, ma italiani che ti hanno influenzato?

Molti. Edoardo Bennato col suo Burattino senza fili e Peter Pan di cui facevamo anche delle cover. Poi Venditti, Dalla, De Gregori e i Pooh. Dodi Battaglia grandissimo chitarrista come gusto e preparazione. I Pooh hanno fatto grandissime cose. A loro ho dedicato anche un brano sul batterista che è venuto a mancare (Addio a Stefano batterista dei Pooh, struggente ballata acustica). 

La musica italiana è bella. Gli italiani sanno fare tutti i generi, dal pop al rap.

Tre artisti che proprio non ti piacciono?

No. A me la musica piace tutta. Una cosa: non è che voglio andare contro il rap ma non vorrei che questo tipo di musica venisse a noia. È la musica di adesso, che va di moda, la fanno tutti. Ormai questa è la musica. A me non piace solo quando si esagera, quando si parla troppo e viene a mancare la melodia.

Come mai non hai fatto tanti concerti?

Sono stato impegnato. Prima ero sottotenente, poi ho lavorato a Roma in un ospedale psichiatrico per tre anni, poi in polizia penitenziaria sette anni. Ho dato lezioni di chitarra, ho lavorato anche in campagna. Ho fatto tanti lavori. La possibilità di fare il gruppo e andare a suonare c’era ma mi è mancato il tempo, gli anni sono passati. Suonavo così, coi colleghi della penitenziaria quando avevamo delle pause.

Nel disco però avevi una band.

Quello è stato grazie a Nicola Pellegrino di Cava dei Tirreni che mi ha preso a cuore. Poi Il vulcano che è venuta di getto e coi filmati dei fan abbiamo fatto il video.

In studio ho provato una bellissima emozione. Avevo già fatto Io ci sarò e Amico cielo in studio ma vedere i coristi, i musicisti che lavoravano è stata un’emozione. Io da giovane avrei voluto fare il turnista, lavorare per i big in studio ma non è successo e ormai ho cambiato idea. Ma se qualcuno mi chiedesse un assolo io proverei a tirarlo giù senza paura, con umiltà, perché ho questa passione.

Avere lavorato accanto agli ultimi negli ospedali psichiatrici e nelle carceri, a contatto con tanto dolore, come ha influenzato la tua musica?

Tantissimo. Ho pensato che la vita non è uguale per tutti. Purtroppo sulla Terra c’è tanta gente che soffre. Io sono stato fortunato a nascere in una famiglia benestante che non mi ha fatto mancare niente, mentre in tanti che sono nati poveri o soli poi per gli errori della vita son finiti in carcere o si sono suicidati. Soprattutto negli ospedali ho visto gente che soffriva, persone con handicap, patologie gravi. Ecco, però da buon cattolico penso che il Signore una possibilità la dia a tutti che non si dimentichi di nessuno. Se uno non trova la felicità in terra lui gliela darà in seguito.

Le carceri secondo te sono utili? Come è la situazione all’interno?

I detenuti non possono rimanere abbandonati nelle celle senza niente da fare altrimenti rischiano la pazzia. Mentre lavoravo all’interno di un carcere venne un vescovo in visita e mi chiese di spiegargli la loro vita. Mi venne spontaneo dirgli: non hanno niente. Da quel momento in poi (non voglio dire che sia stato merito mio, anzi) iniziarono anche corsi per caldaista o di informatica e ne fui tanto felice. C’era anche l’insegnante di chitarra. 

La gente ha bisogno di basi, tutto deriva dai genitori che sono quelli che impostano la vita di una persona. Io ho fatto tanti errori nella vita ma ho sempre ricominciato da capo. Devi sempre rimediare.

Sei figlio unico? Da chi hai preso la passione per la musica?

No sono il terzo di quattro fratelli. Ho un fratello più piccolo e due sorelle. La passione per la musica è nata quando andavo alle medie. Poi c’era la buonanima di mio padre che suonava tutti gli strumenti a orecchio. Io no, tipo la fisarmonica non riesco. Mio padre ha conosciuto Astor Piazzolla perché lavorava in comune e lui aveva la mamma o il babbo italiano e aveva bisogno di un certificato e andò in ufficio da lui. Mio padre ha lavorato anche come direttore alla Lampara dove invitò Mina e altri cantanti di grido a quei tempi come Pino Daniele, Bennato, i Pooh e i New Trolls.

Alle medie imparai il flauto ma vedendo mio padre con l’armonica capii che volevo suonare le mie melodie. Mi piaceva ispirarmi a Bob Dylan e a Bennato per i brani con l’armonica.

Sei mai stato sposato?

Sono separato consensualmente e ho una figlia di 27 anni.

Tre dischi su isola deserta?

Burattino senza fili di Bennato, The Number of the Beast degli Iron Maiden e Malmsteen.

Il chitarrista con cui vorresti duettare?

Malmsteen.

Ti ricordi la prima volta che hai sentito il metal?

Sì, ho pensato subito che è una musica bellissima che ha carattere. Se si prende bene, lontano dal metal pesante delle grida incomprensibili, ha tanta musicalità. Tipo gli AC/DC e gli Iron Maiden

I Guns N’ Roses?

Sì sono molto bravi. Bellissima e potentissima voce. Suonano benissimo.

Concerto più bello?

Vasco Rossi a Roma. Non era ancora famosissimo, andai sotto al palco, aveva appena fatto Coca Cola (Bollicine). Prima avevo un carattere diverso, ero più socievole, mi buttavo di più e mi presentai a Maurizio Solieri, gli detti la mano. Fu una soddisfazione per me.

Crea la band dei tuoi sogni.

Qualsiasi nome? Tullio De Piscopo alla batteria, al basso Jaco Pastorius, alla chitarra Santana e io.

E alla voce?

Ah. Quello dei Queen. (Ride)

Quanto conta la fede?

Tanto. Senza di lei non avrei fatto niente. A volte se non hai la fede… Le idee cattive vengono a tutti. Ma se hai la fede le sconfiggi. Io non posso pensare che dopo la mia vita non ci sia niente. Ho scritto una canzone a riguardo: Amico cielo. Se io alzo il dito verso il cielo, quello non finisce mai. E quello è Dio e Dio è infinito.

Quali sono i tuoi valori?

Che ci sia la pace del mondo e l’armonia. Che non ci sia il razzismo, la povertà. Che ognuno possa avere qualcosa per stare bene. In una canzone ho scritto: Un pasto caldo e un tetto sotto a cui stare. La pace e l’amore fraterno, volersi bene.

Come vorresti essere ricordato?

Con la mia personalità e la semplicità. Come sono io. Con i miei pro e i miei contro. 

Testi e fotografie di Ray Banhoff