Christmas Songs dei Bad Religion non è l’ennesimo disco di Natale

La tragica ironia di come la fede cristiana nella sua espressione musicale sia stata catturata da una band che non ne ha affatto

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I Bad Religion sono concettualmente l’ultimo gruppo nell’universo che dovrebbe cantare inni al bambin Gesù e a Babbo Natale («La religione è solo una inutile sciocchezza sommaria» cantavano in God Song), ma allo stesso tempo solo la band più adatta a reinterpretare le classiche carole natalizie che musicalmente fanno letteralmente all’amore con il punk rock californiano cui i nostri sono fieri portabandiera.

Pubblicare nel 2013 un disco (o sarebbe meglio dire un EP, visto che non arriva neppure ai venti minuti di durata) di canzoni natalizie in versione punk rock non è un’idea né nuova né brillante. Senza andare a scovare qualche oscura compilation di genere, mi vengono alla emnte i Vandals hanno preceduto Griffin e Gurewitz di quasi 20 anni, e se anche il nostrano Enrico “punk prima di te” Ruggeri riesce a battere sul tempo (e con largo anticipo) i Bad Religion, dobbiamo davvero cominciare a sentire puzza di minestra riscaldata.

La domanda è soprattutto perché una band dallo spirito ateo rappresentata da una croce cristiana sbarrata dovrebbe pubblicare un disco del genere. Inutile sfottò? Malpensata operazione commerciale?

Considerata la nicchia di mercato che rappresentano e che con un nome del genere sulla copertina, di acquirenti occasionali ce ne sarebbero ben pochi, quindi la seconda opzione è da escludere, ma perché quindi questo Christmas Songs non suona neppure come una parodia?

Il problema è che, a differenza dell’album goliardico dei Vandals, qui i Bad Religion si tuffano a testa bassa e picchiano duro come se dovessero ancora dimostrare qualcosa a qualcuno. Se da un lato la loro versione di O Come, O Come Emmanuel è probabilmente la migliore versione mai realizzata di questo brano, talmente convincente da sembrare una loro composizione originale, dall’altro il disco è terribilmente serioso (non che i Bad Religion siano mai stati dei simpatici cazzoni alla Beastie Boys) regalandoci quello che sanno fare meglio di tutti: ritmi da pogo compulsivo e cori sing-a-log.

Se vogliamo il problema è che tutto suona esattamente come ci aspettiamo che debba suonare un album dei Bad Religion. Nessuna sorpresa, nessun sussulto. Riletture professionalmente ben fatte, ma quasi sempre piuttosto pedisseque (a parte qualche brevissimo sussulto come la già citata O Come, O Come Emmanuel oppure la muscolosa versione di Little Drummer Boy, ma qui subentra anche un fattore personale non amando per nulla il brano originale), che a momenti sembrano quasi svogliate (non basta certo l’iniziare citazione si I Wanna Be Sedated che pare buttata un po’ li a casaccio, per salvare una White Christmas da sbadigli) scivolando via rapidamente quanto il brevissimo minutaggio del disco.

A conferma dei più maligni sospestti ecco che dopo le solite God Rest Ye Merry Gentlemen, Hark! The Herald Angels Sing e O Come All Ye Faithful il tutto si schiude con un inutile remix della corroborante, ma non imprescindibile, American Jesus che suona sfacciatamente come un inutile alloungare la minestra, anche perché si discosta decisamente come produzione del resto delle canzoni diventando quasi un rimpitivo tappabuchi che nessuno aveva richiesto.

Torniamo alla domanda iniziale: perché? Da una parte una sorta di nostalgia quando Greg Graffin, scolaretto elementare di Lake Bluff nel Wisconsin, ogni giorno prima delle lezioni, si esercitava con il coro della scuola con cui intonava anche gli immancabili canti natalizi. Dall’altra un twist finale semplice quanto efficace: il 20% dei proventi del disco viene donato al Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP), e questo, in fondo è il vero trionfo di Christmas Songs: la tragica ironia di come la fede cristiana nella sua espressione musicale sia stata catturata perfettamente (o quasi) da una band che non ne ha affatto.

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