Magical Mystery Tour film BeatlesSiamo nel 1967, un periodo d’oro per i Beatles e per la musica: la Summer of love era alle porte e il quartetto di Liverpool, sull’onda della cultura psichedelica che stava investendo il mondo anglosassone e non solo, aveva aggiunto il loro “Sgt. Pepper”  ai numerosi pilastri della storia della musica pubblicati quell’anno da Velvet Underground, Nico, The DoorsJimi Hendrix Experience, Pink Floyd, Cream, Buffalo Springfield, Love, Leonard Cohen e The Mothers of Invention di Frank Zappa solo per citarne alcuni.

Col loro bagaglio di esperienze e affascinati dalla nuova controcultura dominante, i Fab Four decisero di spingersi oltre progettando la realizzazione di una loro terza pellicola cinematografica, tentando di approcciare meno i canoni tradizionali del cinema per accendere la mente e fluttuare lungo il corso della corrente psichedelica.

L’idea iniziale era grandiosa o terrificante (dipende dai gusti): realizzare una trasposizione filmica de Il Signore degli Anelli diretta da Stanley Kubrick in persona coi Beatles in veste di protagonisti (la sceneggiatura includeva Paul nel ruolo di Frodo, Ringo in quelli di Sam, George sarebbe stato Gandalf e John invece avrebbe interpretato Gollum!). La cosa non andò in porto sia perché il regista non aveva interesse a realizzare un film basato su un romanzo famoso, sia perchè lo stesso J.R.R. Tolkien era fermamente contrario al coinvolgimento dei Beatles.

Magical Mystery Tour film Beatles

I quattro quindi optarono per un film scritto interamente da Joe Orton, la figura più originale e controcorrente nel panorama teatrale e letterario della Londra anni ’60. Orton scrisse appositamente per loro una storia cupa e particolarmente visionaria intitolata Up Against It, zeppa di sesso e violenza che «avrebbe cambiato per sempre l’immagine dei Beatles». Tra i protagonisti erano previsti anche un giovane Ian McKellen e Mick Jagger, ma il 3 agosto 1967, giorno fissato per l’incontro per discutere delle eventuali riprese, Orton venne ritrovato assassinato vittima di un omicidio-suicidio da parte del suo amante.

Invece di interpretare tutto questo come un chiaro messaggio inviato dagli dei, i Beatles, in preda ormai a una megalomania incontrollata (complice la recente morte per overdose dello storico manager  Brian Epstein), presero letteralmente in mano la situazione e decisero di farsi un film da soli. La pellicola sarebbe stata scritta, diretta, prodotta e, ovviamente, musicata da loro stessi senza intermediari; sia per evitare il rischio di nuovi inconvenienti, sia per avere un’opera personale ed originale.

Magical Mystery Tour film Beatles
Il Magical Mystery Tour bus

John, Paul, George e Ringo non erano né Kubrick, né Tolkien, né Orton, ma riuscirono lo stesso ad impacchettare un piccolo gioiello psichedelico, almeno per il pubblico americano che applaudì Magical Mystery Tour come un capolavoro del cinema underground (anche se considerare qualsiasi cosa fatta dai Beatles come “underground” fa po’ sorridere), mentre in Europa fu recepito come poco più che munnezza.

Infatti in odore di pura sperimentazione artistica e di influenze lisergiche più o meno chimicamente indotte, la band era rimasta impressionata dai Merry Pranksters: il gruppo di artisti beat guidati dallo scrittore Ken Kesey che nel 1964 attraversarono gli Stati Uniti su un autobus dipinto di colori sgargianti sponsorizzando e distribuendo gratuitamente LSD e organizzando reading di poesia e concerti.

Magical Mystery Tour film beatles Merry Pranksters
Lo scuola-bus dei Merry Pranksters

E così i quattro buttarono giù una pellicola senza una trama e praticamente senza dialoghi, tutta incentrata su un viaggio fantasmagorico e totalmente folle a bordo di un bus colorato tra la campagna del Regno Unito.

Come unico centro focale venne posta la musica (ancor di più che nelle altre pellicole ed è tutto dire) che ha la funzione di unire i vari sgangherati segmenti. Da questo punto di vista le varie sequenze musicali si potrebbero definire antesignane dei moderni videoclip in un vero collage di scene coloratissime spesso slegate tra loro.

Alle scene musicali si inframezzano sketch assolutamente insensati che ignoriamo se vogliano far ridere o semplicemente disorientare lo spettatore, abbozzi non sviluppati e idee interessanti completamente messe lì senza una logica apparente in un caleidoscopio non da interpretare, ma da godersi. Preferibilmente dopo essersi fatti un acido.

Ci si chiede solo come sarebbe potuta venire l’opera se ci fosse stata anche solo la supervisione di un “addetto ai lavori” alla regia o alla sceneggiatura, magari includendo anche “Strawberry Fields Forever”, “Penny Lane”, “Baby, You’re a Rich Man” e “All You Need Is Love”. Tra le canzoni comprese nel film come non ricordare l’esibizione della band pschidelica-demenziale Bonzo Dog Doo-Dah Band col loro brano “Death Cab for a Cutie” (e se ve lo steste chiedendo, sì, la celebre band indie prende il proprio nome da questa canzone).

Nemmeno le canzoni quindi, oltre alla bizzarre scenette, sono sufficienti a far durare la pellicola oltre i cinquanta minuti scarsi (sebbene pare che originariamente siano state filmate oltre dieci ore da cui poi è stata fatta una brevissima selezione) lasciandoci così solo la curiosità e il gusto dell’immaginazione di cosa avremmo potuto vedere nelle ipotetiche sequenze delle altre canzoni escluse dal film.

Anche per questo motivo il film, avendo una durata così esigua, era stato giudicato troppo breve per potere essere distribuito nei cinema, oltre che troppo poco commerciale sotto ogni aspetto, nonostante a produrlo sia stata la band di maggior successo dell’epoca. Venne così optato, come ultima spiaggia, di trasmettere la pellicola in TV dalla BBC One (la Rai Uno britannica) il giorno di Santo Stefano del 1967. Sfortuna vuole che per la prima televisiva ancora non fosse possibile trasmettere film a colori in tutta la nazione, e così il film non poté puntare nemmeno sul lato visuale dei colori sgargianti e degli effetti visuali, per vincere l’attenzione del pubblico già insoddisfatto da una trama incomprensibile.

Pubbico e critica vennero lasciati increduli da Magical Mystery Tour che segnò così il primo e unico flop nella carriera dei quattro, sebbene il film nel corso degli anni sia riuscito ad ottenere una, almeno parziale, riabilitazione. La pellicola rimane prescindibilissima come opera di puro intrattenimento, ma non possiamo negare la sua valenza storica fungendo da capsula temporale, mostrandoci i Beatles nel loro periodo di massima creatività lisergica, completamente libera da schemi e logiche di mercato, con tratti, per certi versi, quasi avanguardistici (quella comicità surreale alcuni la leggono come precorritrice del Monty Python’s Flying Circus).

Magical Mystery Tour film Beatles
I Beatles in una celebre scena del film

Un film imperfetto, certo, ma un’introduzione coloratissima alla cultura psichedelica degli anni ’60, segnato da una produzione faticosa e sicuramente imprescindibile per ogni appassionato della musica di quel decennio, di stranezze cinematografiche, oltre che dei Beatles ovviamente.

3 Commenti

  1. Pensa a cosa andavamo incontro! Meno male che la sceneggiatura di Orton non fu mai scritta e soprattutto gridiamo: “Che c**o! (che grande fortuna!) che Tolkien si oppose a un “Signore degli anelli” con i Beatles.
    Teniamoci questo insulso documentario senza trama, ché i progetti iniziali sarebbero stati peggiori.

    • C’è un errore nel mio commento: avrei dovuto scrivere “meno male che la sceneggiatura di Orton non fu mai realizzata” (in effetti era già stata scritta). Il resto rimane uguale.

  2. Certo che un Signore Degli Anelli coi Beatles in acido e Kubrik come regia sarebbe stato quantomeno interessante! 🙂 Riguardo la sceneggiatura di Orton, ci avrebbero pensato i Rolling Stones ad un film di sesso e violenza (purtroppo vera!) colle riprese x Gimme Shelter (mai titolo fu più azzeccato!)!

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