piotta supercafone 1999“Comunque vada sarà un successo” recitava il titolo del disco d’esordio di Piotta, nome d’arte di Tommaso Zanello, e un successo lo fu davvero.

Era l’anno di grazia 1999 e questo strampalato brano hip hop che infilava nelle sue liriche termini ed espressioni tipicamente romanesche si andava ad aggregare ad un elenco sterminato di canzoni che in quell’estate (ma il discorso vale anche per il resto dell’anno) devastarono l’etere radiofonico e fecero ballare la massa (tra le tantissime ricordiamo “Blue (Da Ba Dee)” degli Eiffel 65, “Mi Piaci” di Alex Britti, “…Baby, One More Time” di Britney Spears, ma si potrebbe andare avanti per pagine e pagine intere).

“Supercafone”, prima dell’anno della sua esplosione, fu un brano dalla lunga gestazione. Lo si può trovare in uno dei primi demo del rapper romano targato 1994 (anno il cui il nostro iniziò la sua carriera tra produzioni underground e collaborazioni con nomi storici della scena rap tra cui Ice One e Colle Der Fomento) e successivamente venne registrato due anni dopo e inserito nel suo album d’esordio che uscì nel 1998. Quella che però tutti noi conosciamo è la versione dell’anno dopo che si trova nella ristampa di “Comunque Vada Sarà un Successo”, ristampato in seguito all’enorme successo del brano che, rispetto alla versione del 1996, vede un testo completamente diverso.

Parlare di “Supercafone” significa trattare un argomento visto da due prospettive diverse: da una parte abbiamo un brano che è riuscito ad imporsi come uno dei tormentoni di quell’anno e proprio per questo motivo c’è il rischio di non comprendere fino in fondo la sua ironia e la sua leggerezza con la possibilità di scambiare il tutto per frivolezza e assoluto disimpegno fine a se stesso. Ovviamente non si sta parlando di un pezzo di denuncia sociale, ma semplicemente di una satira piacevole su un certo tipo di ambiente, il mondo dei “coatti” per dirla proprio alla romana, stracolma di citazioni che passano per Franco Califano, l’attore Mario Brega, er Monnezza, il Piper, lo studio 54, il film “Al lupo al lupo” di Carlo Verdone

Appropriandosi del campione musicale di “Can I Change My Mind”, successo di Tyrone Davis del 1969, ne viene fuori un brano dal tiro appiccicoso, trascinante e tutto sommato divertente che venne accompagnato da un videoclip riuscitissimo diretto dai Manetti Bros e che vide la partecipazione di un giovane e appena affermato Valerio Mastrandrea e del mitico e indimenticabile Angelo Bernabucci, attore apparso in tantissime commedie all’italiana.

Dall’altra parte invece abbiamo sempre lo stesso brano, che riuscì a procurare al suo interprete fama e fortuna, ma che rischiò seriamente di banalizzarlo e ridurlo ad uno stereotipo di se stesso. “Supercafone” fa parte di quella schiera di pezzi che spesso risultano essere una croce e delizia per chi li ha realizzati, una sorta di gabbia dorata. La stampa, che sottolineò profondamente la parlata e i termini romani, iniziò a parlare di “Er Piotta”, ma il rapper ad un certo punto vide in quell’articolo una limitazione di se stesso e delle sue aspirazioni artistiche. Semplicemente, Piotta rischiò di rimanere prigioniero di quella canzone, della sua attitudine e di quello che voleva sbeffeggiare.

Negli anni, tuttavia, il pericolo è stato scongiurato: oggi il rapper è un nome validissimo della scena musicale, non è underground ma neanche così di massa, diciamo un’ottima via di mezzo. Ha realizzato altri brani notevoli destinati all’airplay radiofonico (“La Mossa del Giaguaro” , “La Grande Onda”) e poi si è cimentato in un discorso rap a modo suo, con le sue influenze e il suo pensiero (si ascolti “Piotta è Morto”, atto a far capire chi sia oggi Tommaso Zanello), scongiurando il rischio iniziale di rimanere imprigionato in una macchietta. Un discorso che a tutt’oggi continua a voler ricordare al suo pubblico. Non è un caso che il suo unico live, uscito nel 2013, abbia l’ironico e precauzionale titolo “…Senza Er”.

“Supercafone” rimarrà tuttavia un qualche cosa con cui il rapper dovrà continuare a fare i conti per il resto della sua carriera, volente o nolente. E’ entrato nella memoria collettiva di una generazione e difficilmente il tempo lo farà cadere nel dimenticatoio. D’altronde stiamo parlando dello stesso brano che nel 2004 venne scelto come sigla per il campionato di calcio giapponese… e non aggiungeremo altro, il corto circuito mentale potrebbe essere devastante.

“Piotta è il suo nome/ nun lo scordà” recita una frase del ritornello. Ecco, non lo scordiamo, non ci fermiamo ai toni kitsch e alla sola ironia di cui questo brano abbonda, ma andiamo avanti a scoprire il percorso di Piotta in modo tale che la sua lotta contro quella gabbia dorata non sia una battaglia persa.

8 Commenti

  1. L’album spacca davvero! Ai tempi era uno dei migliori dell hip hop italiano ho ancora il CD originale prima versione (copertina diversa e con solo Supercafone 96).
    Sono andato anche a vederlo in concerto a Milano quell’anno 🙂

  2. Non e’ Hip Hop, e’ una parodia del rap come lui stesso e’: un figlio di papa’ che si diverte a fare quello che ha avuto la vita difficile.

    • Perdonami, ma Piotta è un nome rispettatissimo nella scena romana. produttore tra l’altro del mitico mixtape La banda der trucido di qualche anno prima….ridurlo ad una parodia è oggettivamente sbagliato.

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