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Kit Ream – All That I Am (1978 – LP)

Kit ReamKit Ream era l’erede dell’immenso impero dolciario Nabisco (la stessa azienda produttrice che portò i Ritz e gli Oreo in Italia durante la nostra infanzia). Già in giovane età iniziò a mostrare segni di squilibrio mentale, aggravato, dicono le voci, anche dall’uso sconsiderato di droghe psicotrope al punto che venne rinchiuso per alcuni anni in una clinica psichiatrica (c’è chi parla anche di detenzione in seguito a un episodio in cui Kit avrebbe ucciso un suo amico perché delle voci glielo avrebbero ordinato).

Vista la mancanza di notizie certe sulla realizzazione di quest’album si è ipotizzato che esso possa essere stato parte della terapia per le turbe di Kit.

Sicuramente ”All That I Am” è il disco di lounge più inascoltabile in cui potreste imbattervi, sarebbe ironico e fuorviante definire questo listening ”easy”; esattamente come sarebbe limitativo applicare una qualche etichetta precisa a questo album.

La musica è un buon jazz con venature di psichedelia soft; i testi  invece rappresentano lo specchio e la difficile personalità di Kit, perso in suggestioni di primordiale New Age e deliri cosmici di portata universale. Kit afferma nell’intro dell’album di esplicitare nel corso dell’ascolto la sua idea sull’universo, come una sorta di guru (una leggenda, in seguito smentita, voleva che Kit fosse anche entrato in una setta religiosa). “Don’t Be So Holy Poly Over My Souly” (il titolo parla da solo) prosegue in uno spoken word delirante accompagnato da grugniti e versacci occasionali su una base jazz. Segue “Beautiful”, traccia di soli 8 secondi, in cui Kit dice la parola titolo del brano e tutti ridono. Fine.

“Memories” è un brano sciamanico e cantilenante su un base eterea senza alcun cambiamento ritmico. Decisamente fastidioso, non c’è che dire.

“Wines” si segnala per essere una delle tracce più hardcore di tutto il disco per l’ascoltatore in quanto la voce di Ream, assolutamente irritante e non intonata con la musica, si lamenta e farfuglia per oltre otto minuti e gli strumenti sembrano assolutamente improvvisare, incuranti delle parole in stream of consciousness di Kit.

Come un intermezzo di questo lungo bad trip ecco “Cool Water”, meravigliosa e sognante traccia cantata da una ignota voce femminile senza alcun coinvolgimento vocale di Kit. Sebbene anch’esso di una certa affascinante stranezza, “Cool Water” è l’unico brano dell’album che si lascia ascoltare senza molti problemi, e ci concede un piacevole momento onirico prima di ricominciare con “Funk”,  monologo spirituale cantato/parlato con voce alienata e semi-robotica su un base funkeggiante, come suggerisce il nome, con l’accompagnamento casuale di sax, synth e bizzarri effetti sonori, tutto per la durata di quasi 7 minuti.

“Golden Drop” è un’altra lunga (ok, è lunga poco più di tre minuti, ma sembrano un eternità) traccia di Kit che in maniera più pacata monologa sul suono delle onde del mare, accompagnata da una semplice percussione e un sax qua e là. “The End”, outro dell’album, è un ulteriore monologo riguardante le proprie angosce su un cupo effetto elettronico, fino a un silenzioso finale cui segue un colpo di pistola. Stop. L’adeguata chiusura del prodotto di una mente ai margini.

Un album dall’ascolto difficilissimo, ma sicuramente unico.

Tracklist:
01. Intro universal Jam
02. Don’t Be So Holy Poly Over My Souly
03. Beautiful
04. Memories
05. Wines
06. Cool Water
07. Funk
08. Golden Drops
09. The End

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