Cosa succede quando Dolly Parton gioca a fare la Rockstar?

L'icona della musica country americana alla soglia degli ottant'anni raduna una pletora di superstar per il suo debutto nella musica rock

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Pochi sono gli artisti ancora in circolazione con uno street cred come Dolly Parton: se sulla soglia degli ottant’anni riesci a radunare in un solo disco Paul McCatney, Ringo Starr, Sting, Elton John, Steve Perry, Debbie Harry, Simon Le Bon, Stevie Nicks, Steven Tyler, Rob Halford, Peter Frampton, Ann Wilson, Nikki Sixx, Pink, Miley Cyrus, John Fogerty, Sheryl Crow, Joan Jett e il fantasma dei Lynyrd Skynyrd (oltre a tutti gli altri che non abbiamo voglia di citare per non trasformare l’articolo in un elenco telefonico) evidentemente devi aver fatto qualcosa di buono.

Nonostante al di fuori di Stati Uniti, Canada, Australia e Irlanda la musica country sia apprezzata quanto una rettoscopia, in tali paesi questo genere musicale oggi è più popolare che mai, tanto da muovere decine di milioni di dollari all’anno e Dolly Parton è decisamente l’interprete femminile più nota di sempre. Una vera e propria icona anche per chi non frega nulla di stivali da ranchero, rodeo e pick up. Non solo per via di un seno straripante e delle parrucche stravaganti, perché in fondo Joline o 5 to 9 prima o poi le abbiamo sentite un po’ tutti, senza contare quella I Will Always Love You che raggiunse la cime delle classifiche nel 1974, nel 1982 e poi nel 1992 nella versione di Whitney Houston.

Cosa spinge quindi questa vera e propria icona a rimettersi in gioco con il rock’n’roll (genere decisamente fuori moda al momento)? Se da un lato non è mai stata una purista del country duro e puro, ammiccando senza pudore alla musica pop sul finire degli anni ’70 (se non addirittura alla discomusic con la hit Baby I’m Burnin’), dall’altro sembra che con la terza età arrivi la voglia irrefrenabile di gettarsi anima e corpo nella musica del diavolo: come dimenticarsi della svolta heavy metal di Christopher Lee o della trasformazione rock di Heino, volto della musica schlager?

Alla fine chi se ne frega e gettiamoci all’ascolto di questo Rockstar che già da logo e copertine (ebbene sì, ben quattro versioni, per soddisfare le perversioni dei fan) sembra giocare tra il serio e il faceto, con tutti gli stereotipi del genere. Il disco, anticipato da mesi, è esattamente quello che ci si  aspetta: la classica americanata. Perché da quelle parti le cose le sanno fare davvero in grande, che poi sia una bene o meno lo vedremo dopo. Trenta canzoni con ben 6 bonus track sparse tra le varie versioni in un baccanale di ospiti e tantissime cover.

Un terzo del disco sono brani originali quasi tutti scritti a quattro mani dalla cantautrice con il produttore che donano un piglio decisamente moderno alle canzoni, tutte con un suono “made in Dolly Parton”, grazie o per colpa del suono inconfondibile della sua voce. Tra queste, doverosa di citazione sicuramente Bygones dove la biondina si getta in maniera spericolata su territori hard rock mano nella mano con il “metal God” per eccellenza Rob Halford e la cosa, inspiegabilmente funziona.

Assai più tenera è la title track posta all’inizio del disco dove Dolly Parton gioca a fare la giovane monella che vuole fare la rockstar venendo rimproverata dai genitori; purtroppo è lei stessa a quasi ottanta primavere a interpretare la voce della ragazzina e non solo la cosa risulta non credibile, ma anche disturbante visto che nel 2023 la sua voce assomiglia terribilmente a quella di John Herbert, il vecchio pedofilo de I Griffin.

Appunto, la voce. Così come per Now and Then dei Beatles anche qui l’inesorabile invecchiamento è palese. Nulla di male, ma questa patina di energia giovanilistica stona un po’ con la realtà anagrafica. Capisco che il rock ormai non sia un affare per giovani, ma qui siamo in piena geriatria. Almeno in questo caso non abbiamo una triste trovata come un duetto improbabile tra un vecchio Paul McCartney con un giovane John Lennon.

Ma è con le cover che si entra nella parte davvero succosa del prodotto e qui l’effetto karaoke da crociera per anziani mista a una versione modernizzata di Elvis versione Las Vegas è davvero forte. Su una produzione roboante e cristallina passano una a una quasi tutti i soliti sospetti, da classici immortali a tormentoni: Starway to Heaven (che doveva segnare addirittura il ritorno di Jimmy Page al fianco di Robert Plant ma alla fine è saltato tutto), Let It Be, Purple Rain, Every Breath You Take, Heart of Glass, Freebird, What’s Up?, (I Can’t Get No) Satisfaction, Wrecking Ball, Don’t Let the Sun Go Down on Me e la medley We Are the Champions/We Will Rock You, solo per citare le più celebri.

Il fattore curiosità è decisamente più appagante di ascoltare il risultato finale (quasi sempre davvero scarso come si poteva immaginare), cosi come ricercare la collaborazione con i nostrani Maneskin sull’auto-cover Jolene (relegata, però, a bonus track), novelli prezzemolini che, unti dal santo protettore delle case discografiche, sembrano diventati gli ultimi salvatori del rock. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno almeno ci siamo risparmiati la puntuale e onnipresente presenza di Dave Grohl che per una volta, forse, aveva di meglio da fare, tipo lavare la macchina.

Per il suo quarantanovesimo (!) disco in studio la regina del country ha fatto le cose davvero in grande non c’è che dire, sicuramente rispetto artistico, amicizie importanti ma anche budget illimitato (per ospiti e grade battage pubblicitario), coprendo praticamente 60 anni di musica. Il prodotto finale in questi casi non conta, dopo una carriera del genere e in un età dove la maggior parte dei suoi coetanei sono a giocare a bingo tra un pisolino e una telenovela, nonna Dolly può permettersi qualsiasi cosa vista la straripante energia.

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