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Roma-Tokyo andata e ritorno: quando le star della musica italiana cantano in giapponese

Bei tempi quando il mondo non era globalizzato. Visitare un’altra nazione significava davvero scoprire usi, costumi e culture differenti. Certo il mondo era un posto assai meno piccolo di oggi, ma ti poteva capitare di fare lo spazzino a Detroit e allo stesso tempo essere una superstar in Sudafrica senza nemmeno saperlo (vedi la storia di Sixto Rodriguez). Esportare un prodotto musicale di successo era quindi molto più difficile di oggi, soprattutto quando dall’Italia si doveva sbarcare in Giappone, terra lontana non solo geograficamente, ma da sempre avida di musica occidentale e che negli anni ’60 si era innamorata della cultura italiana, tra belle donne, dolce vita, vespe e lambrette. Come non capirli.

Fu così che da allora tanti artisti di casa nostra provarono a sfondare anche laggiù dove magari non misero mai piede, principalmente per merito della Seven Seas, sottoetichetta della prestigiosa King Record, specializzata in distribuzione in terra nipponica di musica internazionale, con particolare attenzione agli artisti italiani, da Ennio Morricone (e ci mancherebbe) a Sabrina Salerno (in fondo aveva delle grosse doti naturali), passando addirittura per Francesco Salvi (non so cosa pagherei per vedere la faccia di una ragazzino di Osaka che ascolta C’è da spostare una macchina).

Non si trattava solamente di esportare le canzoni più celebri, ma alcuni grossi nomi della musica italiana decisero di buttarsi a cantare addirittura in lingua locale. In fondo era una moda che non sconcertava nessuno: dai Beatles che abbaiavano in tedesco a David Bowie che sussurrava in un italiano zoppicante il giochino continua ancora oggi, visto che gente come Laura Pausini pubblica regolarmente i suoi dischi in doppio formato italiano e spagnolo a seconda del mercato. Ora però gettiamoci allegramente nella mischia e godiamoci questi spericolati esempi di bel canto italiano in lingua giapponese.

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Bobby Solo – L’ultimo goodbye (さよなら恋人 (日本語)), 1969

Gli occhi languidi, il ciuffo sbarazzino e la voce vellutata di Bobby Solo sembravano fatti apposta per fare breccia nei cuori a mandorla delle ragazzine giapponesi. In realtà la sua L’ultimo goodbye (さよなら恋人 (日本語)) è dimenticabilissima e difatti non se la ricorda nessuno, nemmeno lui. Oltre a quell’insistente «sayonara» su un arrangiamento soporifero non vi è molto e difatti sparì nel nulla.

Nada – Akai Suzuran (赤いすずらん~日本語) (Il cuore è uno zingaro), 1971

Anche la giovanissima Nada sbarca in Giappone dopo il successo al Festival di Sanremo del 1971 con Il cuore è uno zingaro. Sebbene ce la metta tutta, purtroppo la versione tradotta non funziona altrettanto bene in giapponese e non stupisce che non sia entrata nel cuore dei fan nipponici.

Johnny Dorelli – 涙に咲く花 (L’immensità), 1967

Forte del grande successo de L’immensità, nello stesso anno Johnny Dorelli prova la carta dell’esportazione in Asia con una versione in lingua nipponica. Il risultato però è lontanuccio dell’originale. Il crooner brianzolo non pare a proprio agio con un testo che non scivola via come nella versione originale. Poco male perché la canzone ottenne un buon successo non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud.

Mina – (別離~日本語) イタリー語盤) (Wakare) (Un anno d’amore), 1965

Anche la superstar Mina non poteva non sbarcare in Giappone. La sua versione versione di Un’anno d’amore scorre via piacevole e la sua voce è magnifica anche quando canta in giapponese. Sarà la metrica o la lingua piuttosto ostica, ma l’originale è tutt’altra cosa.

Milva – 人形の家 (Ningyo No Ie), 1972

Tra i vari paesi esteri dove Milva può vantare una folta discografia non viene mai ricordato il Giappone. Tra la vasta produzione peschiamo questa 人形の家 (Ningyo No Ie) cover del grande successo di Mieko Hirota del 1969 che si sposa magnificamente con la voce della diva italiana che ne ripropone una versione fedele e ben fatta anche se non raggiunge le vette d’intensità interpretativa dell’originale.

Claudio Villa – 夜明けのうた (Yoake No Uta), 1967

Al traino di Milva ecco che nel 1967 sbarca in Giappone anche Claudio Villa e non sfigura di certo con la sua prima e unica interpretazione nipponica. 夜明けのうた (Yoake No Uta) suona assolutamente perfetta per il reuccio che la fa sua a piena voce.

Alessandra Mussolini – Tokyo Fantasy, 1982

La giovane Alessandra Mussolini, spinta da zia Sofia Loren le prova un po’ tutte per cercare di sfondare nel mondo dello spettacolo. Dopo aver posato con pochi veli sulle pagine di Playboy ecco che per qualche assurda ragione viene catapultata in Giappone per incidere il suo primo e unico album Amore, in italiano, inglese e giapponese ovviamente. Un cortocircuito mentale che nasconde diverse nefandezze e qualche perla. Noi vogliamo ricordare le nostra preferita, l’appiccicoso singolo Tokyo Fantasy intonato dalla voce incerta della nipotina più famosa d’Italia.

Gigliola Cinquetti – 夢みる想い (Non ho l’età (per amarti)), 1966

Tra le voci italiane la veronese Gigliola Cinquetti probabilmente fu quella di maggior successo in Giappone. La giovanissime età, il visetto pulito e la bella voce la fecero diventare una star di primissima grandezza con tanti dischi venduti, diverse tournée e un album dal vivo registrato a Tokyo. Il picco della sua produzione in lingua nipponica è la reinterpretazione del suo successo Non ho l’età amatissimo ancora oggi in Giappone. Non fatichiamo a capirlo visto che lo preferiamo quasi all’originale.

Wilma Goich – 夢の誓い (Per vedere quanto è grande il mondo), 1967

Non sono mai stato un grande fan di Wilma Goich ma la sua versione giapponese di Per vedere quanto è grande il mondo suona assolutamente perfetta e assai più godibile dell’originale con quell’odioso ritornello che sembra una filastrocca da asilo. Il tutto confezionato in una copertina semplice e meravigliosa. Cosa volere di più?

Gianni Nazzaro – (傷あと(日本語)) (L’amore è una colomba), 1970

Tra i vari italiani canterini in giapponese troviamo, a sorpresa, anche Gianni Nazzaro che come lato B del singolo Kizuato (傷あと(日本語)) (piuttosto dimenticabile) ci piazza una nuova versione del suo successo sanremese L’amore è una colomba. Questa versione meno pomposa e guidata da una tromba che dialoga con la melodia principale trasforma il brano in un perfetto tema da piazzare alla fine di qualche episodio di Lupin III con la giacca verde.

Giuni Russo – Sakura, 2003

Anche la grande Giuni Russo si è misurata con la lingua giapponese, non per ambizioni commerciali (figuriamoci) ma per quella sua innata urgenza di ricerca artistica e personale. Così, ad un passo dalla morte, nel suo ultimo album del 2003 appare Sakura (Sotto il ciliegio), brano tradizionale giapponese che è un inno alla creazione che si rinnova durante la primavera; un intenso commiato a questo mondo perfettamente interpretato dalla voce pura e cristallina di Giuni.

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