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Richard Benson live all’Exenzia Club, Prato, 13/11/2015

Richard Benson, Exenzia Club, Prato, 13/11/2015

Non è la prima volta che Richard Benson fa tappa a Prato con il suo “spettacolo”. Ebbe un precedente anni fa in un altro glorioso locale della città, quel Siddartha che ha lasciato il posto ad una comunissima discoteca portandosi via la casa di tante serate. Vuoi che ai tempi il personaggio Benson non m’interessava, vuoi che all’epoca non esisteva neanche nella sua fantasia quel disco impossibile che risponde al nome de “L’Inferno dei Vivi”, vuoi che in quel periodo il Siddartha attraversava una fase in cui oltre a lui furono proposti spettacoli quali Den Harrow e Gemma del Sud (qualcuno ha il coraggio di ricordare ancora?) e io mi rifiutai di far parte di quella che consideravo una decadenza qualitativa della sua proposta.

Sta di fatto che a distanza di tempo, raggranellati diversi amici e con in testa il loop continuo de “I Nani” ci dirigiamo alla volta di Prato già pregustando uno show fatto di urla, lanci d’oggetti, bruttate varie, umorismo (in)volontario e musica orripilante.

Richard Benson, Exenzia Club, Prato, 13/11/2015
Richard Benson sale stancamente sul palco

Dopo un’attesa di almeno un’oretta buona dall’arrivo di Benson nel locale mentre le orecchie vengono allietate con un DJ set che ad un certo punto decide di far partire un bel “best of” dei Bon Jovi, su un palco già diviso da una recinzione, con le casse protette dal cellophan e sotto una luce rossa da camera oscura “il chitarrista più veloce der mondo” accompagnato dalla sua signora (che per l’occasione suonerà i bonghi) si presenta e si accomoda a sedere mentre il pubblico lo accoglie con il dovuto affetto e calore bombardandolo con una grandine di birra, bicchieri di plastica e patatine. Seguiranno anche altre deliziose sorprese tra cui carne macinata ed un immancabile scopettone del cesso.

Bene, se siete giunti fino a qui con la lettura adesso ci vuole una premessa. Dolorosa ma necessaria: avete presente tutti quei video che girano su internet degli spettacoli precedenti di Benson? Quelli dove lui s’incazza, urla, sbraita, quei video che ci hanno fatto piegare in due dalle risate e che ci hanno portato anche a noi a sgridare a squarciagola immortali tormentoni quali “un pollooooooo!”, “schifosiiiii!”, ecc.? Bene, dimenticateli completamente.

Quello a cui andremo ad assistere io, i miei amici e il resto del pubblico pagante è un’ora di live in bilico tra la tristezza più pura e il delirio. E ognuno dei presenti sceglierà da che parte stare, se provare pena per lui o farsi delle grasse risate come è stato fino ad ora il modus operandi del suo show.

Richard Benson aveva fatto il suo ingresso trionfale all’Exenzia club curvo, appoggiato al bastone e con una media di un passo ogni tre secondi vestito in modo improponibile tra pantaloni coi risvoltini e scarpe che paiono quelle di Micheal J. Fox in “Ritorno al Futuro parte 2”. Già questo è spiazzante.
Ma sul palco è peggio. Appare svuotato, stanco, privo di quella sua tipica follia assurda che caratterizzava la sua persona. Quando accenna vecchie frasi di battaglia quali “ultimi!” o “vi dovete spaventare!” gli escono dalla gola senza nessuna vitalità, come una persona che non ne vuole più di tirare avanti nel modo che l’ha reso celebre quasi come se la stessa fama (negativa) di cui gode stia sfuggendo al suo controllo mentre lui vorrebbe che si quetasse.

Richard Benson, Exenzia Club, Prato, 13/11/2015
Richard Benson con la moglie Ester Esposito ai bonghi

Il momento più triste in questo senso è stato quando ad un certo punto ha esclamato “se state bboni, ve racconto la storia de Marlin Manson”. Una volta si sarebbe fatto tagliare un braccio pur di dimostrare che quella non era una stronzata ma un episodio realmente accaduto nella sua vita, però pronunciate in questo modo le parole suonano come se lui volesse dire “dai su, se state buoni vi racconto questa storiellina che già sapete che è una stronzata, ma che almeno vi piace così siete tutti contenti” e non è questo che vuoi sentire da un tipo come Richard Benson che ha fatto delle balle megagalattiche un suo marchio di fabbrica. Solo verso il finale si avvertirà qualche lampo di vita, ma alla fine è solo un fuoco di paglia.
E lo spettacolo nel vero senso della parola?

Dunque, se Benson fosse vissuto cent’anni fa si sarebbe potuto parlare della più grande performance dadaista della storia. Ma qui siamo in un epoca dove il “trash” e il brutto sono diventati all’ordine del giorno e riscuotono un successo impensabile sennò non ti spiegheresti un locale con più di un centinaio persone che pagano un biglietto per assistere a quello che vi elencherò in modo secco, diretto e brutale:

  • una versione de “I Nani” per chitarra e bonghi che definire “depressive metal” o “doom” è appropriato. Rallentata, sofferente, monotona. Lo stesso ritmo tenuto per tutto il tempo, la stessa nota di chitarra (ma questa affermazione non vale solo per questo brano ma anche per quasi tutti gli altri). Chi s’aspettava la versione su disco (vedi me) non troverà niente di ciò che la rendeva spassosa nella sua demenzialità. La riproporrà sul finale come (unico) bis. E sarà l’unico brano del suo recente lavoro che eseguirà.
  • “Another Brick In The Wall” e “(I Can’t Get No) Satisfaction” demolite come si possono demolire due pezzi cardine della cultura musicale. Chitarra, bonghi, stecche sonore e vocali, un inglese stentatissimo che non fa fare bella figura a chi all’anagrafe dice di chiamarsi Richard Philip Henry John Benson nato a Woking, nella contea di Surrey, in Inghilterra.
  • i soliti due o tre assoli senza logica, velocissimi ed imprecisi. Ma, fortunatamente, non è questa la parte peggiore.
  • un pezzo di stampo blues intitolato “Abbiamo Tutti un Jimi Hendrix da Piangere”. Ricorda tante cose, a me personalmente mi è parso di sentire degli echi di “Whorehouse Blues” dei Motorhead. Mi è parso eh, perché è difficile comprendere tra un pessimo riff di chitarra e il solito malandato inglese.
Richard Benson, Exenzia Club, Prato, 13/11/2015
Richard Benson con la moglie Ester Esposito che (purtroppo) mostra orgogliosamente i seni al pubblico
  • cambio di chitarra portata dalla figura di Gianfranco che Benson ringrazierà sul finale rivelando essere il suo impresario (oltre a colui che gli porta dei fazzoletti per asciugargli le mani che gli proibiscono di suonare) et voilà, parte il momento acustico e questa si rivelerà essere la parte peggiore. Prima rende omaggio al movimento hippie con un atroce “L’Isola di Wight” dei Dik Dik per poi lasciare gli onori del microfono alla moglie con… “‘O Sole Mio” perchè “non c’entra un cazzo cor metal, ma a me queste combinazioni me fanno impazzì” spiegherà il chitarrista. Seguono quindi stecche di lei nel ritornello e poi, in un tripudio finale, al grido da parte di qualcuno del pubblico che chiede “escile” si tira su la maglia e mostra le tette. Applausi, urla, ovazioni, neuroni che saltano e non torneranno mai più.

Tutto quanto raccontato si svolge nel lasso di tempo di un’ora scarsa. Alla fine Benson ringrazia, saluta e se ne va. Inizia quindi a raggrupparsi una piccola folla nei pressi del camerino. Qui, in gruppi di tre o quattro persone per volta, i fan vengono fatti entrare. Il cantante concede fotografie e accanto a lui c’è una scatola piena del suo ultimo CD che autografa a chi lo vuole acquistare.

Richard Benson, Exenzia Club, Prato, 13/11/2015
Richard Benson incotra i fan dopo lo show

Quando tocca a me ed un paio dei miei amici vado incontro ad un uomo palesemente provato, eccessivamente dimagrito, le braccia rugose. Che però sfoggia un bel sorriso luminoso, contento probabilmente di tutte le persone che vogliono da lui un ultimo ricordo. Fatta la foto lo saluto con una vigorosa stretta di mano. In fondo sono contento di averlo visto, indipendentemente dalla riuscita dello spettacolo. Sono contento perché mi sono affezionato a questo personaggio strampalato, alle sue farneticazioni, le sue storie improbabili. E so già che quando arriverà la mia ora e rivedrò alcune cose della mia vita scorrermi davanti, sicuramente mi risuonerà nelle orecchie quel maledetto ritornello dei “I Nani” che nessuna amnesia potrebbe mai strapparmi dalla mente.
Finisce così la serata tra l’inizio del DJ set e i primi messaggi sugli attentati di Parigi che distruggono totalmente quel che era rimasto della golardia della serata. Il tempo di un paio di sigarette e poi rotta verso casa.

P.S. La storia di “Marlin Manson”, fortunatamente, non la racconterà.

2 Commenti

  1. Frank Benson

    Richard Benson è un mito, rappresenta colui che non si arrende alle degenerazioni del presente. E’ il simbolo di una generazione che ha perso, ma che è orgogliosa di aver giocato. E’ l’ultimo dei romantici, magari cazzari, ma sarà sempre la macchia di sugo nel vestito buono del conformismo strisciante. Grazie di esistere, Richard.

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