La discografia anarchica di Faust’o

Le scorribande musicali ribelli e imprevedibili di uno dei cantautori più sottovalutati della musica italiana

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Un certo Franco Battiato all’epoca cantava «Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese», ma nonostante ciò oggi andiamo a ravanare nella discografia di uno dei più sottovalutati artisti della new wave di casa nostra. Parliamo di Faust’o, all’anagrafe Fausto Rossi, un giovane e promettente cantautore nato a due passi da Pordenone ma trapiantato a Milano con un orecchio internazionale verso il David Bowie della trilogia berlinese con Brian Eno, i Roxy Music, Lou Reed e gli immancabili Velvet Underground, dando un contributo importante alla musica italiana.

Il Suicidio perfetto

Torniamo alla primavera 1978, quando esce l’ album di esordio Suicidio, prodotto da Oscar Avogadro e arrangiato a quattro mani con Alberto Radius, fondatore dei Formula 3, nonché talentuoso session man che nella sua lunga e brillante carriera ha collaborato con i più importanti musicisti italiani.

Come già il titolo ci suggerisce Suicidio non è decisamente un disco di musica leggera da ascoltare nella vostra Fiat 127 rossa mentre andate al mare con gli amici. Crudissimo, imprevedibile, claustrofobico. Richiede un ascolto attento e impegnato. Uno di quei dischi che necessitano tempo e impegno per essere metabolizzati. Qui l’anima dell’autore viene messa a nudo con immagini forti e se anche oggi ne percepiamo la spigolosità non oso immaginare all’epoca. Si potrebbe definire come un sadico gioco al massacro nel quale il povero ascoltatore viene seviziato per quaranta minuti.

L’album inizia con l’inquietante Intro: lo squillo di un telefono, il pianto di un bambino e poi parte un esercizio musicale funk elettronico ipnotizzante e ansiogeno.

La voce di Faust’o si rivela solo nel secondo brano e title track del disco: quasi sgraziata e sofferente ci regala una canzone iconica e fuori dalle mode, egocentrica, sgangherata, nella quale scopriamo presto che il suicidio non è la voglia di farla finita, bensì un odio verso gli uomini e la società che si trasforma in algida indifferenza. Faust’o preferisce oziare invece di interagire con il mondo esterno perché tutto è noia, ma beffardamente conclude con la frase «ma penso che valga la pena di andare». Chapeau. La storia dell’uomo in una frase.

Godi potremmo definirlo un brano quasi pasoliniano, una forte invettiva che mischia religione e perversione. Il martellante pianoforte e il testo con immagini molto forti ci donano la sensazione di essere in un sogno lucido. Qui dei giovani Decibel hanno preso decisamente appunti per la loro Contessa.

Se ancora non vi sentite disagiati a sufficienza arriva provvidenzialmente Piccolo Lord nel quale si narra il malessere e la pazzia di un bambino prodigio davanti all’indifferenza della madre e dei suoi amici. Per non farci mancare proprio nessuna tematica agli antipodi della musica pop(olare) è la volta di C’è un posto caldo, che narra del rapporto inappropriato fra un uomo e un bambino e non lo fa in modo poetico come nella splendida Il gigante e la bambina di Lucio Dalla: qui abbiamo un racconto crudo e diretto, in cui si riesce quasi a percepire il respiro dei protagonisti di fianco a noi.

Chiudiamo in bellezza con Benvenuti tra i rifiuti, ennesima invettiva nei confronti della società, nella quale Faust’o si fa paladino degli emarginati cavalcando un dark rock che esplode in una coda strumentale ossessiva.

Nonostante i riferimenti musicali palesi, ci troviamo di fronte a un’opera assolutamente personale e di rottura rispetto alla convenzione della musica italiana che si muoveva tra le ceneri della stagione progressive, il cantautorato dominato dagli hitmaker Battisti-Mogol e le nascenti nuove musiche provenienti da oltremanica (punk e new wave). Un disco imperfetto e difficile ma geniale e che ascoltato oggi riesce ancora a trasportarci in una sorta di incubo a tinte grigie come la copertina. 

La trilogia di Faust’o e Massimo Boldi

Proprio come l’idolo David Bowie anche Faust’o intraprende la sua personale trilogia (o almeno noi vogliamo pensare così) che prosegue l’anno successivo con Poco zucchero, in cui Alberto Radius viene promosso al ruolo di co-produttore assieme a Faust’o. Nel complesso è un disco sicuramente più curato ma risulta decisamente meno memorabile rispetto al debutto.

Se l’iniziale Vincent Price sembra un perfetto seguito di Godi, ma con un arrangiamento che è in assoluto contrasto in quanto l’ansia fa spazio alla leggerezza, episodi come Cosa rimane e Attori malinconici passano in sordina perché non “osano” e manca decisamente la forza sconvolgente a cui eravamo abituati.

Il brano più noto del disco è anche quello più assurdo (e forse della discografia del’artista), Oh! Oh! Oh!,  una sgangherata bossanova con un’ipnotica batteria elettronica che verrà portata anche al Festivalbar. Ingerenze della casa discografica (La Ascolto della solita Caterina Caselli, sussidiaria della CGD) o sberleffo dell’artista verso il popolo beota? Fatto sta che in seguito verrà ripreso nientepopodimeno che da Massimo Boldi (di cui abbiamo sviscerato il passato musicale decisamente da non sottovalutare) nel 1984 per una addirittura doppia cover dal titolo Oh! Oh! Oh! (…Va bene!) seguita dal lato B del 45 giri Oh! Oh! Oh! (Che peperino rap). Brani trasformati in qualcosa di assolutamente demenziale se ne sono sentiti a centinaia, ma in questo caso la cosa assurda è che è stato fatto senza cambiare nulla del testo o dell’arrangiamento. Fatto ancora più strambo è che la canzone sembra scritta apposta per il Cipollino nazionale che la fa sua interpretandola con la sua tipica comicità.

Le atmosfere di Suicidio si ritrovano proprio sul finire: Il lungo addio è forse il brano più apprezzabile, nel quale ritroviamo il disagio del debutto e la freddezza che ci ha stregato, e la conclusiva Funerale a Praga, lunga e tenebrosa suite che in qualche modo suona familiare: i Baustelle infatti campionarono l’inquietante sirena e la inserirono nel brano strumentale Cronaca nera dell’album La malavita del 2005.

In bilico tra suoni più pop e pura sperimentazione

L’ipotetica trilogia di Faust’o si completa nel 1980 con J’accuse…….amore mio (scritto proprio così, con quell’orgia di puntini di sospensione) in cui la vena new wave viene sporcata di pop e rimasugli punk.

La title track iniziale ci catapulta nel mondo disperatissimo di Suicidio ma dura poco, meno di un minuto. Appare subito evidente che le musiche sono più morbide con vivaci cambi di ritmo e di arrangiamento, talvolta incalzanti come in Piccole anime, Michael Michael o Capricorn, cui si accompagnano arrangiamenti che paiono quasi voler sfidare la moda dei primi anni ‘80. Non si tratta però di un banale disco di musica pop, perché i testi rimangono sempre cupi e pesanti e ben ancorati al mondo di Faust’o creando una dissonanza con il sottofondo musicale.

A un ascolto distratto l’album suona dannatamente inglese, moderno e vecchio allo stesso tempo. In Retroattività sentiamo la stessa struttura di Oh! Oh! Oh! e in Non mi pettino mai, sicuramente il brano più originale del lavoro, troviamo una sorta di pot pourri delirante con accenni a venature che giocano tra i generi funk, pop, pseudo-ska, con un tocco del solito David Bowie e un pizzico di camp divertito alla Amanda Lear. Ascoltare per credere!

I testi sono delirio puro. La voce quasi stonata, triste, talvolta arrabbiata che però è capace di tornare in qualche modo calma e melodica accompagna efficacemente le parole; Faust’o non si accontenta più della lingua nostrana ma usa anche inglese e francese. La pronuncia non è impeccabile, ma gli anni ’80 perdonano tutto (Summer on a Solitary Beach docet).

Se cantautori come Franco Battiato o Alan Sorrenti erano passati dagli inizi sperimentali e in odor di progressive alla forma canzone pop, Faust’o va contro corrente e, assoldato il nuovo produttore Guido Carota, nel 1982 decide di lavorare a un disco decisamente inusuale e inedito per la scena musicale italiana.

Ascoltando Out Now non possiamo che alzare le mani: un lavoro prevalentemente strumentale in cui troviamo elettronica minimale, psichedelia, chitarre sferraglianti, fascinazioni ambient e quasi free jazz, sperimentazioni con voci “pitchate”, un pizzico dei primissimi Genesis e anche qualche rumore forse ereditato dai Pink Floyd. Un disco a suo modo affascinante ma decisamente non per tutti e neppure per tanti.

Il ritorno alla forma canzone e la storia d’amore con i Joy Division

Dopo la parentesi sperimentale, nel 1983 Faust’o torna alla forma canzone pop-rock l’anno successivo con un disco che prende semplicemente il suo nome. Prodotto sempre da Guido Carota, vede il ritorno del fido Alberto Radius come co-arrangiatore e chitarrista, ed è caratterizzato dalle tipiche sonorità dell’epoca con linee di basso importanti e un sound in qualche modo più “commerciale”. Questo non rappresenta un minus perché l’album è davvero riuscito, molto piacevole e finalmente in armonia fra la sperimentazione pura e la scorrevolezza d’ascolto.

Qui troviamo cantautorato rock ma anche tante dosi di new wave algida e ordinata, cosi come brani che si gettano testa e piedi nella dark wave nostrana come E poi non voltarti mai e Stracci alle fiamme.

La sperimentazione si limita a Rip Van Winkle, su una base che sembra presa in prestito da Seventeen Seconds dei Cure viene recitato il breve estratto di un mantra buddhista recitato in giapponese che funge da ritornello della canzone ancora una volta cantata fra inglese e italiano. Non sappiamo se Franco Battiato l’abbia mai ascoltata ma vogliamo immaginare che ne sarebbe andato fiero.

Anche in questo caso non manca un pezzo stranamente spendibile per le radio, il singolo Ch’an cha cha, dal testo in italiano, francese e spagnolo con un tiro irresistibile e un arrangiamento che la pone a metà tra la musica latino-americana e i Cure dei primi anni ’80 (ancora loro). Un brano triste che parla di un amore che finisce, ha però il ritornello cantato in spagnolo e senza legami con il testo in italiano, apparentemente senza una logica e per questo affascinante.

Dobbiamo aspettare due anni e nel 1985 arriva Love Story che segna un nuovo cambio di rotta con un nuovo produttore, nuovi musicisti e nuovo suono.

Nonostante la produzione sia affidata ad Angelo Carrara, fidatissimo collaboratore di Franco Battiato che aveva lavorato non solo alla sua trilogia pop, ma anche alla pletora di personaggi collegati al cantautore siciliano (Giuni Russo, Alice, Giusto Pio, Ombretta Colli e Sibilla) le atmosfere qui non sono affatto composte da lussureggianti stratificazioni pop-wave, al contrario si respira un ambiente cupo, greve e plumbeo.

La voce dell’artista, che qui canta solo in inglese, è coperta da profondo eco, suona cavernosa e profonda. Un sapiente uso dei campionatori rompe l’apparente monotonia di basso e batteria per un disco dal respiro internazionale che sembra il figlio legittimo di Unknown Pleasures dei Joy Division, peccato che sia uscito solo sei anni più tardi, un’eternità nel mondo della musica

Dopo Love Story Faust’o scompare, tornando solo nel 1992 come Fausto Rossi con un nuovo nome e una nuova, ennesima rinascita, proprio nello stile del suo idolo di sempre Mr. David Bowie, ma questa, è proprio il caso di dirlo, è tutta un’altra storia.

Faust’o è decisamente un’eccezione alle regole, un vero anarchico capace di sorprendere e spiazzare distruggendo sistematicamente il passato quasi fosse un mandala tibetano per poi rinascere sempre, con progetti così diversi fra loro, senza badare assolutamente a qualsiasi logica commerciale, confezionando il suicidio commerciale perfetto.

Roberto Vallucci e Vittorio “Vikk” Papa 

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