beatles nel 1969

White Power: Come trasformare i Beatles in sporchi razzisti

Tra tutti gli innumerevoli bootleg dei Beatles quello probabilmente più strano è White Power – The Most Updated Unpolitically Correct Beatles Album: immaginate un disco dei Beatles non autorizzato di alternate take e prove in studio in cui i quattro cantano di persone di colore chiuse in riserve, fanno battute razziste tra un brano e l’altro e intonano canzoni a favore della segregazione razziale e contro l’immigrazione.

La EMI sin dall’inizio aveva capito che i Beatles erano come il maiale e non si sarebbe dovuto buttare via nulla premendo religiosamente il tasto Rec ogni volta che i nostri entravano negli studi di Abbey Road. Per questo motivo sè stata conservata tutta una serie di provini, bozze e take alternativi delle loro canzoni in fase di realizzazione. Cosa davvero unica all’epoca dato che i nastri venivano utilizzati con il contagocce e reincisi continuamente per ridurre i costi.

Grazie a qualche manina maldestra nel corso degli anni queste registrazioni sono finite in svariati bootleg (prima) e compilation ufficiali (poi). Tra i dischi carbonari non può non destare curiosità una raccolta come questa White Power, già solo per il titolo che suggerisce quale (forse) possa essere il contenuto.

Nel disco, di produzione probabilmente europea, sono raccolti diversi frammenti di provini risalenti alle sessioni dell’EP Get Back alla fine del 1968 e dell’ultimo album Let It Be del gennaio 1969. I Beatles cazzeggiano e chiacchierano in studio utilizzando toni volgari e razzisti in porzioni di registrazioni assolutamente estrapolate dal loro contesto, facendo così passare la celebre band di Liverpool per dei neo-fascisti o dei suprematisti bianchi.

Non si sta parlando di un’appropriazione culturale di estrema destra, per quanto qualcuno che non conosce bene la storia dei Beatles potrebbe finire per prendere sul serio certe affermazioni (si è tentato di far passare persino David Bowie o Rino Gaetano per fascisti, ricordiamo) ma di semplice satira cinica e dissacrante tanto quanto era stato anche il clamoroso Greatest Shits di Elvis Presley.

Una critica che talvolta viene fatta ai Beatles è quella di non aver mai voluto “impegnarsi” più di tanto, preferendo cautamente evitare di trattare in maniera esplicita argomenti scottanti e di interesse sociale, al fine di non subire grane o perdite economiche. Al di là del fatto che non è detto necessariamente che grandi artisti debbano essere politicamente impegnati (per ironia della sorte proprio John Lennon diventerà l’icona e il prototipo del musicista impegnato), si può dire comunque che il momento più vicino a uno schieramento politico fu durante la scrittura di Get Back.

La celebre canzone nacque da una semplice improvvisazione in studio e anche il testo dopo aver subito molteplici cambiamenti venne scritto da Paul McCartney improvvisando le parole sulla base del cosiddetto Rivers of Blood Speech, un discorso fortemente discriminatorio nei confronti degli immigrati e anti-integrazione tenuto nell’Aprile del 1968 dal Primo Ministro britannico Enoch Powell, che causò un’ondata d’indignazione e condanna da parte di altri leader britannici e del pubblico in generale che lo costrinse alle dimissioni. Il disco racchiude diverse sequenze di quelle improvvisazioni in studio che illustrano le varie trasformazioni di Get Back intitolato in una prima versione No Pakistani.

Tra le altre “gemme” del disco troviamo White Power con un testo tratto da articoli di giornale del giorno e viene menzionato Michael X, attivista per i diritti delle persone di colore in Gran Bretagna, che John Lennon e Yoko Ono avrebbero sostenuto un anno dopo tagliandosi i capelli e donandoli per una raccolta di fondi. Il brano poi verrà successivamente ammorbidito divenendo Oh Darling. O anche Negro in Reserse (Hole in the heart) (giusto per contestualizzare all’inizio degli anni ’70 era ancora comune chiamare negri le persone di colore) breve segmento che sembra riprendere le sonorità del delta blues, ma in modo piuttosto scolastico e senza intensità (e difatti il brano venne scartato). 

In fin dei conti tutta questa baracconata dal titolo White Power per un fan dei Beatles rimane un documento interessante per capire come la band, o meglio Paul McCartney e John Lennon, avessero inizialmente pensato (forse) di tentare la carta della satira politicamente impegnata per poi ammorbidire decisamente i toni (sia nei testi sia nei suoni assai meno graffianti) evitando comprensibilmente di voler suscitare critiche e soprattuto rischiando di venir fraintesi. Quindi forse meglio così che vedere il quartetto di Liverpool divenire alabarda involontaria dell’estrema destra.

A chi accusa i Beatles della mancanza di impegno politico e sociale va tuttavia ricordato che nel 1964 i quattro di Liverpool si rifiutarono di suonare negli Stati Uniti quando scoprirono che il pubblico sarebbe stato diviso per razza.