gioca jouer retro copertina

I 3 cloni più sfacciati del Gioca jouer

Tanto semplice quanto geniale, tanto innocente quanto diabolico, il Gioca jouer di Claudio Cecchetto è una nostra grande croce e delizia: racchiude in una sola canzone tutto lo spirito degli anni ’80, dal Festival di Sanremo a Claudio Simonetti, sdoganando una volta per tutte i balli di gruppo e le canzoni per preadolescenti.

Abbiamo già parlato del Gioca jouer, ma ciò che vogliamo raccontarvi in questa sede ha a che fare con l’impatto di tutte le grandi opere sulla cultura di un’epoca: ogni capolavoro che si rispetti genera cloni ed epigoni. Il Gioca jouer non è stato da meno. Non stiamo parlando di semplici cover; quelle le hanno fatte tutti, ci sono persino cover ufficiali approvate da Cecchetto stesso, a partire da quella pubblicata da un giovane e ancora sconosciuto Fiorello fino alle versioni in diverse lingue. Non parliamo nemmeno di parodie, anche di quelle ce ne sono a bizzeffe (caposcuola quella degli Squallor sul mondo clericale). No, in questa sede parliamo di veri e propri emuli che assimilano il meccanismo della canzone e ne riproducono uno il più vicino possibile, rimanendo sempre in bilico tra il tributo, la citazione e il plagio. Ecco a voi dunque la storia dei tre cloni più sfacciatidel Gioca jouer.

Il saltapicchio: il Gioca Jouer secondo il batterista dei Cugini di Campagna

Per la serie «se il Gioca jouer ha avuto successo perché non dovrei provarci anch’io», Silvano Michetti, batterista dei Cugini di Campagna, solo due anni dopo l’originale, con la scusa della sigla per la trasmissione TV Hits ’83 prova a riproporci la formula del ballo di gruppo a comandi, proprio come il tormentone di cecchettiana memoria.

Con lo pseudonimo di Cespuglio il nostro ci regala Il saltapicchio, un brano (scritto e arrangiato dal fratello Ivano Michetti, l’altro gemello riccio dei Cugini di Campagna) che è puro delirio lisergico in salsa synth-pop; l’idea è semplice ma incomprensibile: vengono dati diversi comandi ai vari animali (il merlo, la papera, la scimmia, il cane, il gatto, il canarino e la pecora) che rispondono con il loro verso (ovviamente sintetizzato), il tutto sempre più velocemente fino a che tutti insieme intonano il ritornello.

Non riusciamo veramente a immaginare come questa cosa possa essere ballata da un gruppo di bambini e ci chiediamo quante copie abbia effettivamente venduto il disco. Delirante, ma con un irresistibile fascino sinistro.

Qualora voleste accaparrarvi una copia in vinile di questo gioiellino di musica “altra”, consigliamo di acquistarla oggi stesso, per ora si trova a prezzi accessibili ma le copie sul mercato scarseggiano sempre di più.

Il gioco delle mani: il clone più sconclusionato del Gioca Jouer

Di solito la musica diversamente bella raggiunge il suo apice quando tenta di imitare un modello originale fallendo clamorosamente. Con Il gioco delle mani ci troviamo di fronte a un caso da manuale, un vero gioiello nascosto della discografia italiana. Il pretesto è sempre quello di imitare le intenzioni del Gioca Jouer con gli stessi elementi: ballo di gruppo, indicazioni da seguire sulla pista da ballo e divertimento a tutti i costi. Il risultato è talmente epocale che merita di essere raccontato minuto per minuto.

Parte una cassa anni ’90 (fin qui niente di strano, è il 1992) e le immancabili urla da finto live. Entra il basso (che ovviamente ricalca l’andamento del Gioca jouer) e subito ci accorgiamo che c’è qualcosa di strano, lievemente off nel ritmo, ma decidiamo di proseguire incuranti. Entra una voce con la “r” moscia e con entusiasmo da DJ di provincia recita testuali parole:

Ué ragazzi! Conoscete il gioco delle mani? Sì? Perfetto! Allora cominciamo!

Tutti con le mani in aria! Battiamole a Tempo!

CLAP! CLAP! CLAP! CLAP!.

Notare che pronuncia proprio la parola “clap”. Per ben quattro volte. Ma andiamo avanti. La voce prosegue:

Bene! Ora battiamole ancora come allo stadio! Pronti con il coro?

E qui comincia la magia: su una brutta copia midi di chitarra elettrica distorta parte il coro, ma più che da stadio sembra un sepolcrale coro da chiesa che ripete «Oé, oà». Continua il vocalist:

Bravi ragazzi, avete capito tutto! Adesso lo rifacciamo ma questa volta dovete esserci tutti, proprio tutti!.

Mentre ci chiediamo che cosa ci sia esattamente da capire, il mantra si ripete tre volte finché il vocalist annuncia:

Perfetto! Siete bravissimi! Ma attenzione perché l’ultima parte è la più difficile, perché le ragazze dovranno salire sulle spalle dei ragazzi!

Sì, avete proprio capito bene, le ragazze devono salire sulle spalle dei ragazzi!

Ok? Siete tutti sopra? Allora… Saltellare saltellare saltellare saltellare.

Provando a immaginarci chi mai abbia potuto veramente mettere in pratica questa canzone in una discoteca, arriviamo al momento clou dal risvolto sociale:

Allora ragazze potete scendere!

Ragazzi, vi siete divertiti?

Perché tutti devono sapere che in discoteca si canta e si balla, ma soprattutto la nostra pista è questa e non la strada!

E allora vi voglio sentire tutti a cantare l’inno del gioco delle mani!.

È addirittura diventato un inno, che riesce a togliere i ragazzi dalla strada. Mi senti, Don Bosco?

Concludiamo con il momento rap che introduce gli autori:

DJ Roberto Onofri e da circa anni 6 mi divido con Boccaccio e gli altri fra i DJ, Jovanotti Zappalà Albertino e Cecchetto con De Luca in produzione canto a tutti sta canzone!”

Roberto Onofri lo conosciamo bene, è il “DJ dei VIP” che ha prodotto la versione dance di Volare interpretata da Valeria Marini, nonché la mega-hit Sole Solange di Solange, oltre a featuring con Karina Huff, Franco Nero, Luca Sardella e Stefano Tacconi. Angelo De Luca dal canto suo ha scritto tra le altre cose la canzone Ho un immenso bisogno di te di Paride Orfei.

Tutto quello che vi abbiamo appena raccontato contribuisce a creare una delle operazioni più genuinamente coraggiose che la storia della musica italiana possa ricordare.

Allora ragazze, vi ho detto che potete scendere!

Fotostop: Claudio Cecchetto auto-clona il Gioca Jouer

Come spesso accade il clone più eclatante è un auto-clone. Così Claudio Cecchetto nel 1982 ci riprova: Fotostop altro non è che un nuovo tentativo di brano à la Gioca jouer, solo un po’ meno famoso e un po’ più fiacco e monocorde: stavolta le istruzioni di Cecchetto prevedono che l’ascoltatore balli ma che alla parola “stop” si fermi per mettersi in posa (come preferisce) mentre il rumore di una macchina fotografica che scatta alcune foto annuncia il nuovo «cinq… sei… set… ot…» e poi giù di nuovo con la musica.

Ovviamente nel corso del brano la musica si fermerà molte volte e nel finale gli «stop» si susseguono velocemente perché, come dice Cecchetto stesso all’inizio, per riuscire in questo gioco «quello che conta è essere sincronizzati».

Il fatto che non ci sia altro da aggiungere la dice piuttosto lunga.

In realtà Fotostop non è un brutto brano. Anzi, la ritmica e la musica sono veramente deliziose con quella chitarra funky, le percussioni che si sbizzarriscono e le trombe che chiudono il cerchio dando alla canzone un suo spessore. Però è chiaro a tutti che si tratti di una copia sbiadita del Gioca jouer che difficilmente può ripetere l’exploit dell’anno precedente. Inoltre stavolta non c’è Claudio Simonetti tra le fila degli autori e chissà, senza nulla togliere al grande Angelo Valsiglio che scrisse e arrangiò il brano, magari è anche quello che fece la differenza a suo tempo.

Tra imitazione e aspirazionalità, la storia dei cloni del Gioca jouer non è altro che una parabola sul music business: se hai un’idea che funziona, qualcuno prima o poi proverà a copiartela. Quando la copia fallisce niente paura, ci siamo noi a raccoglierla e a celebrarla.