aldo busi pazza
Aldo Busi

Pazza: l’improbabile album di Aldo Busi

Un pop casereccio e pasticcione travestito da opera intellettuale, scanzonata e a tratti demenziale

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Aldo Busi è da sempre un personaggio sopra le righe: scrittore apprezzatissimo, ma nello stesso tempo discusso opinionista-prezzemolino, dotato della capacità di “bucare il video” grazie a un’abilità retorica schietta e mai banale, condita da lessico pungente.

Altro elemento che lo caratterizza è il costante desiderio di essere la prima donna, sempre e comunque, senza paura di cadere nel ridicolo volontario. Evidentemente per questa ragione Aldo Busi si è regalato un disco per puro esibizionismo multimediale.

Sapendo di non poter competere con i nomi grossi della musica, decise di giocarsela in casa pubblicando l’opera in libreria (dove era molto più a sua agio) spacciandola come “supporto integrativo” sotto forma di musicassetta a un volumetto di trenta pagine pubblicato dalla Bompiani nel 1990 (e mai più ristampato) con i testi delle canzoni, qualche inguardabile fotomontaggio e due racconti brevi.

L’amore per la musica non era certo nuovo per lo scrittore che giusto l’anno prima aveva pubblicato (sempre in libreria) un supporto fonografico bizzarro e interessante: Aldo Busi legge e canta Alice nel paese delle meraviglie, in allegato alla traduzione italiana da lui stesso curata del capolavoro di Lewis Carroll.

Pazza è un disco dal titolo inequivocabile che riprende un progetto ideato inizialmente per l’edizione del Festival di Sanremo del 1989 (che, purtroppo, non andò mai in porto) sotto lo stimolo di due suoi cari amici musicisti: Denis Gaita (co-autore dell’indimenticata Rimini-Ougadougoue di Lu Colombo) e Davide Tortorella (autore per Giuni Russo e figlio di Cino, il celebre Mago Zurlì).

Nelle intenzioni sarebbe dovuto essere uno spaccato sonoro del Busi-pensiero: un’opera di un’erudita sofisticheria, velata di romanticismo, ostentata teatralità omosessuale e, perché no, forti dosi di ironia. Esempio illuminante è la copertina del volumetto, in cui troviamo un fotomontaggio dell’autore che impersona Maria Malibran, la più famosa cantante lirica del XIX secolo. Palese il paragone artistico che viene a crearsi tra la celebre interprete e lo scrittore di Montichiari, che diventa il novello “soprano” di un’opera incentrata interamente sulla visione di se stesso.

Forse inevitabilmente visti i contatti (alla lontana) degli autori con Franco Battiato le canzoni si gettano su un pop borderline, intellettuale, scanzonato e, a tratti, demenziale con arrangiamenti traboccanti ricchi di citazioni. Purtroppo tra le intenzioni e il risultato finale c’è di mezzo un abisso incolmabile, dovuto anzitutto a una produzione dal sapore davvero troppo casereccio. Aldo Busi sta allo scherzo senza paura di fare figuracce, ma la sua voce, pure se intonata, rimane espressiva come un fenicottero rosa di plastica.

Per l’ascoltatore tutto questo significa mezz’ora di canzonacce di pop sofisticato, tempestate di citazioni buttate nei brani alla rinfusa. Fulgido esempio è la title track dove si vorrebbe mettere in risalto il senso di rifiuto verso il mondo contemporaneo ricco di ipocrisie e falsità costruendo un vero e proprio patchwork dozzinale di citazioni di Mina, Patty Pravo e Nilla Pizzi.

La successiva Nuova idea riesce ad andare anche oltre: una base midi allegrotta con arrangiamenti da sigla televisiva di metà anni ’80 che si coniuga alla visione “busiana” della vita senza censure e falsi pudori al grido di «la Coca è buona, ma poca / la Fanta è cattiva, ma tanta». Sob!

I brani più leggeri sono senza dubbio i meno dolorosi: La giornata al mare (alè-oò) è una versione socio-estiva di Pazza, utilizzando stereotipi e luoghi comuni da ombrellone, in un mix senza capo né coda di sonorità latino-orientali quasi fosse un medley da villaggio turistico per schizofrenici. Atti osceni è un intermezzo danzereccio che sembra un jingle di quarta mano, mentre Mi chiamano Mina (ma il mio nome è Aldo) è chiaramente il brano più “homo” del disco, nient’altro che un omaggio personale alla Tigre di Cremona, che si dimostra ancora una volta come un’imprescindibile icona gay. Anestesia parte bene come un pop rotondo e melodico, ma incespica in un ritornello assurdo quando la voce di Aldo Busi si arrampica su tonalità ben al di fuori della sua portata, con involontario effetto comico.

Se fin qua tutto male, quando il nostro tenta la carta dell’introspezione romantica come in Le piace Brahms? e Piccolino si raggiunge il non plus ultra dell’umano sopportare e non ci resta che sventolare bandiera bianca.

A chiudere il disco c’è Gran finale, che a dispetto del nome non è che un pasticcio in chiave lirica inutilmente epico, dove la voce legnosa e lagnosa dello scrittore, ma anche un tantinello stonata, rende inascoltabili anche i passaggi un minimo interessanti.

Nonostante la qualità finale del disco e l’assenza di passaggi radiofonici, l’opera ebbe un buon riscontro mediatico, più che altro dovuto ai penosi teatrini inscenati durante le conferenze stampa promozionali (come non ricordare lo spogliarello con Maurizia Paradiso in concomitanza della presentazione del disco presso la discoteca gay Nuova Idea di Milano) vero preludio a ciò che accadrà negli anni successivi, cominciando con la partecipazione al pessimo film Mutande pazze (1992) di Roberto D’Agostino, per proseguire con la televisione prendendo parte prima ad Amici di Maria De Filippi come insegnante di cultura generale e comportamento e poi come concorrente a L’isola dei famosi per finire come responsabile de La posta del cuore di Rolling Stone Italia.

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