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I Pop (883) – Live In The Music (1989 – inedito)

I Pop 883 Live In The Music

Ingredienti: prendete una batteria elettronica della Roland TR-707, un sintetizzatore Juno-106, un campionatore s-550, sempre della Roland, un computer Atari ST-1040, un registratore Fostex 8 tracce, un testo in inglese maccheronico ed otterrete “Live In The Music”, misconosciuto brano rap del 1989 scritto e cantato da un anonimo duo di Pavia dall’agghiacciante nome de I Pop, apparentemente innocuo ma che nasconde una tragica trascrizione fonetica di “hip hop”.

Chi sono questi due? Presto detto: Max Pezzali e Mauro Repetto, ovvero coloro che successivamente entreranno nella storia con il nome 883 . All’epoca erano solo due ragazzi di poco più di vent’anni con il sogno dell’America e della musica.

Decisivo è il viaggio di Max negli Stati Uniti dal quale tornerà carico di dischi rap, la già citata batteria elettronica e un importante insegnamento: si può fare musica senza essere musicisti.

Certo, ci aveva già pensato il punk. Ma in questo caso la totale assenza di capacità musicale è soppiantata dai campionatori, le macchine, l’elettronica. Così nel 1989 la canzone prende forma in uno studio di registrazione di Torino gestito da “una guardia giurata con il pallino della musica… abbiamo fatto la canzone in un giorno solo, con una linea di basso molto semplice, l’arpeggiatore tipico dei synth analogici anni ottanta, e la mia batteria eletronica” (cit.).

Diciamolo subito: “Live In The Music” è un elemento alieno rispetto alle future produzioni del duo. Seppur con una certa orecchiabilità (complice la buona ritmica e il ritornello, elementi che poi in qualche modo affluiranno negli 883), si tratta di un brano figlio dei suoi tempi, assolutamente privo dell’immortalità intergenerazionale tipica dei successivi celeberrimi testi del duo pavese. Inoltre stiamo parlando di un demo e come tale la qualità sonora è penalizzata dai suoni raffazzonati e da una registrazione non eccelsa che spesso non rende comprensibile il testo, già di suo poco intelligibile per via della terribile pronuncia inglese dei due (e nella sua autobiografia Pezzali è il primo a riconoscerlo).

Memorabile però per quel che rappresenta, ovvero l’inizio dell’avventura musicale di Pezzali e Repetto e, in tempi veloci, un ricordo lontano, un errore di gioventù, uno scheletro nell’armadio della loro carriera. Di ciò sì, diamo atto a questo brano.

Il duo, che porterà il brano a radio Deejay nello stesso anno, non solo ebbe l’onore di sentirselo trasmettere e annunciare dall’allora giovane DJ casinista Jovanotti, non a caso all’epoca primissimo ambasciatore-caciarone della nuova musica nera americana in Italia, che li invitò nel suo programma di Italia 1 “1,2,3… Jovanotti” nell’ambito di una gara musicale tra nuovi artisti.

Il video è materiale da puro corto circuito mentale: Jovanotti che si muove sul palco come un indemoniato con berrettino verde, giubbotto da collegiale americano gonfio di spillette, catenone al collo e t-shirt a là Run DMC che introduce la gara partendo dal “grande, mitico, super sponsor” ovvero la Coca Cola, canzona bellamente Pezzali e Repetto annunciandoli come I Mascalzoni e non fa altro che incitare il pubblico e intervenire nel ritornello del brano. A tutto ciò aggiungiamo il colpo nel vedere Pezzali vestito con pantaloni militari, giubbotto di pelle nera, occhiali da sole e cappello stile Blues Brothers e lo shock più grande di tutti, ovvero Repetto che canta e si dimena come non ci fosse un domani.

Nonostante gli strafalcioni musicali e linguistici, nonostante l’incredibile naïveté dell’intera operazione, nonostante tutto, proviamo grande tenerezza riascoltando questo brano. Perché in fondo abbiamo tutti i nostri guilty pleasures.

4 Commenti

  1. Concordo sul finale… dannata nostalgia!

  2. jovanotti già era cretino ma la zeppola non era così pronunciata… che gli è successo?

  3. Ovviamente imbarazzanti ma mai quanto quell'assurdo esperimento genetico andato a male di Zova otti!

  4. incredibile, penso sia stata l unica volta in cui repetto non si è sentito fuori posto sul palco

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