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Lucio Battisti – La discografia bianca 1988-1994

lucio battisti discografia bianca

Per raccontare la storia dei “dischi bianchi” di Lucio Battisti si potrebbe partire benissimo con un incipit degno di una favola e più o meno suonerebbe così: c’era una volta il cantante più nazional-popolare mai avuto sul suolo italico che un bel giorno decise di sparire dalla scena pubblica, rompere un sodalizio pluridecennale con Mogol, a sua volta uno dei più famosi e importanti parolieri della musica di casa nostra, fatto di innumerevoli successi entrati per sempre nella memoria collettiva, per darsi a una nuova produzione musicale tanto bella e suggestiva quanto indecifrabile, ostica e anomala. E i fan NON vissero tutti felici e contenti. Ma procediamo con ordine.

1982-1986: da E già al Don Giovanni passando per Adriano Pappalardo

Dal 1980 la storica coppia Mogol-Battisti non esiste più. Il binomio che pareva indissolubile e che riempì il juke box della musica italiana di classici intramontabili si congeda con il sottovalutato “Una giornata uggiosa”, un album che contenteva nell’ultima traccia, la famosissima “Con il nastro rosa”, due versi cui era impossibile prevedere una risposta: “Chissà che sarà di noi? / Lo scopriremo solo vivendo”.

Adriano Pappalardo Oh! Era OraDopo la parantesi del primo album post Mogol “E già” del 1982 dove i testi sono scritti da Grazia Letizia Veronese, ovvero la moglie di Battisti  (anche se c’è chi pensa che fu Lucio stesso l’autore) galeotto fu il disco di Adriano Pappalardo, un personaggio che a pensarla oggi, viste le sue frequentazioni con la TV spazzatura nel suo recente passato, si fatica a immaginare accanto ad un patrimonio nazionale come Battisti. Amiconi di lunga data legati dalla passione per il windsurf i due lavorano a “Oh! Era Ora”, il sorprendente album elettronico di Pappalardo del 1983 per il quale Lucio oltre a curare la produzione suonò la chitarra e il sintetizzatore. Fu proprio in quel contesto che il cantante di Poggio Bustone ebbe modo di conoscere l’autore dei testi dei brani: il poeta Pasquale Panella che per quell’occasione utilizzerà lo pseudonimo di Vanera.

Ma chi era Pasquale Panella? Da una parte un poeta noto per le sue liriche ermetiche, costruite su giochi di parole, doppi sensi e immagini surreali, già collaboratore del giovane Enzo Carella che diventerà paroliere non solo di Battisti ma anche dinnumerevoli big della canzone pop italinaa (Zucchero, Mina, Mango, e Anna Oxa…), dall’altro è il responsabile del ritornello di “Vattene amore”, nefasto duetto tra Amedeo Minghi e Mietta con quel terribile ritornello  “trottolino amoroso / du du, da da da”.

La nuova coppia sforna il primo album nel 1986 con il titolo di “Don Giovanni”, probabilmente uno dei più bei dischi in assoluto di Battisti, ma allo stesso modo un disco di transizione: da un lato muscalmente ancora legato al “vecchio Battisti” in cui Panella inserisce le parole sulle melodie già scritte dal cantante, dall’altro i testi instillano nell’ascoltatore un senso d’estraniamento marcando indelebilmente il confine del “nuovo Battisti”.

Nonostante la singolarità dell’opera il pubblico la apprezzò e le vendite garantirono un terzo posto nella classifica dei dischi più venduti di quell’anno chiudendo di fatto il periodo del successo commerciale di Lucio Battisti. Con i successivi quattro “dischi bianchi” (per via delle copertine spoglie e minimali) ci sarà un progressivo e inesorabile crollo delle vendite sia per la mancanza assoluta di promozione sia per la proposta artistica avulsa dalla musicalità del repertorio precedente. Veri e propri oggetti alieni  presentati alle case discografiche a scatola chiusa, di cui solo negli ultimi anni si sta scoprendo l’effettivo valore e che testimoniano tutto il coraggio di Lucio Battisti nel voler perseguire una propria scelta di ricerca musicale a prescindere dai gusti del pubblico.

L’Apparenza (1988)

lucio battisti discografia biancaNegli anni’80 Lucio era così distante dall’artista che era stato più di dieci anni prima e nel 1988 l’uscita de “L’apparenza” mise subito in chiaro le cose, ovvero che il suo nuovo percorso non era nato per dare vita ad un unica opera e che i fan potevano mettersi l’anima in pace: i tempi delle melodie e dei ritornelli da cantare a squarciagola erano più che finiti.

Con questo disco il modus operandi della lavorazione viene completamente invertito e le musiche vengono adattate a testi precedentemente concepiti. Ed è proprio questo cambio di schema lavorativo che rende il lavoro il meno riuscito del lotto proprio perché, pur sfoggiando le stesse caratteristiche dei lavori che verranno e la stessa ottima realizzazione, risulta il meno memorabile di tutti.

Durante l’ascolto sembra quasi che lo stesso Lucio debba prendere confidenza con questa nuova strada compositiva e quei pochi accenni di melodia che compaiono qua e là non sono accattivanti come nel disco precedente. “Specchi opposti”, “Dalle prime battute” o “A portata di mano” emergono rispetto alle altre composizioni per più di un tocco di bellezza ma si tratta di una bellezza di caratura minore.

C’è da segnalare inoltre un punto d’arrivo e uno finale: il primo riguarda la copertina per la prima volta totalmente bianca e raffigurante il disegno di una semplicissima credenza scarabocchiata (d’ora in avanti le copertine saranno realizzate dal cantante stesso), il secondo vede per l’ultima volta la presenza degli archi come parte integrante degli arrangiamenti.

Tracklist:
A1. A portata di mano
A2. Specchi opposti
A3. Allontanando
A4. L’apparenza
B1. Per altri motivi
B2. Per nome
B3. Dalle prime battute
B4. Lo scenario

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La Sposa Occidentale (1990)

lucio battisti discografia bianca“La sposa occidentale” raggiunge ancora una volta le alte vette della classifica ma risulterà essere solo il 17° più venduto dell’anno, segno di una crescente perplessità da parte del pubblico ma anche della critica. Tuttavia Lucio Battisti non solo non cederà mai di un passo rispetto alla sua concezione della musica, convinto che sia il pubblico a dover andare incontro i gusti dell’artista e non viceversa, ma affinerà certe caratteristiche già apparse ne “L’apparenza” quali un totale utilizzo di strumenti elettronici e un’abbondante presenza di certe sonorità dal sapore quasi dance.

Il risultato finale di questa ricerca vede la luce nel 1990 non più pubblicato con la sua Numero Uno ma dalla CBS e sfoggia in copertina questa volta un quadro stilizzato. Alla produzione troviamo per la seconda volta il produttore inglese Greg Walsh (già produttore e batterista per “Don Giovanni”), collaboratore di Battisti come tecnico del suono ai tempi dell’album “Una donna per amico”, che fu il primo disco che venne registrato a Londra così come tutti quelli seguenti.

Il secondo disco bianco è un gradino superiore del suo predecessore, confermando e migliorando le solite caratteristiche stranianti della nuova produzione che ricordiamo essere musica volutamente fredda e testi cervellotici e complessi. Eppure questa volta fanno capolino più d’una intuizione melodica che fanno sì che i brani risultino meno ostili all’ascolto e vale su tutti l’esempio della splendida title track che ebbe addirittura l’onore di essere trasmessa frequentemente in radio e ricordata per certi passaggi del testo spiazzanti e geniali quali:

Vuoi prendere un treno di notte pieno di paralumi e di damasco per dormire
se no a che serve un treno?

L’atmosfera generale risulta essere totalmente immersa in una matrice techno per certi versi straniante – se accostata alla voce di Battisti – alle orecchie di chi ancora non è abituato a concepirlo come un artista d’avanguardia, ma in generale il disco funziona e tra i suoi brani migliori spiccano “Campati in aria” e “Potrebbe essere sera”. Tutte canzoni che non potranno mai e poi rivaleggiare con il suo passato musicale in termini di popolarità ma che proprio per questo motivo risultano affascinanti, per via di quest’aura misteriosa che li rende ancora oggi indecifrabili e, ora come in passato, avanti anni luce.

Tracklist::
A1. Tu non ti pungi più
A2. Potrebbe essere sera
A3. Timida molto audace
A4. La sposa occidentale
B1. Mi riposa
B2. I ritorni
B3. Alcune noncuranze
B4. Campati in aria

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5 Commenti

  1. Paradossalmente, sono i primi album di Lucio Battisti che ho conosciuto.
    Quando ero bambino, mio padre li comprava a scatola chiusa, essendo fan di Battisti, e li ascoltava in loop in autoradio.
    Solo dopo, ho conosciuto la discografia di Battisti per la quale è celebre ma a questi dischi sarò sempre più affezionato rispetto a quelli più conosciuti.
    Mi incuriosivano da piccolo, da adulto li ho apprezzati ancora di più.
    Un articolo che mi ha emozionato.

  2. Dischi avanti anni luce. “Hegel” e “C.S.A.R.” restano i miei preferiti di tutta l’epopea ‘Battistiana’, assieme a quell’altro capolavoro di artigianato pop/psichedelico/prog/tropicale che fu “Anima latina” nel 1974. Altro disco poco compreso dall’italiota che da battisti voleva sempre e solo canzonette da intonare in spiaggia.

  3. Credo che tutta l’opera Battisti/Panella sia un enorme dito medio alzato verso il pubblico che lo avrebbe voluto legato per sempre ai suoi primi lavori e a Mogol.L’assenza di orecchiabilita’, di testi sensati,di foto o disegni completi in copertina, di musicisti “reali”,di videoclip,addirittura del cantante stesso in carne e ossa (mai più’ fotografato dopo “E Già”) hanno in realtà’ una duplice funzione: creare mistero attorno ai dischi stessi e (ma e’ un parere personale) ridurre al minimo i costi per la realizzazione di tali lavori,cosicché’ le scarse vendite che sicuramente Battisti aveva messo in conto per il suo nuovo corso artistico non l’avrebbero messo troppo in difficoltà’. A me resterà’ sempre il rimpianto di sapere cosa avrebbe potuto combinare dopo “Hegel” se la sua scomparsa prematura non avesse interrotto il tutto (o compiuto il tutto,a seconda delle opinioni), e la curiosità’ di sapere quanti e quali inediti la sua famiglia custodisce gelosamente.

  4. I capolavori erano ben altri (Anima latina e Il nostro caro angelo), questi erano e sono dischi antipatici, inascoltabili e incomprensibili; oltretutto poco “sinceri” tenendo conto della cultura musicale di Battisti, onnivoro della musica di alto livello.

  5. Claudio Tassitano

    Il punto più alto della musica italiana, inarrivabile, incomprensibile se non a sprazzi, con melodie e suoni bellissimi, una nuova luminosa strada indicata da Lucio e Pasquale e mai più battuta da nessuno.

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