Los Angeles Lakers Just Say NoNell’America reaganiana degli anni ’80, pregna di orgoglio nazionale e di messaggi sociali, la storia dello slogan Just Say No occupò un posto di tutto rispetto. Questo era infatti il motto con cui la first lady, Nancy Regan, si propose di portare all’attenzione dei media nazionali il problema dell’elevato consumo di droga, specie nelle fasce deboli della popolazione, quali le minoranze etniche ed i giovani.

Diversi volti noti del jet-set, tra cui Michael Jackson, il comico Pee-Wee e l’attore Clint Eastwood prestarono il loro volto in favore della causa, nella convinzione, o nella speranza, di riuscire a porre un limite al dilagante consumo di oppiacei, droghe leggere e crack, che si poneva come urgenza nazionale da risolvere al più presto.

Non mancò nemmeno il contributo dell’allora squadra più importante dell’NBA, la lega professionistica di basket: i Los Angeles Lakers, che in quegli anni imperversavano grazie ai numeri di giocatori quali Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Michael Cooper, Kurt Rambis, solo per citarne alcuni, nell’epica battaglia per il predominio contro i Boston Celtics di Larry Bird. Sensibili all’argomento, gli atleti della Città degli Angeli erano soliti prestare i loro volti per testimonianze nelle scuole di Inglewood, località in cui in il team soleva disputare i suoi incontri casalinghi nel glorioso Forum.

Los Angeles Lakers Just Say No
Magic Johnson nel 1987

Forti del riscontro che questi eventi ottennero tra i bambini, e corroborati dalla crociata reaganiana, sull’onda lunga di operazioni alla Band Aid i Lakers decisero di tentare l’ennesima azione vincente: due giorni dopo aver conquistato l’anello nella serie finale con gli arcinemici di Boston, l’intera squadra si ritrovò presso gli studi di produzione della Visual Eyes di Santa Monica, per incidere il rap di Just Say No!.

La canzone vide la partecipazione di buona parte delle stelle del team: Michael Cooper, A.C. Green, Byron Scott, Kurt Rambis, James Worthy, Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e persino coach Pat Riley. Tuttavia, al di là dell’ammirazione nei confronti degli interpreti e delle loro gesta sportive, musicalmente parlando, non si può dire molto del pezzo, se non che la metrica rispecchia i canoni di genere coevi, ed invero, pur non raggiungendo il lirismo degli interpreti più noti, risulta a tratti piacevole, vuoi per la semplicità del testo, vuoi per il discreto flow che alcuni dei cestisti dimostrano di avere. Non certo un prodotto alla Kurtis Blow, ma neanche alla Dee Dee KingYoung Signorino, per intenderci…

La base è tuttavia il punto di forza della produzione, almeno a livello affettivo. Ascoltandola infatti, veniamo catapultati nelle tipiche atmosfere urban del rap anni ’80, con suoni sintetici e graffianti, pianolate di sottofondo e beat ritmati e rullati, proprio come andava di moda a quei tempi, e sapete tutti quanto noi di Orrore a 33 Giri amiamo riscoprire il passato, glorioso o infame che sia. Ad accompagnare il tutto, l’immancabile coretto di bambini, un vero e proprio must per ogni produzione a sfondo sociale che si rispetti.

Accanto al singolo venne prodotta anche una videocassetta contenente il clip d’accompagnamento in cui le immagini in studio degli atleti si alternavano alle loro azioni di gioco sui parquet americani e a una serie di trick eseguiti con la palla a spicchi, nonché eloquenti testimonianze e contributi video delle stelle dei Lakers, che spiegavano la genesi del pezzo e rinnovavano il messaggio sociale da esso propugnato.

Pur se forte di testimonial di spessore, la campagna Just Say No si risolse in un vero e proprio fiasco. Secondo un articolo edito da Rolling Stone in occasione della scomparsa di Nancy Reagan l’impatto della crociata portò risultati impalpabili. La percentuale di giovani disposti a consumare droga rimase invariata, o persino aumentata in alcune categorie quali le ragazze adolescenti, presumibilmente poco interessate al basket professionistico o ai film di Clint Eastwood. All’iniziativa va però il merito di averci regalato questa perla di orrore sportivo a metà strada tra la sigla di Willy il principe di Bel Air e Alleluia delle Football Stars, con un pizzico di trionfalismo reaganiano che allieta sempre, nonché la gioia di vedere mostri sacri quali Magic e Abdul-Jabbar rappare a mo’ di gangsta in vestiti fluo anni 80. Questo basta a darci la motivazione per ascoltare la canzone fino in fondo e a farci dimenticare quanto kitsch essa sia.

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