Il Professor matusa e i suoi Hippies 1968

Il professor matusa e i suoi Hippies è il peggior musicarello di sempre

Il Professor matusa e i suoi Hippies è forse il peggior musicarello di sempre, certamente il più poveristico e meno comico, ma con un suo morboso fascino. Non si sa nemmeno chi sia il vero regista che si cela sotto lo pseudonimo anglofono di James K. Stuart, alcune fonti sostengono Luigi De Maria, semplice addetto al montaggio che successivamente a questo obbrobrio lavorerà per film del calibro di Quei paracul… pi di Jolando e Margherito (1975) e Il pomicione (1976).

Il Professor matusa e i suoi Hippies 1968 locandina

Altri invece sostengono (e così anche IMDb) che si tratti di Carlo Martinelli (che avrebbe interpretato anche il protagonista, non accreditato camuffato con una parrucca à la Beatles e camice bianco), regista che oltre a questo film ne diresse solo un altro mezzo: Quell’amore particolare (1970) morendo improvvisamente durante le riprese (il lavoro verrà poi finito con notevoli cambi di sceneggiatura da Enrico Maria Salerno).

La trama è pretestuosa oltre l’inverosimile, originale come un canovaccio della commedia dell’arte, ma piena di piccoli spunti deliranti, nonostante le battute comiche siano persino sotto il livello medio del genere. Si seguono le vicende del professor Matt Beat (accompagnato da una ragazza di colore col caschetto chiamata Cleopatra che si esibisce in un linguaggio comico senza senso) che crea buffe apparecchiature musicali e che si trova suo malgrado a dover gestire una situazione amorosa tra due giovani, Orietta e Sergio, non benvista dai genitori. La ragazza si rivolge a Matt Beat per aiutarla, il padre di lei (nonché sindaco di paese) va invece dal professore ad aiutarlo a pedinare la figlia.

Tra le varie vicissutidini Matt Beat riuscirà a risolvere la sitazione e far sentire un po’ di canzoni tramite i suoi apparecchi. C’è anche un’inutile sottotrama in cui un’amica di Orietta ruba dei gioielli.

Da qui ci si può già immaginare quali siano i ridicoli pretesti messi in scena per far suonare gli artisti (in realtà quasi sempre veri e propri inserti proto-clippari presi qua e là) che non hanno nulla a che fare con la trama, come quando il professore trasforma accidentalmente un suo visitatore in Riccardo Del Turco (!) o quando mostra ai suoi amici uno speciale cannocchiale attraverso cui si può vedere in lontananza Little Tony cantare Cuore matto, o ancora una specie di “bussola musicale” con cui si possono vedere cantanti in giro per il mondo (in realtà tutti italiani o con canzoni in italiano) come Caterina Caselli o i malgasci Les Surfs (spacciati come spagnoli). In qualche caso le canzoni sono usate addirittura come sottofondo senza nemmeno la presenza dei cantanti. Un esempio emblematico sono le scene del frettoloso e inconcludente finale durante il definitivo confrontro tra il severo genitore, i due innamorati e Matt Beat su dialoghi velocizzati fino al punto da renderli incomprensibili con voci stile Chipmunks e una canzone di Gigliola Cinquetti a coprire le loro parole: l’ingarbugliato buco di sceneggiatura viene “colmato” in una ventina di secondi. Subito dopo il professor Matt Beat verrà ringraziato da tutti i presenti per aver risolto la situazione, non venendo esplicato minimante come abbia fatto o cosa abbia detto.

Siamo sinceri, le canzoni sono davvero belle, molto più di quanto se ne vedano nei musicarelli normali, è tutta la cornice che non funziona, anzi spesso i brani si avvicinavano molto ai veri gusti giovanili dell’epoca e ci sono in ogni caso artisti interessanti ed evanescenti come il gruppo beat degli Scooters e Riki Maiocchi (in un’altra trasformazione accidentale), artista fondatore de I Camaleonti e dei The Trip, che suonò con Jimi Hendrix, Ritchie Blackmore e Marianne Faithfull prima che la sua carriera fosse stroncata in maniera ipocrita solo per aver comprato inconsapevolmente un orologio rubato. La stessa canzone che canta, Prendi tra le mani la testa venne scritta per lui da Lucio Battisti su testo di Mogol inserita poi in Il nostro caro angelo (1973).

Diretto male, in maniera rudimentale e approssimativa, con umorismo inesistente, senza la più basilare logica interna a partire dal nome (perché Matt Beat sarebbe matusa se aiuta i ragazzi, gli piace la musica beat ed è capellone? Evidentemente chi ha dato il nome al film non aveva idea del significato nel gergo giovanile, e poi dove sarebbero gli hippies? Nessun personaggio lo è) ma con qualche canzone azzeccata, rimane comunque uno dei prodotti più pedestri e più assurdi del genere e non solo. Peccato, perché quegli avulsi titoli di testa su (I had) too much to dream last night degli Electric Prunes lasciavano davvero ben sperare.