tag popolare tobia antonio giordanoPer anni e anni mi sono chiesta perché i miei genitori mi abbiano ossessionata con lo studio e l’università sin dalla più tenera età e solo oggi ho finalmente saputo darmi una risposta. Ma giungere a questa illuminazione non è stato semplice e per questo motivo è doveroso fare un passo indietro.

Premessa: chi vi scrive è una fan scatenata del programma televisivo Il boss delle cerimonie sin dalla prima stagione, attualmente Il castello delle cerimonie a seguito della scomparsa di Don Antonio Polese, noto appunto come il boss delle cerimonie. Sono anche stata ospite da loro e ho potuto toccare con mano lo scintillante mondo neobarocco del castello (il Grand Hotel La Sonrisa a Sant’Antonio Abate), l’estrema professionalità di tutti coloro che ci lavorano, mista a grande simpatia che non è frutto di sceneggiate a favore di telecamera ma è genuina. Sono una grande fan anche della famiglia Polese-Giordano, in particolare apprezzo moltissimo il sapiente lavoro di Matteo e di donna Imma, al cui piglio manageriale cerco di ispirarmi nel mio piccolo ogni giorno.

Detto questo, Imma e Matteo sono persone molto accorte e preparate e per questo motivo riconoscono l’importanza dello studio, soprattutto quando si ha una fiorente attività da tramandare e portare avanti. Per questo motivo, hanno sempre desiderato che i loro figli frequentassero l’università, da buoni genitori assennati. Ma purtroppo esistono piaghe in grado di rovinare le migliori famiglie: il rap brutto, la fama e i soldi facili.

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Don Antonio Polese, il boss delle cerimonie

Così il loro secondogenito, il ventenne Antonio Jr., nipote prediletto del boss, le cui avventure sono al centro delle vicende del Castello da qualche stagione, in quel momento di furore bacchico che tutti abbiamo attraversato almeno una volta nella vita, ha deciso di accantonare i libri per lanciarsi anima e corpo nella sua grande passione: la musica.

Chissà, forse se avesse imbracciato un chitarrino e avesse messo su una band indie rock o un progetto cantautoriale folk avrebbe avuto maggior dignità artistica e radical chic, oppure avrebbe potuto lavorare di synth e diventare la risposta partenopea a Slow Magic e invece no, Antonio si è dato al rap. E no, non si tratta di cose alla buonanima di Tupac Shakur ma di roba che piace ai giovani di oggi, come dice mia nonna, e che purtroppo ricorda pericolosamente le canzoni di Fabio Rovazzi e Il Pagante.

Così il nostro si è armato di base commercialotta e con l’anagramma di #TAG (il vero nome di Antonio è Tobia Antonio Giordano e l’hashtag è obbligatorio aujourd’hui) ha partorito “Popolare”, discutibile inno dei morti di fama in salsa appunto rap-danzereccia.

Forte di un ritmo orecchiabile, di un testo privo di senso con ritornello atroce («Odio la matematica / non so contare / ma cerco un’università / per diventare po-po-popolare»: sublime) costruito dritto per ficcarsi nella testolina di ogni tredicenne di bocca buona, è l’ennesimo prodotto di cui non sentivamo il bisogno. Per chi ha capito l’antifona, “Popolare” ha molto poco da dire: non ha una cifra stilistica, testo e melodia non esistono, esattamente di che cosa stiamo parlando?

Senza infamia né lode il videoclip, ovviamente ambientato nel famoso Castello che fa da motore immobile di tutto, che scimmiotta quelli patinati dei rapper “ammerigani”, con tante fanciulle che sculettano in bikini. L’apoteosi dell’inutile si sarebbe raggiunta forse solo con un cameo di Trucebaldazzi o in alternativa, di Andrea Dipré (ve lo ricordate?).

Alla fine della fiera, personalmente ho capito due cose: la prima è che i miei genitori hanno insistito molto nel farmi studiare probabilmente terrorizzati che potessi darmi a discutibili generi musicali, la seconda è che forse tutti i torti non hanno avuto e che certe volte insistere con lo studio conviene.

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