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Renato Zero – Sbattiamoci (1978)

Renato Zero SbattiamociQuando nel 1978 Renato Zero pubblica “Zerolandia”, quinto disco della sua carriera, il personaggio è già attivo da diversi anni, ma sarà questo album a dargli la prima, vera consacrazione verso il grande pubblico e a farlo entrare, grazie anche ai suoi vestisti sgargianti e al volto perennemente truccato di cipria e brillantini (di chiara ispirazione dal glam rock), nella memoria collettiva.

Già nei suoi lavori precedenti comunque il cantante romano non si era affatto risparmiato e, nonostante la lenta consacrazione, aveva piazzato qua e là alcuni brani che nell’immediato futuro avrebbero ricevuto la nomea di evergreen della sua carriera o di pietre miliari della musica italiana. In alcuni casi anche tutt’e due i titoli. Stiamo parlando di canzoni quali “Il Cielo”, “Madame”, “Mi Vendo”, “Inventi”, “Paleobarattolo”, solo per citerne alcuni. E la stessa cosa fa con “Zerolandia”, album che vede la presenza di due grandi classici futuri quali “La Favola Mia” e la famosissima “Triangolo”. Ma il resto dell’album non è da meno: brani perfettemante curati con suoni freschi e scintillanti, melodie accattivanti e testi non banali; non manca una certa dose di libertà nel trattare temi che coinvolgono la sfera privata, sia in termini d’identità personale che sessuale, argomento dove Zero gigioneggia alla grande in più di una canzone pur non rinunciando ad una certa dose di leggerezza e/o d’umorismo.

“Sbattiamoci” fa parte proprio di questa categoria che probabilmente è la migliore di tutte perché non solo riesce a spiazzare l’ascoltatore ma in più lo fa con una nonchalance deliziosa che ben si amalgama con l’atmosfera che la musica riesce a creare grazie alla sua armonia e a un’orecchiabilità decisamente ottime.

In questo pezzo Renato Zero gioca lettralmente con l’ascoltatore, inizialmente apre infatti rivolgersi ad un’interlocutrice il cui fine ultimo è proprio quello di… sbatterselo, non parliamo di amore o altro sentimento  quanto all’atto fisico fine a se stesso. Capiamo subito che c’è qualcosa che non torna (“la tua voce però / ha un colore sinistro ti dirò / e poi spiegami dai / cosa sono quei peli neri che sul corpo hai?) e come il sesso venga visto come un gioco fatto di rituali e di gesti preparati (“mi presto al gioco tuo / se mai comincerò / col dirti amore mio / il resto è facile”) a cui però i due protagonisti si apprestano con grande voglia.

Ma ad un certo punto arriva il colpo di genio che sta tutto in una frase e riesce a far virare il brano nel puro grottesco tanto da sfiorare il cabaret, quando il nostro canta “Non ci sbattiamo più / non potevi dirmelo anche tu / che ti chiami Massimo? / E’ uno scherzo pessimo” e a seguire un vero e proprio sketch surreale dove il cantante chiede “Perché sei triste?” e sempre lui, in falsetto, risponde (interpretando il suddetto Massimo) “Perché non ci sbattiamo più… ma proprio più più più?” e la risposta è “Ma che più più più più, meno meno meno meno!” con relativa continuazione della scenetta.

Questo cambio d’atmosfera del pezzo avviene in più o meno 30 secondi e lascia l’ascoltatore da una parte divertito e dall’altra strabiliato, perché bisogna pur sempre ricordare che era il 1978 e sentir cantare di un presunto rapporto omosessuale (per quanto il tutto trattato in maniera leggera), specie da un personaggio da sempre considerato assai ambiguo quale Renato Zero, significava un pasto garantito per la censura.

Proprio quest’ultimo appunto dà una nota positiva in più al brano che non possiamo non consigliare di ascoltare divertendovi parecchio.

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