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Le 10 peggiori copertine del rock progressivo italiano

Le 10 peggiori copertine del rock progressivo italiano

Che piaccia o meno il rock progressivo di casa nostra è stato probabilmente il momento più alto toccato dal rock’n’roll in Italia, una nazione da sempre alla periferia (se va bene) della “musica del diavolo”. In circa un lustro la nuova onda del rock tricolore riuscì a sviluppare un’estitica sonora libera, viva ed estremamente autoctona senza però rimanere schiava di castranti localismi; una spinta tra ideologia e musica apprezzata per pochi brevi momenti anche all’estero dove l’Italia era (ed è tuttora) nota per il più tradizionale canto melodico: da Andrea Bocelli a Domenico Modugno, da Al Bano a Laura Pausini, passando per Toto Cutugno, Eros Ramazzotti e i Ricchi e Poveri.

Lo slancio lirico delle copertine era il segno distintivo della maggior parte degli album del rock progressivo italiano che ambivano a essere vere e proprie opere d’arte e non strettamente un “prodotto musicale”; nasce così l’esigenza di ricercare soluzioni grafiche nuove e originali, tanto che alcuni di questi dischi in condizioni mint oggi sono diventati veri e propri beni rifugio, se non veri e propri oggetti da museo come ad esempio “Dedicato a…” de Le Stelle di Mario Schifano o “Tutto deve finire” de La Seconda Genesi giusto per citare i più famosi.

C’è però una piccola minoranza di album che cadono invece nel fetido baratro del brutto tragicamente imbarazzante, spesso oscurati dalla magnificenza delle opere più belle e famose; ci sembrava quindi doveroso andare a recuperare e raccogliere per voi le 10 peggiori copertine del rock progressivo italiano, perché anche qulla gloriosa pagina della musica di casa nostra ci ha regalato momenti d’estetico disgusto. Buon divertimento.

#10: Arti e Mestieri – Tilt (1974)

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La copertina di “Tilt” (1974) degli Arti e Mestieri vorrebbe coniugare la magia dei dipinti di René Magritte con il minimalismo di “The Dark Side of the Moon” (uscito proprio l’anno prima) e lo sfottò di Marcel Duchamp, ma qui il surrealismo si riduce a un imbuto (anzi “‘mbuto”) che galleggia inspiegabilmente in cielo. Sicuramente perfetta per il logo di Rieducational Channel.

#9: Fili d’Erba – Fili d’erba (1972)

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Già scegliere un nome fetido come i Fili d’Erba non fu una grande idea, che cosa fare quindi per la copertina del primo e unico disco tra l’altro omonimo? Semplice, metterci dei fili d’erba stilizzati su un fondo verde e appiccicarci sopra delle pessime foto dei componenti del gruppo ritagliate alla bene e meglio. Il risultato sembra il bootleg di un gruppo beat argentino. Bruttezza bucolica.

#8: Museo Rosenbach – Zarathustra (1973)

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I Museo Rosenbach per la copertina del loro “Zarathustra” puntano a un collage concettuale. Certo, perché no? Magari sarebbe stato più opportuno commissionarlo a qualcuno che sapeva quello che stava facendo, visto il mostruoso blob antropomorfo fatto di immagini senza capo né coda che troviamo qui. Il risultato ricorda uno yeti finito sotto un treno.

#7: The Trip – Time Of Change (1973)

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Se chiami il tuo gruppo The Trip puoi tranquillamente permetterti di avere sulla copertina del tuo disco uccelli psichedelici che svolazzano nel cielo e poco male se nel 1973 gli anni dell’amore in acido erano abbondantemente finiti; il problema, semmai, è perché questi coloratissimi volatili dovrebbero avere le facce dei vari componenti della band. Probabilmente l’unico in trip era il grafico.

#6: Banco – …Di Terra (1978)

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Questa copertina del disco dei Banco (qui non più del Mutuo Soccorso) mi ha sempre fatto ridere. Il concetto “di terra” che suggerisce il titolo, inteso come pianeta Terra e terreno, viene sintetizzato sulla copertina con Saturno che diventa improvvisamente un pomodoro gigante che si staglia nello spazio. Neanche i napoletani Shampoo osarono tanto. Coraggiosa.

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#5: Hunka Munka – Dedicato a Giovanna G. (1972)

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Mettere un cesso in copertina non è mai una buona idea e soprattutto cercare di voler dare un valore concettuale ai fiori che vi fuoriescono. La copertina di “Dedicato a Giovanna G.” del progetto Hunka Munka (ovvero Roberto Carlotto) sembra voler rappresentare il triste ricordo di un amico tragicamente annegato nella tazza del WC. Come se non bastasse la copertina era fatta in maniera tale che il copri tazza era anche apribile. Chapeau!

#4: Nuova Idea – Mr E. Jones (1972)

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I Nuova Idea devono aver pensato che se la massaia aveva il suo inseparabile robot da cucina, così l’impiegato doveva avere un robot da ufficio; una sorta di Voltron composto da tutti i vari oggetti che si possono trovare sul posto di lavoro: un telefono, l’armadietto porta documenti, cancelleria varia, una macchina da scrivere, la sedia con rotelle… Pur volendo sorvolare sul fastidiosissimo sfondo a righe bianche e nere, quello che colpisce davvero la retina come una mazza da cricket sulle rotule sono le proporzioni assolutamente casuali dei vari oggetti; la cosa più ridicola di tutto questo sono le braccia di questo essere fatte con due matite inesplicabilmente enormi.

#3: Lapera – L’acqua purificatrice (1975)

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I fratelli Tirelli prima della svolta disco-rock-follia dei nostri amatissimi Triangolo ebbero un breve passato progressivo sotto il nome Lapera, senza dubbio il nome più brutto della storia del rock di ieri, oggi e domani. La copertina del loro unico album “L’acqua purificatrice” immortala i fratellini come due musicisti di strada che per una qualche strana ragione sono finiti in una sauna per soli uomini dove, completamente nudi con tanto di vistoso body painting, sono intenti a suonare chitarra e bonghetto. Coraggiosa .

#2: Premiata Forneria Marconi – Per un amico (1972)

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Onestamente era davvero difficile fare peggio del disco dei Lapera, ma i PFM orgogliosamente ci riescono con un colpo da maestri. La copertina del loro “Per un amico” (1972) è qualcosa di meraviglioso. Tutto quello che poteva andare storto è effettivamente successo: la spinta onirica di una stanza che si affaccia sul cielo viene rappresentata da disegni scevramente dozzinali e accostamenti cromatici che sarebbero stati inopportuni anche in un video dei KISS del 1985. La cosa più tremenda è che chi ha ideato questo olocausto delle regole base del buon gusto (Cesare Monti, sua moglie Wanda Spinello e Gianni Giannici Celano) credeva fermamente nell’opera andando a riproporre non solo la stessa immagine anche sul retro, ma “impreziosendola” con un’enorme mela dai tratti umani. Inesplicabile.

#1: Mirageman ‎– Thunder And Lightning (1972)

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È un aereo? È un uccello? È Superman? No, è Mirageman! Nonostante il progetto sotto cui si nascondeva Giovanni Fenati sia davvero ai confini del rock progressivo la vittoria di questa classifica è meritatisima grazie all’incredibile copertina di “Thunder and Lightning” (1972), una roba troppo imbarazzante anche per il demo del gruppo power metal di vostro cugino di 14 anni. Siamo davvero sicuri che per presentare il jazz-rock dell’album non ci fosse assolutamente nulla di meglio di un’aquila antropomorfa (tra l’altro completamente nuda) che vola minacciosa nel cielo tempestoso, disegnata da un bambino di quinta elementare? Noi crediamo di sì e non siamo i soli visto che nelle successive ristampe il disco avrà una veste grafica completamente differente e più in linea con il contenuto.

Un grazie di cuore a John’s Classic Rock per le preziose informazioni sul rock progressivo italiano.

2 Commenti

  1. La copertina degli Hunka Munka, in realtà, rappresenta un culo da cui fuoriescono – o dove sono state infilate – delle rose e una mano che le tiene. Vista così ha tutto un altro impatto.

  2. La cosa più brutta da vedere sulla copertina della PFM è la patacca della SIAE!

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