enzo carella

Enzo Carella, l’alieno della musica italiana diventato artista di culto

Nel 1979 l’onda lunga della disco music arriva anche a lambire il tranquillo palco del Festival di Sanremo. Certo, ormai lo tsunami che si era inghiottito la cultura popolare degli ultimi anni era sul punto di implodere, ma si sa che Sanremo non è certo il palcoscenico riservato alle avanguardie musicali.

In ogni caso vedere arrivare incredibilmente al secondo posto Barbara, un pezzo disco-funk un po’ sghembo e al limite tra il lo fai e il ci sei, fa pensare per un attimo che ci sia un minimo di vitalità nella musica italiana, ma tranquilli perché vincerà la ballatona romantica Amare (e ti pareva?) di Mino Vergnaghi a ricordarci che la musica italiana non può uscire dal classico cuore-amore, non sia mai.

Enzo Carella Barbara

Barbara venne composta da un giovane Enzo Carella con il testo del suo amico e poeta Pasquale Panella, paroliere che diverrà celebre per la collaborazione con Lucio Battisti dei “dischi bianchi” del periodo post-Mogol, ma anche per il sodalizio artistico con Amedeo Minghi (a Panella dobbiamo dare la colpa del «trottolino amoroso dudu dadadà» nella celebre Vattene amore) e per il sorprendente album elettronico Oh! Era ora di Adriano Pappalardo.

La collaborazione tra Carella e Panella risale già agli esordi in occasione del primo singolo Fosse vero, pubblicato nel 1976. Se la musica suona molto vicina ad Anima latina, il magnifico album in odor di progressive e dalle sfaccettature latine di Lucio Battisti pubblicato un paio d’anni prima, il testo é lontano anni luce dallo stile concreto e colloquiale adottato da Mogol su quel disco. Le parole di Panella al contrario sono pregne di mille sfaccettature con un tono sensuale ma mai volgare, sorprendente e onirico.

Qualche gesto sconveniente un indecente invito
ed un niente di rispetto, scandali di un dito
e un po’ d’intenzione tra una gatta ed un calore
quel segnare il passo a due sull’orlo del volgare.

In un’intervista il cantante ricorda così l’incontro con il paroliere: «Il suo modo così particolare di scrivere mi ha subito conquistato ed ho accettato volentieri di averlo come collaboratore. Purtroppo eravamo tutti e due troppo avanti e la gente ci mise molto tempo prima di cominciare ad apprezzare le nostre canzoni».

Nel 1977 arriva l’album Vocazione, un interessante debutto con otto canzoni con il quale porta una ventata di freschezza nella musica italiana. Il pop, o meglio la musica leggera, si sposa con sonorità funk, jazz e una spruzzata di progressive e psichedelia, il tutto in maniera incredibilmente armonica e naturale grazie alla produzione di Marco Luberti e Alfonso Bettini (già collaboratori di Riccardo Cocciante) e della band di accompagnamento: Carlo Pennisi (chitarra), Fabio Pignatelli (basso), Agostino Marongolo (batteria), praticamente i Goblin sotto mentite spoglie, oltre a Paolo Rustichelli (tastiere) già autore dell’interessante album prog Opera prima e futuro Jay Horus che tante gioie ci regalerà con le sue canzoni composte per Ilona Staller e Moana Pozzi. La voce di Carella, che interpreta i brani quasi sussurrandoli, è in piena armonia con questo incredibile tessuto musicale e ancora oggi l’album è affascinante e molto più fresco di tanta roba indie nostrana. Notevole il brano Malamore che potremmo definire morriconiano dato il particolare, ricercatissimo arrangiamento, tanto che calzerebbe a pennello nella colonna sonora di un western di Quentin Tarantino, e non è certo un caso che Riccardo Sinigallia ne fece una cover per il film made in Netflix Lo spietato di un paio d’anni fa. 

Il vero successo arriva nel 1979 grazie alla partecipazione a Sanremo come dicevamo. Anche se la sua esibizione al Festival ci ricorda più un alieno precipitato sulla Terra, il cantautore ricorda la sua esperienza in maniera assolutamente positiva: «Quella di Sanremo è stata per me un’esperienza indimenticabile. Arrivai sul palco dell’Ariston che ero poco più che un’esordiente e conquistai nientemeno che il secondo posto assoluto. Ricordo che la cosa che mi impressionò di più fu il grande nervosismo che serpeggiava dietro le quinte tra i cantanti, sembrava che si stessero giocando la vita. Io, in virtù del mio carattere giocoso e della fortuna di aver raccolto un sacco di voti dalla giuria popolare, riuscii a tenermi fuori dall’andazzo generale, conservando una certa allegria e leggerezza. La mia “Barbara” ebbe un discreto successo, infatti, piace ancora oggi, anzi, piace più oggi che allora. Sono molto orgoglioso di questo».

Tentami
toccami con l’alito
fammi un caldo in più
dolce tu per tu.

Rubami
con le trecce allacciami
c’è più smania in noi
che dall’onda in poi.

Tienimi
tra le mani e l’anima
fammi un male tenero
fantasiosa e Barbara.

Il testo della canzone, per quanto superficialmente comprensibile, racchiude doppi sensi e rime apparentemente casuali, che ne accentuano la componente poetica, tipica dello stile di Panella.

Dopo l’esperienza sanremese esce l’album Barbara e altri Carella, probabilmente il suo apice artistico; la produzione è sempre di un livello assoluto (ritroviamo Marco Luberti e Alfonso Bettini) e i suoni si fanno più raffinati e patinati, decisamente votati al pop, ma sempre con una vena funk piacevolissima e scorrevole; tra i musicisti coinvolti qui troviamo sempre Fabio Pignatelli (basso) e Agostino Marongolo (batteria) cui si aggiungono, sempre dal mondo Goblin, Maurizio Giarini (tastiere) e Carlo Pennisi (chitarra). Pasquale Panella non delude regalando testi ancora una volta incredibili, di una scioglievolezza sconvolgente, come nell’incredibile Sentimenti, un’esplosione prog di poco più di due minuti accompagnata ad una poesia breve e intensa, quasi un haiku:

In fumo vanno i sentimenti
dai tubi degli scappamenti
Gli affetti rombano bollenti
amanti fondono ruggenti
Va carburando in accensione
il cuore a sentìmentazione
Sulle rotelle a pedivella
la lingua torna in fiamma bella.

Arriviamo al 1981 con Sfinge: nuovo produttore (Elio D’Anna ex flautista degli Osanna) e una manciata di nuovi musicisti tutti al debutto discografico o quasi, per un lavoro pienamente votato al pop. Il disco si apre con Stai attenta, un dolcissimo brano che inizialmente sembra una ninna nanna almeno fino al ritornello che si lancia nel classico groove carelliano (ormai un marchio di fabbrica).

L’ ipnotizzante funk è riproposto in Contatto, ma gli arrangiamenti si sono uniformati seguendo le mode del periodo in cui possiamo sentire nei brani Che notte (Qui con te) o Sex Show il Lucio Dalla dei primi anni ’80 o in Lei no qualcosa del primissimo Pino Daniele. Non che sia un male, ma è come se si fosse persa un po’ di originalità. Lavoro comunque coerente e di assoluto rilievo anche grazie a quella gemma assoluta che è Mare sopra e sotto, ancora oggi considerata un piccolo classico della canzone d’autore, per la quale era stato girato un videoclip all’interno della mitologica trasmissione Rai Mister Fantasy.

I testi come al solito non deludono, sempre ermetici e spiazzanti; tra tutti il più originale è Riflessione finale, il cui testo ermetico lascia immagini assurde e al limite della fantasia:

Chiuso nell’albergo
e nell’accappatoio
se m’uccido qui non muoio
c’è l’amnistia
scarico la doccia
come artiglieria
esco sgocciolando
lacrimando dalla noia.

Nonostante il discreto successo Enzo Carella sparisce dalla circolazione dedicandosi alla chitarra e a una dimensione più intima della musica, piuttosto che dover avere a che fare con il music business, cosi come racconta lui stesso: «I dischi si fanno per essere venduti, io, a parte la “Barbara” di Sanremo, non ho mai avuto questa fortuna perciò, dopo un po’ che era uscito ogni mio nuovo album, constatato che non era successo granché, quasi mi offendevo e pensavo: no, voi non mi meritate. Continuavo a suonare, perché la musica è la mia più grande passione, ma in privato, senza incidere niente, magari mi mettevo insieme a qualche amico musicista in una cantina e mi divertivo così». Riaffiorerà solo undici anni dopo con il quarto album Carella De Carellis, contenente cinque brani inediti e cinque nuove versioni delle sue canzoni più celebri, ma che sono francamente inutili.

Il vero ritorno avviene nel 1995 con Se non cantassi sarei nessuno, un concept album scritto a quattro mani con il fido Pasquale Panella che esplora con la sua poesia l’Odissea di Omero. Piacevolissimo il primo brano, Odissea, ma il resto perde decisamente d’intensità: la produzione piuttosto “poveristica” e zuppa di suoni midi dovuta al budget ristretto della piccola etichetta Micocci Dischitalia Editori (ex It) e le spruzzate di elettronica danno quasi la sensazione di ascoltare un album bianco di Battisti che non ce l’ha fatta.

Enzo Carella Ahoh Yé Nanà

Arriviamo così all’ultimo Ahoh je’ nana’ del 2007 (per mano della Sony Music) anche questo creato in collaborazione con il fido Pasquale Panella (qui accreditato anche come produttore). Nuova linfa vitale con raffinatissimi arrangiamenti in stile world music. Non ci sono canzoni iconiche e occorre decisamente più tempo per metabolizzarlo. E’ piacevole, poetico, follemente eterogeneo.

Il singolo di lancio è Oggi non è domani che ricorda decisamente i fasti del passato, ma in modo maturo e con la patina del tempo che si è depositata magnificamente sulla voce di Enzo Carella. Canzone squisita ed elegante e infatti non l’avete mai ascoltata in radio.

Tornerà a far parlare di sé solo nel 2011 a causa del suo arresto per via di alcune piante di marijuana coltivate sul balcone di casa e poi nel 2017 quando si apprese della sua morte per arresto cardiaco dopo diversi mesi trascorsi in terapia intensiva a causa di gravi problemi cardiaci.

Una carriera breve per un artista ammirato senza segreti da un gigante della canzone italiana come Lucio Battisti, uno spirito libero e incontrollabile che sicuramente influì sul farlo passare in secondo piano rispetto a numerosi altri colleghi meno meritevoli. E la riscoperta postuma della sua musica (con conseguente impennata del valore di mercato delle sue prime edizioni) da un lato non può che far piacere anche se dall’altro è impossibile ignorare la pochezza delle nuove leve del cantautorato italiano al confronto di quella voce gentile, delle sue canzoni innovative, surreali ma piene di grazia. Siamo tutti in debito con Enzo Carella e l’unica cosa che possiamo fare è rimediare ascoltando i suoi brani, invecchiati come solo un buon vino sa fare. 

Stefano Bissoli, Roberto Vallucci e Vittorio “Vikk” Papa